21 dicembre 2009, ROMA (IPS) – Per molto tempo i vegetariani hanno sostenuto che mangiare carne è un “assassinio” contro gli animali. Adesso hanno un nuovo argomento a sostegno della loro tesi: in questo modo si uccide anche il pianeta, a causa dell’enorme emissione di gas serra provocata dagli allevamenti.

Un macellaio di Roma intento a tagliare il pollo
Paul Virgo/IPS
Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO), il settore dell’allevamento produce circa il 18 per cento delle emissioni di gas serra, una quantità maggiore di quella prodotta dalle nostre auto che sfrecciano sulle autostrade o dagli aerei che sorvolano interi continenti.
“Diventare vegetariano (o ancor meglio, vegano) è l’unica cosa, la migliore e di maggior effetto, che ognuno di noi può fare per l’ambiente”, è il commento di un lettore di Berlino in una recente conversazione online sul sito internet del New York Times, a proposito di ciò che gli individui possano fare per combattere il riscaldamento globale.
Le emissioni vengono scatenate in diversi modi a causa della crescente richiesta di carne – la produzione mondiale è aumentata del 400 per cento dal 1961, arrivando a circa 282 tonnellate nel 2009, e si prevede che la richiesta raddoppierà entro il 2050, secondo la FAO.
È una delle principali cause della deforestazione, poiché i boschi vengono tagliati per far spazio a nuovi pascoli e terre coltivabili, causando il rilascio di diossido di carbonio immagazzinato dagli alberi che vengono tagliati o bruciati. Questo processo ha un impatto enorme anche sulla biodiversità.
Il bestiame produce il 37 per cento del metano indotto dall’uomo, un gas con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) 23 volte maggiore del CO2, principalmente attraverso la flatulenza e l’eruttamento. Secondo il rapporto della FAO 2006 “La Lunga Ombra dell’Allevamento”, esso genera inoltre il 65 per cento dell’ossido nitroso dell’umanità, che ha un GWP 296 volte maggiore del CO2, principalmente prodotto dal concime.
Va poi calcolato l’effetto sull’ambiente nel produrre il cibo per gli animali, così come il carbonio bruciato per dare energia alle imprese agricole, ai macelli, agli impianti di lavorazione e di refrigerazione della carne.
Se tutto ciò non bastasse, l’allevamento è inoltre causa del degrado del suolo e dell’acqua, con grandi agenti inquinanti che includono i rifiuti animali, gli antibiotici e gli ormoni, i prodotti chimici usati nelle concerie e i fertilizzanti e pesticidi usati per far crescere i campi.
Questi fattori hanno fatto dire a Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (UNFCCC) che “la soluzione migliore sarebbe diventare tutti vegetariani”.
Rajendra Pachauri, presidente della Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite, e il professor Lord Stern della London School of Economicss sono tra i nomi autorevoli che sostengono simili opinioni.
Nonostante ciò, molti la vedono come una soluzione troppo semplicistica, non ultima l’industria della carne stessa.
“Penso che si possa essere d’accordo con l’affermazione “mangiate meno carne”, ma il messaggio che giunge spesso è “non mangiate più carne”, e questo è un messaggio fuorviante e allarmista”, ha detto ad IPS Giuseppe Luca Capodieci, della European Livestock and Meat Trading Union. Insomma, è una faccenda complicata.
Per iniziare, l’impatto ecologico di una libbra di carne varia per tipo, con il manzo che presenta il più alto impatto e il pollame il minore. È importante vedere come è prodotto – mangiare di gusto una fetta di pollo d’allevamento a terra è molto meno problematico che masticare una bistecca di manzo d’allevamento.
E non bisogna dimenticare che anche il grano, il riso e le verdure possono avere un grande impatto sull’ambiente se vengono coltivate usando pesticidi e diserbanti fatti con olio, in terreni impregnati di fertilizzanti azotati.
In più, il settore dell’allevamento può in realtà aiutare a diminuire le emissioni, poiché un terreno gestito bene e un sistema di pastura a rotazione possono agire come filtro per il carbonio negli ambienti naturali, trattenendo il carbonio nel suolo ed evitando che venga rilasciato nell’atmosfera.
Non va tralasciata nemmeno l’importanza del settore sociale. Secondo il rapporto FAO 2006, questo dà impiego a 1,3 miliardi di persone e sostentamento a un miliardo di poveri nel mondo, specialmente in Africa ed Asia.
Poiché l’allevamento del bestiame non richiede un’educazione formale o un grande capitale, e spesso nemmeno la proprietà della terra, esso è spesso l’unica attività economica accessibile per i poveri nei paesi in via di sviluppo. Le riserve di bestiame possono inoltre essere una risorsa-cuscinetto di cibo e reddito per i contadini poveri per sopravvivere quando la siccità o fenomeni atmosferici estremi causano la perdita dei raccolti.
C’è poi la domanda nutrizionale e il dibattito su come la dieta senza carne possa essere bilanciata, essendo l’uomo onnivoro.
Mentre sembra chiaro che il consumo eccessivo di carne nel mondo industrializzato stia contribuendo alla crescente incidenza di problemi di cuore e aumento dei casi di obesità, più carne, latte e uova sarebbero necessari nella dieta di molti poveri nei paesi in via di sviluppo per ovviare alla carenza di proteine e vitamine. L’ineguaglianza nel consumo, più del consumo di carne in sé, può essere il problema più grave – secondo la FAO, la produzione di carne pro capite nel 2008 è stata di 81,9 chili nei paesi industrializzati, di 31,1 chili pro capite nei paesi in via di sviluppo.
Anche mettendo da parte queste considerazioni, alcuni ambientalisti credono che sarebbe comunque un errore lodare il vegetarianismo come risposta alle disgrazie del pianeta.
“È una sfortuna che alcuni ambientalisti si siano fissati sull’idea del vegetarianismo perché, almeno nella cultura occidentale, nella quale si dà molta importanza alla libertà individuale, una proibizione totale non avrebbe successo quanto una semplice revisione delle norme alimentari per frenare le proporzioni” ha detto ad IPS Erik Assadourian, ricercatore al Worldwatch Institute di Washington.
Secondo Assadourian, riducendo il consumo di carne nei paesi sviluppati, senza necessariamente eliminarlo, sarebbe possibile produrre la carne che mangiamo in modo climaticamente sostenibile, per esempio con animali allevati sull’erba invece che alimentati a grano nelle industrie agricole.
Molti esperti concordano, anche se resta un punto controverso in che misura ridurre il consumo.
Un rapporto pubblicato sulla rivista di medicina Lancet del mese di novembre suggerisce di diminuire il consumo di un terzo. Assadourian pensa che bisognerebbe fare ancora di più, e adottare una dieta a basso consumo di carne chiamata “flessibilismo”.
“Ieri sera a cena ci hanno servito della pasta aromatizzata con un po’ di pancetta, seguita da una grossa fetta di maiale come secondo”, ha detto. “Il parco uso di carne nel primo piatto è quello che considero un buon modello – l’aggiunta di poca carne solo per dare sapore. Il secondo piatto dovrebbe essere riservato ad occasioni speciali, come Natale o il giorno del Ringraziamento”.
Questo dibattito potrebbe non concludersi mai. Ma molti pensano che la cosa importante sia la diffusione di questo argomento, con l’aiuto di iniziative come la campagna di Pachauri e dell’ex membro dei Beatles Paul McCartney: “meno carne = meno riscaldamento”, in modo che le persone siano più consapevoli delle loro scelte.
È più probabile che i consumatori informati facciano pressione sul settore dell’allevamento affinché migliori la propria condotta, boicottandolo e optando per prodotti più sostenibili.
“Dovremmo parlare del fatto che le persone possano ridurre l’impronta al carbonio riducendo il consumo di carne” ha detto ad IPS Su Taylor, della Vegetarian Society in Gran Bretagna.
“Scegliere di non mangiare la carne un giorno alla settimana è un modo per fare la differenza, così come cambiare le lampadine o prendere meno volte l’aereo”.
“Vorremmo che tutti fossero vegetariani, ma siamo realistici e sappiamo che le cose non succedono da un giorno all’altro. L’importante è che stiamo parlando del legame tra carne e cambiamento climatico. Un anno fa questo non succedeva”. © IPS

