VENEZIA, 5 dicembre 2007 (IPS) – Il lavoro quotidiano della gente comune impegnata a costruire il dialogo sia all’interno che all’esterno della propria comunità non produce articoli sensazionali sulle comunità in conflitto, secondo l’imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini. Questa gente comune è la maggioranza, ed è più aperta alla comunicazione produttiva con l’Occidente di quanto generalmente pensiamo, sostiene.

Imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini
Leiden University
Pallavicini, vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana (Co.Re.Is.), è un cittadino italiano nato musulmano, da madre giapponese e padre italiano. È membro del Consiglio di amministrazione del Centro islamico culturale d’Italia e imam della Moschea al-Wahid di Milano.
Pallavicini è anche presidente dell’Isesco (Organizzazione Islamica per l’Educazione, la Scienza e la Cultura in Occidente) – la prima Ong islamica riconosciuta dall’Unione europea – dove è anche ambasciatore per i rapporti con il Vaticano. Con questo mandato, ha preso parte attiva in numerosi dialoghi inter-religiosi e iniziative di pace in rappresentanza dell’Islam italiano.
”Per rafforzare il dialogo interno ed esterno, e il rispetto per le diversità, i leader religiosi devono avvicinare il messaggio della dottrina musulmana alle sfide di oggi, senza perdere gli antichi insegnamenti”, ha detto Pallavicini in un’intervista alla corrispondente dell’IPS Sabina Zaccaro.
Alcuni estratti dell’intervista:
IPS: Cosa possono fare i leader religiosi per tenere le loro comunità lontane dai pericoli del fondamentalismo e per promuovere il dialogo? Può farci un esempio?
YSYP: La rete di 138 leader religiosi musulmani che di recente hanno inviato una lettera sul dialogo inter-religioso a tutte le autorità religiose della cristianità cattolica, ortodossa e protestante. Ciò che stanno cercando di fare è costruire un gruppo di lavoro sul dialogo e il rispetto all’interno della comunità musulmana e all’esterno.
È proprio questa la responsabilità che i leader religiosi dovrebbero rinnovare di questi tempi – sia in Oriente che in Occidente -, promuovendo la cultura del rispetto e attualizzando il messaggio dei maestri e dei profeti, così da illuminare i cuori, le menti e le azioni delle persone. Solo rinnovando il dialogo interculturale possiamo raggiungere una nuova coesione sociale, ribaltare i pregiudizi e la mancanza di fiducia, e isolare in modo efficace i totalitarismi politici, gli individualismi economici e i fondamentalismi violenti.
IPS: Mentre i segnali dello scontro di civiltà sono molto evidenti, è difficile percepire segnali di alleanza. Ma è davvero raggiungibile un’alleanza? Cosa si sta facendo nello specifico per realizzarla?
YSYP: Lo scontro fa rumore, causa dolore, e rappresenta – dalla prospettiva della comunicazione moderna – un aspetto sensazionale, che emotivamente attrae molto di più rispetto alle immagini positive di cooperazione e di dialogo tra le culture. Questo non significa che queste ultime non esistano. Al contrario, rappresentano la maggioranza delle donne e degli uomini che lavorano quotidianamente per l’armonia. Ma non finiscono sulle prime pagine dei giornali.
Vorrei citare tre esempi recenti di iniziative concrete finalizzate all’Alleanza di civiltà. La prima è internazionale, interculturale e interreligiosa: abbiamo firmato, tradotto e diffuso un documento importante sul dialogo, scritto da 138 saggi musulmani, come punto di partenza per un nuovo ciclo di intercambio.
La seconda iniziativa è di natura nazionale, interculturale e interreligiosa. Come musulmani italiani ci siamo impegnati a promuovere e rafforzare il dialogo tra le minoranze religiose – in particolare gli ebrei – attraverso scambi di ospitalità in sinagoghe e moschee. Stiamo organizzando incontri pubblici tra imam e rabbini nelle principali città italiane, e sostenendo le istituzioni regionali nell’attuazione di misure per promuovere l’integrazione e prevenire l’antisemitismo e l’islamofobia.
Infine, ci siamo impegnati a favorire il dialogo tra le nostre stesse comunità… per combattere le barriere psicologiche e lavorare verso una relazione più matura tra vecchie e nuove generazioni, e per una migliore comprensione dell’approccio e delle norme del mondo occidentale post-moderno. Si può costruire un’alleanza solida anche rafforzando i legami interni.
IPS: Cosa stanno facendo le comunità islamiche moderate che vivono nei paesi occidentali per rispondere all’aspettativa esterna più diffusa – isolare le correnti fondamentaliste?
YSYP: Ciò che i fondamentalisti vogliono sfidare è l’unità delle comunità islamiche, la modernità del mondo occidentale, e la coesistenza pacifica dei diversi credi. La nostra reazione è lavorare con le giovani generazioni di musulmani europei, per aiutarli a conciliare la dottrina musulmana con la modernità sociale e tecnologica delle società in cui vivono, in modo che possano diventare moderni cittadini europei.
IPS: Lei ha scritto di recente un libro intitolato “Dentro la moschea”, che racconta la vita delle comunità musulmane in Italia.
YSYP: “Dentro la moschea” descrive l’attività di una minoranza di musulmani occidentali che possono rappresentare un primo esempio di ciò che è già avvenuto – con i primi ebrei, i primi cristiani cattolici, valdesi e ortodossi – che mostra come sia possibile, con pazienza e intelligenza, costruire una nuova comunità religiosa interculturale.
IPS: Nel suo libro, un capitolo è intitolato “La voce delle donne”. L’Islam ascolta la voce delle donne?
YSYP: Sia come dottrina che come civiltà, l’Islam ha sempre promosso il rispetto e lo sviluppo di uomini e donne, e il legame simbolico che insieme formano per l’armonia della famiglia e della società. Nella storia dell’Islam si ritrovano grandi figure femminili di alta natura spirituale e impegno sociale in diverse regioni del mondo. Purtroppo, una corrente puritana e fondamentalista ha portato una violenta discriminazione psicologica e fisica nei confronti delle donne. Questo non può essere che fortemente condannato.
IPS: Il rapporto del Gruppo di esperti di alto livello dell’Onu per l’Alleanza delle civiltà parla di buona governance, legge e democrazia come condizioni fondamentali per ridurre il divario tra le società. Ma in molti paesi – spesso paesi musulmani – i cittadini non hanno esperienza di democrazia, e non possono difendere i propri diritti. Esiste una qualche forma di dialogo con i regimi totalitari, in particolare riguardo ai casi di discriminazione contro le minoranze e di violazione dei diritti umani fondamentali?
YSYP: C’è un dialogo, ma c’è anche il rischio che sia superficiale e formale – diventando perciò uno scambio convenzionale di monologhi. Una buona politica, il rispetto per la legge, un processo democratico efficace e il rispetto dei diritti umani sono possibili solo quando istituzioni e politici riescono e gestire il loro potere in modo etico – quando gli interessi nazionali non coincidono con l’ingordigia dei pochi, ma con una visione a lungo termine e coscienziosa della reale condizione dell’umanità.
IPS: A suo parere, quale posizione occupa il dialogo nell’agenda politica internazionale?
YSYP: Il problema che dovremmo focalizzare e risolvere è quello di migliorare la qualità del dialogo – aiutando l’applicazione e gli effetti del dialogo – così che non si esaurisca al livello teorico, o in buone intenzioni astratte e narcisistiche.
Nei miei incontri con il re del Marocco Hassan II, con il Patriarca Bartolomeo I di Constantinopoli, con il rabbino capo sefardita di Israele Bakshi Doron, ho imparato la sacra scienza del dialogo come comunione tra i popoli.
** L’imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini è tra i principali relatori della Conferenza annuale di Inter Press Service sul tema ”Il ruolo della comunicazione nell’alleanza fra le civiltà” (Venezia, 29 novembre).
L’Onu – sottolineando il ruolo della comunicazione nel superare stereotipi e pericolose generalizzazioni – ha individuato le ragioni chiave del crescente divario tra società musulmane e occidentali non in fattori religiosi ma politici.
La Conferenza 2007 ha ospitato professionisti della comunicazione, del mondo accademico, della società civile, oltre che di governo, comunità religiose, e istituzioni internazionali per una riflessione sul ruolo chiave dei media e della comunicazione nel colmare il divario tra le popolazioni.

