CITTÀ DEL MESSICO, 12 marzo 2009 (IPS) – Il Messico ha annullato questa settimana il veto imposto nel 1999 alla coltivazione sperimentale di mais transgenico nel paese, culla della graminacea che ha profondamente plasmato la sua stessa cultura. I giganti della biotecnologia hanno già presentato 12 progetti e annunciato investimenti per 382 milioni di dollari fino al 2012.

Mauricio Ramos/IPS
Mauricio Ramos/IPS
La luce verde alla sperimentazione, data dal governo del conservatore Felipe Calderón mediante un regolamento esecutivo entrato in vigore lunedì scorso, ha suscitato l’indignazione di attivisti e agricoltori che si oppongono al mais transgenico.
La misura, secondo questi gruppi, porterebbe a consolidare il dominio delle multinazionali che controllano il mercato globale delle sementi modificate, mettendo in serio pericolo la ricchezza genetica della graminacea autoctona, addomesticata nel paese più di 9mila anni fa, e considerata sacra da contadini e indigeni.
“Gli attivisti volevano decidere per tutti gli agricoltori messicani, rifiutando le sperimentazioni”, ma si è imposta la ragione, ha detto Fabrice Salamanca, direttore di Agrobio México, che rappresenta le multinazioinali della biotecnologia con sede nel paese: Bayer, DuPont, Monsanto, Syngenta e Dow.
Secondo Salamanca, gli investimenti delle imprese per la sperimentazione, la ricerca e la creazione di infrastrutture, sono già pronti. “Speriamo che in agosto daranno il via alle prime autorizzazioni per partire con il progetto”, ha auspicato.
Le 12 domande per la sperimentazione provengono dagli stati del nord del Messico, dove si concentra la coltivazione agroindustriale del mais, con semi commerciali ibridi o migliorati mediante incroci.
“Non è arrivata nessuna richiesta di sperimentazione dagli stati del Sud, dove il mais viene coltivato per l’autoconsumo con le varietà autoctone, e dove si trova la ricchezza genetica delle varietà tradizionali”, ha detto Salamanca.
“Nessuno è contrario a proteggere le varietà autoctone, al contrario, crediamo che debbano esistere programmi per sostenere chi le coltiva. Noi lavoreremo con i produttori industriali, un settore dove coltivare i semi transgenici ha un senso”, ha aggiunto il direttore di Agrobio México.
La normativa indica che gli appezzamenti destinati alle colture sperimentali non potranno superare i due ettari di superficie, dovranno mantenersi ad una distanza minima di 200 metri da altre coltivazioni, e avere barriere perimetrali naturali, come gli alberi.
Verranno inoltre eliminate le spighe da ogni pianta, per evitare la diffusione del polline nell’aria. Alla fine, dopo una attenta valutazione scientifica della coltivazione e del raccolto, i chicchi prodotti dovranno essere bruciati.
Le multinazionali sperano che gli esperimenti dimostrino il presunto valore dei loro prodotti e che, entro un anno o più, si dia il via libera alle piantagioni commerciali.
Alle diverse varietà di mais transgenico sono stati incorporati nuovi geni, anche di altre specie, per renderle resistenti a determinati organismi infestanti o agli erbicidi, aumentare la loro produttività o adattarle a diverse condizioni di coltivazione.
Secondo Miguel Colunga, leader del Frente Democrático Campesino de Chihuahua, stato del nord messicano, “il governo ha commesso un terribile errore, dando il via alla sperimentazione, perché ha messo a rischio la biodiversità e la sovranità alimentare” del paese.
Il Frente, che fa parte dell’alleanza di organizzazioni ambientaliste e contadine “Sin maíz no hay país” (senza mais non c’è paese), porterà avanti mobilitazioni contro i permessi che autorizzino le coltivazioni sperimentali. “Potremmo anche bruciare i terreni”, ha avvertito.
Il 6 marzo, il governo ha approvato un decreto che riforma e aggiunge nuove disposizioni alla Legge sulla biosicurezza, approvata nel 2005. La nuova normativa autorizza coltivazioni sperimentali di mais transgenico previa autorizzazione dei progetti.
Per di più, i ministeri dell’agricoltura e dell’ambiente promuoveranno “la conservazione in situ delle varietà e razze di mais locale e dei suoi parenti selvatici attraverso programmi di sussidi o altri meccanismi per la conservazione della biodiversità”, si aggiunge nella normativa. Si stabilisce inoltre che “previa concessione del permesso alla sperimentazione, (l’autorità) dovrà verificare che per l’organismo che si vuole autorizzare non esista una varietà convenzionale alternativa”.
Indica inoltre che “nei casi in cui le autorità stabiliscano la presenza non autorizzata di materiale geneticamente modificato in razze, varietà e parenti selvatici di mais, dovranno creare delle misure per eliminare, controllare o limitare la loro presenza”.
L’attivista Silvia Ribeiro, portavoce in America Latina del non governativo Grupo de Acción sobre Erosión, Tecnología y Concentración, crede che il governo di Calderón “abbia interpretato in modo distorto la legge in modo da permettere la sperimentazione, e tutto per le pressioni delle multinazionali”.
La Legge sulla biosicurezza, da poco adottata nel 2008, stabilisce che le autorità applichino un regime speciale alle coltivazioni di mais. E invece, “hanno emesso disposizioni normative di livello inferiore, che nessuno rispetterà”, ha sostenuto Ribeiro.
Nonostante i divieti sulle coltivazioni di mais transgenico, dal 2001 si ritrovano periodicamente tracce di queste varietà in alcune piantagioni, anche a sud, dove si piantano semi non commerciali. Le ricerche proseguono in alcuni casi, ma quasi mai vengono portate a termine.
Ribeiro e Colunga hanno accusato i soci di Aerobio di aver corrotto alcuni grandi agricoltori del nord del paese perché sostenessero le richieste per la sperimentazione. “Le imprese hanno fatto pressioni di ogni tipo”, ha denunciato Ribeiro.
“So che qualcuno ha coltivato mais transgenico illegalmente a Chihuahua, su richiesta delle stesse imprese, per cui il governo non ha avuto altra scelta che accettarlo”, ha affermato Colunga.
I grandi produttori del nord, riuniti in organizzazioni come Agrodinámica Nacional, hanno richiesto autorizzazioni per coltivare mais transgenico sostenendo che in questo modo avrebbero potuto produrne di più e di migliore qualità.
Il Messico ha una produzione annuale di 21 milioni di tonnellate di mais, su una superficie di circa 8,5 milioni di ettari. Più di tre milioni di contadini, per la maggior parte poveri, lo coltivano utilizzando semi autoctoni o migliorati con metodi tradizionali, ma ci sono anche grandi imprese dedite alla coltivazione del granturco. Il paese non è riuscito a soddisfare la domanda interna di mais, alimento base della cucina messicana, e importa dagli Stati Uniti circa 10 milioni di tonnellate annuali, soprattutto di mais giallo, utilizzato per l’alimentazione degli animali da cortile.
È proprio questa varietà che più interessa le multinazionali della biotecnologia, e sulla quale vogliono portare avanti le sperimentazioni. Negli Stati Uniti, dove si coltivano varietà sia transgeniche che tradizionali di mais, la graminacea occupa circa 32 milioni di ettari, e la sua produzione annuale supera di oltre 15 volte quella del Messico.
Il rappresentante delle imprese, Salamanca, ha assicurato di non aver mai corrotto né fatto pressioni sugli agricoltori, né sul governo. Queste accuse sono fantasiose, e “generano un falso dibattito”, alimentato dagli attivisti che “dicono di parlare a nome di tutti gli agricoltori, ma non è vero”, ha dichiarato.
I semi migliorati, transgenici, si diffondono perché questo è ciò che vogliono gli agricoltori, perché ne traggono beneficio, e non ci sono prove che causino problemi alla salute o all’ambiente, ha segnalato Salamanca.
Esistono tuttavia esempi documentati di organismi transgenici potenzialmente pericolosi. Negli Stati Uniti, la varietà Starlink è stata ritirata dal mercato nel 2000, dopo che si erano verificati alcuni casi di allergia tra i consumatori.
E la varietà transgenica MON-863, brevettata dalla Monsanto, ha provocato danni nei topi durante gli esperimenti.
Ma non ci sono dati certi. Alcuni scienziati approvano le coltivazioni transgeniche, mentre altri le disapprovano.
Secondo Ribeiro, la decisione del governo messicano non è stata una sconfitta del movimento sociale, “ma un’imposizione risultata dalle pressioni e dai tentativi di corruzione delle multinazionali”.
Greenpeace, alcune organizzazioni contadine e un gruppo di ricercatori nazionali della “Unión de Científicos Comprometidos con la Sociedad”, hanno organizzato negli ultimi anni diverse mobilitazioni e dibattiti per opporsi al mais transgenico.
Le multinazionali, sostengono, mantengono gli agricoltori in una sorta di schiavitù, costringendoli per contratto a coltivare solo i loro semi originali, ed impedendogli di conservare gli esemplari migliori di un raccolto per la semina successiva, una pratica ancestrale dell’agricoltura umana per il miglioramento delle coltivazioni.
Ma ciò che più li preoccupa è che le varietà transgeniche, una volta liberate nell’ambiente, potrebbero compromettere la diversità biologica del mais autoctono, rischiando di alterare l’intera biodiversità del paese.

