Dalla Tailandia all’Argentina, cooperative tessili contro lo sfruttamento sul lavoro

BUENOS AIRES, 1 giugno 2010 (IPS) – Alcune cooperative tessili fondate da ex operai ridotti in condizioni di schiavitù nelle fabbriche di Argentina e Tailandia, lanceranno questo mese un nuovo marchio di abbigliamento contro lo sfruttamento e per il lavoro decente nell’industria del vestiario.

Il 4 giugno, l’organizzazione argentina La Alameda e quella tailandese Dignity Returns metteranno sul mercato centinaia di T-shirt con diversi disegni e fantasie ma tutte accomunate dalla stessa marca “No Chains” (senza catene). Il progetto è arrivare a produrre nuovi indumenti unendosi anche ad altre cooperative.

“È un grido a favore del lavoro onesto e un modo per dimostrare che si possono produrre vestiti di alta qualità anche senza sfruttare i lavoratori”, ha dichiarato all’IPS Gustavo Vera, uno dei promotori dell’iniziativa e membro di La Alameda.

La Alameda è nata inizialmente come una mensa sociale nel 2001, durante la grave crisi economica che colpì l’Argentina in quegli anni. Offriva cibo a molti lavoratori boliviani clandestini scappati dalle fabbriche tessili che si erano rapidamente diffuse a Buenos Aires e che sfruttavano i dipendenti facendoli lavorare in condizioni disumane.

Le continue denunce dell’organizzazione sulle terribili condizioni dei lavoratori e il tragico incidente avvenuto in una di quelle fabbriche, dove persero la vita sei persone (tra cui cinque bambini), hanno portato l’attenzione pubblica sul tema dello sfruttamento sul lavoro, che in Argentina riguarda soprattutto gli immigrati clandestini.

Gli operai lavorano duramente per giornate intere senza sosta, ammassati in uno spazio dove oltre a lavorare vivono anche con le loro famiglie. Non hanno documenti né denaro e hanno pochissima libertà perfino per uscire dalla fabbrica.

Le fabbriche clandestine forniscono prodotti per le più importanti marche d’abbigliamento: Puma, Besimon, Lecoq, Soho e Kosiuko, secondo le testimonianze portate in tribunale dagli ex operai. I giudici hanno fatto sequestrare i macchinari da alcuni stabilimenti, ma ancora non hanno condannato i responsabili.

Alcuni operai si sono uniti in una cooperativa tessile che vende prodotti con un marchio proprio, Mundo Alameda, e può contare sul supporto della Fondazione non governativa Avina.

Allo stesso tempo, dall’altra parte del mondo, in Tailandia, un gruppo di lavoratrici della Bed and Bath che erano state licenziate senza indennità alla chiusura della fabbrica, hanno fondato la cooperativa Solidarity Factory che è poi diventata Dignity Returns.

I lavoratori di Dignity Returns raccontano che la fabbrica produceva abbigliamento per marche come Nike, Gap e Reebok, e che loro erano obbligati a lavorare per moltissime ore al giorno. Come se non bastasse, in caso di lamentele lo stipendio veniva decurtato.

I due gruppi, che si sono incontrati nel 2009 durante una conferenza internazionale ospitata dall’Asia Monitor Resource Centre di Hong Kong, hanno deciso di unire le forze per far sentire la loro voce a tutto il mondo.

Il nuovo marchio verrà lanciato contemporaneamente a Buenos Aires e a Bangkok.

Sul sito internet di No Chains, la loro posizione è chiara: “I vestiti prodotti nelle comuni industrie tessili incatenano gli operai con le catene del debito, del controllo dei boss interessati solo al guadagno e non ai lavoratori, con le catene della produzione mondiale, dove molti ricavano profitti provenienti dal sangue degli operai”.

Secondo i fondatori di No Chains, non si tratta quindi solo di un nuovo marchio o di una nuova attività autogestita, ma anche di un’iniziativa che richiama l’attenzione sulla necessità di una produzione industriale che rispetti la dignità dei lavoratori, che non li sfrutti e non li riduca in schiavitù.

“Con un’azione decisa, stiamo denunciando l’esistenza dello sfruttamento sul lavoro che alimenta i mercati internazionali e che porta i marchi più importanti a guadagnare sfruttando i gruppi vulnerabili della popolazione e le legislazioni troppo permissive per imporre il lavoro forzato in diverse parti del mondo”, ha affermato Vera.

Le cooperative hanno indetto un concorso internazionale per scegliere i disegni da stampare sulle T-shirt. Dei sei vincitori, due venivano dall’Argentina, gli altri da Hong Kong, Indonesia, Corea del Sud e Stati Uniti.

Le cooperative hanno cominciato la produzione per arrivare in tempo alla data del lancio, e l’idea è distribuire le magliette consegnandole attraverso organizzazioni non governative e sindacati.

Il prossimo obiettivo, ha detto Vera, è di espandere la rete per includere altre cooperative e società che in generale si adoperano contro il lavoro schiavo. Attualmente sono in contatto con altre due cooperative, una delle Filippine e l’altra dell’Indonesia.

“Vogliamo arrivare in pochi anni a 20 o 30 cooperative che provengano dai diversi paesi in via di sviluppo”, ha aggiunto. Si pensa anche di diversificare la produzione cominciando a produrre altri tipi di indumenti.

Secondo gli organizzatori, il progetto non è senza precedenti. La “Clean Clothes Campaign”, per esempio, guidata dalle organizzazioni dei consumatori, promuove la vendita di abiti che non vengono prodotti attraverso il lavoro schiavo.

Ma No Chains è il primo progetto a essere guidato da due cooperative indipendenti: “Per la prima volta i lavoratori che sono usciti dalla schiavitù si stanno unendo per denunciare lo sfruttamento e per dimostrare che produrre abbigliamento in condizioni di lavoro umane è possibile”, ha affermato Vera. © IPS