MONTEVIDEO, 22 ottobre 2009 (IPS) – Basta una breve passeggiata per Montevideo, per accorgersi che non si tratta di una tipica capitale latinoamericana. Malgrado alcune affinità (molti negozi vendono oggetti fuori moda), il lungomare di Pocitos non assomiglia in nulla alla spiaggia di Copacabana, né Punta del Este è come Benidorm o Mar del Plata (per fortuna). Un miscuglio impressionante di edifici Art Déco e insulsi caseggiati degli anni ’60 ci ricordano il degrado di una città che nel corso del ventesimo secolo è diventata il centro del vortice del resto del paese, nato come un tappo tra i giganti Brasile e Argentina.
Nonostante le lamentele dei suoi abitanti, la capitale appare moderatamente pulita, ordinata e caratterizzata da una dimensione umana assente nel resto del continente. Non si sentono rumori molesti ad eccezione di trombette e tamburi per attirare l’attenzione degli elettori alle imminenti elezioni legislative e presidenziali. Ma perfino in questo esercizio democratico, gli uruguaiani sembrano marcare la distanza tanto con le latitudini lontane quanto con i loro vicini del Río de la Plata, nel polemico scenario presieduto da Kirchner. Il brusco carattere della politica argentina è significativamente assente dai comizi uruguaiani di domenica prossima. Così come la migliore definizione che il Canada ha dato di sé è di non essere come gli Stati Uniti, all’altro capo dell’emisfero, l’Uruguay si vanta di non essere l’Argentina. Maradona e le sue oscenità risulterebbero insolite a Montevideo.
E così, anche i politici che si battono per conquistare uno scranno in uno dei palazzi legislativi più belli del mondo, così come i candidati a presidente, sembrano piuttosto i sindaci di un municipio di provincia, soprattutto il leader del Frente Amplio, l’ex tupamaro José (Pepe) Mujica. Con baffi e capelli brizzolati da modesto possidente o bottegaio del negozio dietro l’angolo, il candidato a successore di Tabaré Vázquez sembra sentirsi più a suo agio quando riceve gli amici per un mate insieme alla moglie Lucía Topolansky nel patio della sua casa semirurale. È una tipica abitudine di tutti gli abitanti di Montevideo che si rifugiano verso l’interno o sulle spiagge per sfuggire all’inesistente stress della capitale. Ma le sue aspettative di voto non raggiungono il 45 per cento, ossia meno della maggioranza del 50 per cento più uno necessaria per salire alla presidenza al primo turno.
Lo sfida l’ex presidente Luis Alberto Lacalle (1990-1995). Dirigente del Partido Nacional (o “Blanco”), chiacchierone veterano della politica uruguaiana con buoni legami internazionali con i suoi consimili conservatori nelle Americhe e in Europa. Nemico della istituzionalizzazione del Mercosur dal profilo sovranazionale, Lacalle preferirebbe un Uruguay avviato verso lo sviluppo liberale, sicuro e aperto. Ma con una previsione di voto del 30 per cento non può in alcun modo sperare nella presidenza al primo scrutinio.
Moderatamente a sinistra dei “bianchi” si collocano i “colorati”, il partito riciclato, erede della tradizione “mistica” di José Batlle y Ordóñez (artefice dello stato del benessere, “dalla culla alla tomba”). Oggi è guidato da Pedro Bordaberry, figlio del presidente Juan María Bordaberry, eletto nel 1971, che ha governato per decreto tra il 1973 e il 1976, defenestrato dai militari. Il rampollo sarà perdente (otterrebbe appena l’11 per cento), ma paradossalmente può essere la chiave di volta delle presidenziali al secondo turno (al “ballottage”, secondo il delizioso gallicismo locale), previsto per il 29 novembre. Bianchi e colorati sono accusati dal Frente di essere ramificazioni dello stesso conservatorismo. Sommando i consensi, la matematica può dare un ottimo punteggio a Lacalle, se riesce a convincere gli indecisi e i colorati rassegnati, che non vorrebbero vedere ex guerriglieri al potere, che porterebbero avanti le politiche progressiste del governo di Vázquez.
In ogni caso, la campagna è dominata da un certo miglioramento dell’economia e da indicatori sociali che favorirebbero la permanenza della sinistra al potere. In cinque anni, l’economia sarebbe cresciuta di un 30 per cento, fatto insolito per il subcontinente. Mentre all’inizio del decennio la disoccupazione era al 20 per cento, oggi si attesta intorno al 7. L’inflazione è al di sotto al 10 per cento e il salario reale è aumentato del 20 per cento, recuperando il terreno perduto nella precedente crisi. La povertà, flagello dell’America Latina, registrava circa il 30 per cento cinque anni fa, mentre oggi è scesa al 20. L’abisso dell’indigenza totale è sceso dal 3,8 all’1,3 per cento. Benché la sensazione di insicurezza (impercettibile agli occhi del turista) sia stata sfruttata dall’opposizione a Vázquez, non è diventata un tema centrale nella campagna.
La prossima domenica 25 ottobre, o un mese dopo, potremo verificare quanto questi elementi abbiano influito. Si ignora invece l’impatto di un altro “ballottage”, il ripescaggio nelle qualificazioni ai Mondiali di calcio, dopo la sconfitta con la dubbia Argentina. Ma se perdessero contro il Costa Rica, gli uruguayani non dovranno vergognarsi delle oscenità di Maradona. Perfino in questo si distinguono dagli argentini. © IPS

