DAVOS, 2 febbraio 2011 (IPS) – La mia partecipazione al Forum economico mondiale (WEF) tenutosi a fine gennaio nella città svizzera di Davos, come attivista di lunga data e direttore esecutivo di Greenpeace International, ha suscitato il disappunto di più di una persona e un acceso dialogo interno. Io stesso mi sono chiesto, sentendo le notizie delle manifestazioni anticapitaliste parallele, se mi trovavo dalla parte giusta delle barricate e della fortezza in cui hanno trasformato Davos in occasione del Forum.

Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace Internacional
Ma in alcuni casi, ha un senso assistere ad incontri di questo tipo, ad esempio per poter comunicare con i capitani dell’industria e intrattenere con loro un dialogo franco. A Davos ho incontrato non meno di 15 dirigenti di importanti corporation, le cui decisioni si ripercuotono sul nostro ambiente, producono effetti sui diritti dei lavoratori e in sostanza stabiliscono che tipo di mondo lasceremo ai nostri figli e nipoti.
Davos, per i suoi detrattori, è un evento elitario di incontri lampo tra manager di potenti imprese – e potrebbe essere vero – istituito, secondo la sua stessa definizione, per “migliorare lo stato del mondo attraverso l’impegno di dirigenti d’impresa e mondo politico, così come di accademici e di altri leader della società, nel delineare le agende mondiali, regionali e industriali”.
Poco più di 200 degli oltre 2000 partecipanti all’incontro di Davos proveniva dalla società civile, dai sindacati o da gruppi religiosi, ossia circa il 10 percento del totale; una rappresentatività inferiore perfino a quella delle donne, che è stata di appena il 16 percento. Perciò, il WEF è ben lontano dall’essere un incontro rappresentativo, ma la ricchezza e il potere sono lì presenti, e la possibilità di parlare direttamente con loro ha fatto sì che il viaggio valesse la pena.
Citerò due esempi tra i tanti: il primo è una colazione di lavoro con Unilever e circa 150 tra i suoi clienti. È stata un’opportunità unica per sensibilizzare sull’impatto delle politiche di rifornimento delle imprese, per parlare degli effetti negativi delle piantagioni di palma da olio sulle foreste tropicali in Indonesia; sulla fauna selvatica, sui piccoli agricoltori e sui popoli indigeni, che troppo spesso vengono spazzati via insieme ai loro boschi.
In questa occasione, il direttore generale di Unilever, presentandomi al pubblico, ha parlato della curiosa relazione della sua impresa con Greenpeace. Ha ricordato una nostra conversazione sulla necessità di proteggere le foreste, e della volta che, l’anno scorso, alcuni attivisti di Greenpeace si sono presentati a sorpresa al meeting annuale di Nestlé per sensibilizzare i partecipanti sul problema dell’olio di palma e la distruzione della foresta pluviale.
Il secondo esempio è l’intervista che ho rilasciato a Randi Zuckerberg, la sorella di Mark, fondatore di Facebook, che è stata trasmessa in diretta online su Facebook dal centro dei social media di Davos. Un’ottima occasione per parlare della nostra campagna con Facebook: per mesi abbiamo chiesto a FB di utilizzare prodotti ecologici e smettere di prendere l’energia dalle centrali elettriche a carbone per i suoi data centre. Davos non è esattamente un incontro per risvegliare le coscienze a livello sociale o ambientale, ma molti dei partecipanti cominciano a capire che i fondamenti sociali e ambientali sono direttamente legati agli interessi delle loro imprese. Loro sanno che sono sempre di più i consumatori dei loro prodotti che con il proprio portafoglio dicono la loro, prediligendo una produzione pulita e il rispetto per i diritti dei lavoratori e delle popolazioni locali.
Anche se la pressione esterna ha contribuito a portare i temi ambientali nell’agenda degli industriali, è emerso chiaramente dopo le giornate trascorse a Davos che in pochi condividono davvero l’urgenza di far fronte alla minaccia climatica.
Greenpeace non ha nemici né amici permanenti. Ciò che vogliamo è lavorare insieme a tutti quelli che condividono il nostro desiderio di un futuro verde e pacifico. In realtà, io speravo di incontrare più persone a Davos. Anche se difendiamo con orgoglio la nostra indipendenza, rifiutando i fondi dalle corporation, non significa che non possiamo lavorare con loro per raggiungere un obiettivo comune.
Per me, Davos è un’occasione fondamentale per parlare e raccontare la nostra verità direttamente a chi detiene il potere. È anche un’opportunità per sollecitare i capitani dell’industria in quanto padri, nonni e concittadini, a proteggere questo nostro mondo fragile e che non è infinito. © IPS

