WASHINGTON, 28 luglio 2004 (IPS) – Gli Stati Uniti dovrebbero essere disposti a partecipare in missioni di pace in Africa e sforzarsi di conquistare la simpatia della popolazione musulmana del continente, raccomandano alcuni esperti.
In uno studio intitolato “aumentare la posta in gioco degli Usa in Africa”, hanno anche esortato Washington ad incrementare gli aiuti economici nel continente, in particolare incoraggiando gli investimenti nel settore di gas e petrolio.
“Se questi paesi fossero più stabili, investissero in modo più saggio e migliorassero la propria governance e il rispetto della legge – si legge nello studio di 170 pagine –, i benefici sarebbero percepiti in tutto il continente”.
“Allo stesso tempo – si aggiunge – è necessario avanzare negli interessi vitali degli Usa rispetto all’instabilità regionale, la lotta contro il terrorismo, lo sviluppo umano e la promozione della democrazia”.
Lo studio è stato elaborato su richiesta del Congresso legislativo da un gruppo di esperti convocati dal Centro di studi strategici e internazionali (CSIS la sigla inglese), appartenenti sia al Partito repubblicano al governo sia al Partito democratico all’opposizione.
Nel team di lavoro spiccano Walter Kansteiner, sottosegretario di Stato per gli Affari africani e Carlton Fulford, ex vicecomandante delle forze militari statunitensi in Africa.
Lo studio sottolinea la necessità che Washington intraprenda una politica di avvicinamento verso i musulmani africani, per porre fine alla diffusione del fondamentalismo islamico.
La maggioranza dei musulmani del continente si concentra ad occidente e nel Corno d’Africa.
“Con oltre 300 milioni di musulmani, l’Africa è un centro nodale per il reclutamento di integralisti islamici e, allo stesso tempo, rappresenta un’opportunità unica per gli Stati Uniti di attrarre il mondo musulmano”, segnala il rapporto.
L’iniziativa prevede un investimento di 200 milioni di dollari all’anno, e prevede la distribuzione di aiuti allo sviluppo e il finanziamento di programmi educativi.
Inoltre, gli esperti suggeriscono di fare molte più pressioni sull’Arabia Saudita perché arresti i flussi di denaro provenienti dalle sue organizzazioni di beneficenza e destinati ai gruppi radicali.
Contemporaneamente, osservano gli esperti, Washington deve mettere in atto una più ampia strategia antiterrorista, controllando il traffico di armi leggere, migliorando il ruolo dell’intelligence con l’invio di agenti, formando le forze di sicurezza locali e dispiegando forze di pace.
Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre a New York e Washington, il governo di George W. Bush ha ridotto la propria presenza militare in Nigeria e Kenya, intensificandola nel Corno d’Africa, dove ha schierato circa 2000 soldati.
Lo studio evidenzia che nella lotta contro il terrorismo non basta il solo potere militare.
“Perché sia efficace, [la lotta al terrorismo] deve essere incentrata sugli stessi fattori che attraggono i terroristi: la profonda marginalità economica, l’alienazione, le differenze etniche e religiose, la fragile governance e la debole tutela dei diritti umani”.
Il team di lavoro ha inoltre concluso che Washington deve appoggiare di più gli sforzi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) per porre fine agli scontri bellici nel continente, e ha espresso il proprio timore per la situazione nella zona del Sudan occidentale, il Darfur.
Rick Barton, del CSIS, ha dichiarato: “Crediamo che sia necessario il rapido spiegamento di una forza Onu in Sudan, sia a nord che a sud, ad est e ad ovest. Ciò significa un contingente ben equipaggiato con 500-600 soldati internazionali”.
Il contributo degli Stati Uniti negli sforzi multilaterali di pace in Sudan – secondo lo studio – dimostrerà la buona predisposizione di Washington verso arabi e musulmani.
Ma al governo Bush si raccomanda anche di offrire appoggio militare a Jartum per controllare l’insurrezione nel Darfur.
Lo studio suggerisce poi di prestare particolare attenzione alla Somalia, poiché “questo paese in rovina costituisce ancora una base di appoggio e di opportunità” per la rete del terrorismo islamico Al Qaeda.
Dal punto di vista economico, il rapporto propone di proseguire nella liberalizzazione dei mercati del continente e sostenere ogni sforzo per la riforma del settore finanziario, come anche stimolare gli investimenti stranieri e locali.
Elogia poi la posizione degli Stati Uniti quanto agli obiettivi del millennio, con la concessione di aiuti ai paesi che s’impegnano nella riforma del mercato, la lotta contro la corruzione, il rispetto dei diritti umani e la difesa della democrazia.
Quanto alla lotta contro l’Aids, il team ha approvato la decisione di Bush di donare 15 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per combattere la malattia nel continente.
Ciononostante, ha raccomandato che gli aiuti assumano un carattere multilaterale.
Il programma di Bush prevede lo stanziamento di appena un miliardo di dollari al Fondo mondiale contro l’Aids.
Queste raccomandazioni giungono proprio mentre gli Stati Uniti devono affrontare le forti critiche della XV Conferenza internazionale sull’Aids, che si terrà a Bangkok, per le loro politiche sulla malattia e l’esigua delegazione inviata all’incontro.
“Gli Stati Uniti devono far sì che il canale dei loro sforzi contro l’Aids sia il multilateralismo”, esorta lo studio.

