WINDHOEK, 22 maggio 2009 (IPS) – Alle cinque di domenica pomeriggio finisce un’altra giornata di lavoro per Thomas Haimbodi, un falegname impiegato nei cantieri di costruzione della sede del Ministero della terra e del reinsediamento rurale di Windhoek, in Namibia.

Lavoratori nei cantieri della China Nanjing International a Windhoek
Servaas van den Bosch/IPS
Dopo la chiusura del cantiere, Haimbodi deve aspettare insieme ai colleghi il camion che lo riporterà a Katatura, alla periferia della capitale.
“Lavoro nove ore al giorno, sette giorni a settimana”, racconta Haimbodi. “Non tutti lo fanno, ma io ho bisogno di fare gli straordinari”. I suoi capi cinesi incoraggiano orari infernali. “La proposta è un accordo informale, con una paga di poco superiore al salario abituale”. Nel caso di Haimbodi, “abituale” significa 10 dollari al giorno.
La maggior parte dei lavoratori guadagna molto di meno, ma con il 40 per cento di disoccupazione in Namibia è difficile rifiutare una qualsiasi offerta di lavoro.
Il datore di lavoro di Haimbodi, la China Nanjing International, è orgogliosa di poter offrire “costruzioni di qualità per lo sviluppo nazionale”, come recita un cartellone pubblicitario all’ingresso.
Ma le imprese edili del paese sono dovute ricorrere, senza successo, al tribunale, per reclamare un appalto di 8,7 milioni di dollari che ritenevano fosse stato ingiustamente assegnato a Nanjing.
”Le imprese statali cinesi debilitano le compagnie locali perché violano le normative sul lavoro”, spiega Herbert Jauch dell’Istituto di ricerca e risorse del lavoro della Namibia. Jauch è co-editore di uno studio di prossima pubblicazione sugli investimenti cinesi in Africa e sul loro impatto sulle condizioni di lavoro.
Gli effetti collaterali della politica del “guardare ad Oriente” adottata da molti paesi africani sono allarmanti, secondo il dossier.
Altri dieci paesi sub-sahariani hanno partecipato allo studio della Rete africana di ricerca sul lavoro. “Nel 2008, la maggior parte delle imprese edili cinesi in Namibia hanno pagato agli operai circa 35 centesimi di dollaro l’ora, mentre il salario minimo nazionale per l’industria è di un dollaro”, segnala il rapporto.
Secondo Jauch, oltre il 70 per cento dei grandi progetti di costruzione del paese è gestito da imprese cinesi. “Spesso non hanno i documenti necessari, come certificazioni di pari condizioni di lavoro, ma anche così gli concedono appalti importanti”, ha spiegato.
I ricercatori africani lamentano la perdita di posti di lavoro a causa dell’impiego di molti lavoratori cinesi nei progetti di costruzione del continente, così come la concorrenza di prodotti cinesi importati venduti a basso costo nei negozi della città.
”La Cina ha dato importanza tanto ai benefici politici quanto a quelli economici, definendosi un socio economico attraente e un amico politico”, scrivono i ricercatori.
”Per i governi africani, questo ha rappresentato un’alternativa al ‘Consenso di Washington’, ed è stata chiamata ‘Consenso di Pechino’; ovvero, un sostegno senza interferenze negli affari interni”, aggiungono.
Gli investimenti cinesi in Africa si concentrano sui settori dell’energia, minerario, manifatturiero, edile, delle vendite al dettaglio, e sul settore finanziario, rivela lo studio. I principali paesi analizzati sono Sudafrica, Egitto, Nigeria e Ghana.
La Cina è il terzo principale socio commerciale del continente, dopo Stati Uniti e Francia. Ma l’Africa concentra appena il tre per cento degli investimenti diretti esteri del gigante asiatico.
”C’è un sistema diffuso di pratiche di lavoro ingiuste, mancato adeguamento alla normativa locale, violazione delle convenzioni internazionali, delle pratiche bancarie e delle regole del mercato internazionale, oltre ai bassi salari e alla totale assenza di contratti e indennità”, ha detto Jauch.
La Cina offre ai governi incentivi per aprire le porte ai suoi investimenti. La Namibia, per esempio, ha un volume di scambi di 400 milioni di dollari con la Cina, e per di più il presidente cinese Hu Jintao ha concesso al paese africano un prestito di 100 milioni di dollari, e una linea di credito di 72 milioni di dollari.
In cambio di questi aiuti allo sviluppo, segnala Jauch, il governo cinese ottiene facile accesso ai mercati africani – una cosa di cui adesso ha bisogno più che mai.
”La disoccupazione in Cina, inasprita dalla crisi creditizia, ha spinto il governo ad inviare molti suoi lavoratori all’estero”, spiega Jauch. “E gli operai cinesi spesso guadagnano più dei loro colleghi africani”.
Lo studio del caso della Namibia riporta diverse testimonianze sul trasferimento di prigionieri cinesi nei cantieri africani.
”Per noi è difficile trovare un impiego nel settore pubblico, mentre i cinesi inviano barche con container pieni di prigionieri per lavorare qua”, ha confermato un portavoce di Oshiwambo, proprietario di un’impresa edile.
Nell’impresa di costruzioni per cui lavora Haimbodi ci sono 15 responsabili dei lavori, tutti cinesi. “La comunicazione è un grosso problema”, lamenta. “È un misto di cattivo inglese e di gesti manuali. Certo, poi ci insultano nella loro lingua, ma noi capiamo il messaggio”.
Haimbodi e i suoi colleghi lamentano bassi salari, assenza di sindacati, rapporti di lavoro tesi e mancanza di attrezzature di sicurezza sul lavoro”. “Gli operai lavorano con i sandali ai piedi”, segnala Haimbodi.
Hou Xue Cheng ha un negozio nel quartiere cinese dell’area industriale di Windhoek, dove vende frutta e verdura coltivata nella sua azienda agricola alla periferia della capitale. Ci spiega che i suoi 20 impiegati guadagnano circa 50 dollari al mese. “Loro sono contenti”, ha insistito.
La Namibia non ha nessuna legge sul salario minimo nazionale.
Hou non ci fa nessun contratto. “I lavoratori spesso rubano, è un grosso problema. Ho dovuto assumere delle guardie per la sicurezza. Se i lavoratori hanno un contratto poi possono denunciarmi alla commissione del lavoro. E io non voglio questo. Se rubi, sei fuori. È semplice”, ha spiegato.
Oltre alle verdure, il negozio di Hou vende di tutto, dai prodotti per capelli all’alcol, tutto etichettato in cantonese e ordinatamente impilato su interminabili file di scaffali.
Hou Xue Cheng pensa che i namibiani siano poco produttivi. “Il fine settimana se ne vanno presto, ma noi restiamo qua, sette giorni alla settimana, fino alle otto di sera. La gente lavora durante la settimana, e nel week-end vuole fare acquisti”, osserva.
Ma secondo Jauch, nel 2007 la Banca mondiale ha stabilito che i lavoratori della Namibia hanno un’ottima performance.
Il fatto che i prodotti e i servizi cinesi abbiano un accesso praticamente illimitato ai mercati africani è “incongruente”, alla luce dei difficili negoziati in vista di un accordo di cooperazione economica con l’Unione europea (EPA), sostiene Jauch.
”Ciò che viene venduto nell’ambito degli scambi Sud-sud è, di fatto, un enorme sfruttamento. I cinesi hanno l’opportunità di giocare in posizione di vantaggio”.© IPS

