ECONOMIA-AMERICA LATINA: I contadini che hanno lasciato la coca per il cacao

FLORENCIA, Colombia, 4 giugno 2009 (IPS) – (Tierramérica) – L'azienda Chocaguán Amazónico, una piccola impresa contadina di produzione alternativa nata in un momento di prosperità della coca colombiana, celebrerà a settembre 15 anni di vita nel cuore di un territorio in guerra.

Gentile concessione di Rodrigo Velaidez/Chocaguán Gentile concessione di Rodrigo Velaidez/Chocaguán

Gentile concessione di Rodrigo Velaidez/Chocaguán
Gentile concessione di Rodrigo Velaidez/Chocaguán

Chocaguán produce cioccolato con il cacao amazzonico coltivato da 115 soci a Caquetá, dipartimento del sud della Colombia, un paese con 45 anni di guerra intestina. Circa il 20 per cento dei membri è composto da donne capofamiglia.

Quasi 20 anni fa, il sacerdote cattolico italiano Giacinto Franzoi lanciò qui la sua campagna “No alla droga, sì al caucciù e al cacao”.

Il missionario arrivò nel 1978 a Remolino del Caguán, villaggio sul fiume Caguán, nel municipio di Cartagena Chairá, 117 chilometri a sudest di Florencia, capitale del Chaquetá.

Quasi nello stesso periodo arrivò anche la coca, e più tardi le conoscenze per produrre con le sue foglie la pasta base, fase intermedia nella produzione della cocaina.

Per molto tempo, la pasta base fu il prodotto principale di Remolino.

“I contadini poveri ci chiedevano i semi” di coca, racconta l’abitante del posto Simeón Pérez a Franzoi nel libro “Dio e cocaina: come un missionario è sopravvissuto nel Caguán”, scritto dal sacerdote italiano e pubblicato questo mese a Bogotá.

Nel volume, Franzoi descrive quei tempi di “boutique”, gioiellerie, moderni elettrodomestici che funzionavano con generatori a gasolio, prostituzione, piste aeree clandestine e mucchi di banconote che svanivano alla stessa velocità con cui erano apparsi.

Alla fine del 1964, nel Caquetá erano arrivate le comuniste Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC), che a maggio hanno compiuto 45 anni e la cui istanza di base è una riforma agraria ancora da realizzare.

Dal 1962, la concentrazione della proprietà delle terre migliori è stata completata dalla promozione statale del disboscamento, in cambio di titoli di proprietà ai coloni che si avventuravano oltre la frontiera agricola.

Una delle conseguenze fu l’espansione della coca, come coltivazione più redditizia in aree geografiche isolate.

Cartagena del Chairá si estende per 13.622 chilomentri quadrati, di cui la metà fa parte della Reserva Forestal de la Amazonia. La foresta amazzonica è stata distrutta dalla droga e dal conflitto nel Caquetá.

Ai tempi della coca, “c’era una buona affluenza di denaro”, ci ha detto Rubén Darío Montes, rappresentante legale di Chocaguán ed ex presidente del Comitato di Cacoteros (produttori di cacao) di Remolino del Caguán y Suncillas, un affluente del fiume Caguán.

La prima incursione antinarcotici, nel 1988, distrusse uno dei 20 laboratori di droghe che allora erano attivi nella zona.

Di fronte all’offensiva contro la droga, molti si diedero alla fuga. “Padre Jacinto (come viene chiamato Franzoi nel Caguán) era parroco di Remolino, e cominciò a studiare il da farsi per evitare lo sfollamento e l’aumento di masse di miseria” nelle città, racconta Montes.

Otto persone risposero al suo appello e cambiarono tipo di coltivazione, fondando nel 1994 il Comitato di Cacaoteros, insieme all’azienda di Chocaguán.

Il caucciù fu scartato a favore del cacao, i cui semi migliorati davano il raccolto dopo un anno e mezzo dalla semina. Nel 1993 furono prodotte le prime tavolette da 500 grammi di cioccolato grezzo.

Nel 1993, a Remolino si vendeva ogni domenica una tonnellata di pasta base, a 1.350 dollari al chilo, secondo il cambio dell’epoca. Nel frattempo, tutti i produttori vendevano ogni settimana tra 20 e 50 chilogrammi di chicchi di cacao alla neonata Chocaguán, che pagava 2,70 dollari al pezzo.

Chocaguán produceva ogni settimana 50 pacchetti di nuove pastiglie artigianali di cioccolato grezzo, condito con cannella o chiodi di garofano.

Tutti compravano, compreso la guerriglia e i narcotrafficanti. Il commercio prosperò. “Grazie a Dio, e all’economia della coca, tutto ciò che si produceva si vendeva”, ha commentato Rodrigo Velaidez, assessore di Chocaguán e agronomo esperto di cacao.

Nel 1996, la crisi rurale provocata da una improvvisa politica di apertura commerciale trascinò con sé più di un quinto della superficie di coltivazioni tradizionali del paese, e oltre 300mila posti di lavoro, secondo Darío Fajardo, ex consulente del Fondo Onu per l’agricoltura e l’alimentazione (FAO).

Questo diede un forte impulso alla semina della coca, sempre nelle zone della selva. La conseguente sovraofferta di pasta base ne fece crollare il prezzo, generando proteste e manifestazioni nel 1996.

Le FARC rifiutavano il principio della coca. Ma quando il denaro del narcotraffico cominciò a finanziare bande paramilitari che si alleavano con l’esercito nello scontro con i ribelli, la guerriglia entrò direttamente nel commercio.

Il Plan Colombia, avviato nel 2000 con fondi statunitensi, cercò di ridurre le entrate dalla droga delle FARC, mediante fumigazioni aeree di glifosato.

Nel frattempo, i soci di Chocaguán ampliarono progressivamente la semina di cacao e acquistarono macchinari per costruire un proprio impianto a Remolino, con risorse proprie, aiuti dai governi nazionali e locali e appoggio internazionale gestito da Franzoi.

Oggi le vendite si dividono tra il Caquetá e le aree di dipartimenti vicini. Ora il cioccolato si vende anche alla catena locale di supermercati Carrefour, grazie alle Nazioni Unite, e ai negozi di prodotti vegetariani.

Dei 200 ettari coltivati, circa 70 sono in produzione, di proprietà della metà dei soci, che forniscono a Chocaguán fra i tre e i 200 chilogrammi di chicchi la settimana. Sette lavoratori stagionali, di cui tre o quattro in genere sono donne, si occupano di processare il cioccolato.

Oggi l’impresa sta pensando di trasferire parte del processo di lavorazione a Cartagena del Chairá, per risparmiare costi, ridurre i rischi del trasporto del prodotto via fiume in zona di guerra, e favorire la prospettiva commerciale.

Ogni sei mesi, Chocaguán organizza giornate di formazione per aggiornamenti sulle tecniche ambientali sostenibili. “Almeno il 70 per cento dei soci applica i saperi e le conoscenze acquisite”, ha sostenuto Velaidez.

A Chocaguán “promuoviamo la sostituzione graduale e volontaria delle piantagioni illecite… Nessuno viene mai costretto. Ed è sempre stato così”, ha aggiunto.

Ma la guerra genera incertezze. “Se semino, devo investire tre milioni di pesos (1.350 dollari), ma poi vengono con le fumigazioni. Non è garantito che non lo facciano anche sul cacao”, ha detto Montes.

Nel Caguán hanno effettuato fumigazioni di glifosato nel 1996, 1999, 2002 e 2005.

L’ultima volta è stata la peggiore per i cacaoteros, perché è stato dopo aver ricevuto il prestigioso Premio Nazionale di Pace 2004, concesso al lavoro di resistenza civile basato sulla sicurezza alimentare in periodi di massiccia offensiva militare.

“Caquetá è stata una delle zone più interessate dagli aiuti militari e antidroga degli Stati Uniti”, ha commentato Adam Isacson, studioso del Plan Colombia nel Center for International Policy, Usa.

Secondo calcoli personali, “molto prudenti”, Isacson ha osservato che “l’appoggio statunitense a operazioni nel Caquetá è costato almeno cinque milioni di dollari l’anno”, dal 2000.

Nel 1995, le comunità organizzate hanno proposto la sostituzione completa della coca nel Caguán, che ammontava a più di 19 milioni di dollari.

Il Caguán e i suoi abitanti sono stati stigmatizzati dopo aver tentato invano di intavolare dialoghi di pace tra il governo e le FARC (1998-2002).

Con le FARC ci sono stati momenti di “tensione”, hanno riferito alcuni membri dell’azienda contadina. “La soluzione è tenersi al margine, con argomentazioni”, hanno sottolineato.

Ma i soci di Chocaguán sono sfuggiti alle persecuzioni e al carcere. Anche Franzoi è stato accusato di aver consegnato 68.300 dollari alle FARC e di aver custodito armi della guerriglia nella sua parrocchia. Ma a giugno 2008 la Procura lo ha prosciolto, e poco dopo il sacerdote è tornato in Italia.

“Se non rispettano il sacerdote, rispetteranno ancora meno la gente comune”, ha commentato Montes.

L’ecclesiastico italiano, che oggi ha 66 anni, ci aveva guidati nel 2005 tra i campi di produzione del cacao, a due chilometri dal villaggio, dove vengono seminate diverse specie per ottenere semi e preservare tipi genetici, che testimoniano la ricerca di alternative per questa area dell’Amazzonia.

“Non conta né colui che semina né colui che irriga, ma Dio che permette la crescita”, diceva allora una targa di legno all’entrata del campo. Nel 2007, è stata sostituita da un’altra insegna, che recita: “Chocaguán, una scelta di vita per un’economia solidale”.©IPS