BANGKOK, 9 marzo 2009 (IPS) – Come se le rigorose leggi di lesa maestà del paese non fossero già abbastanza dure, la polizia tailandese ha a disposizione un’altra arma per censurare la libertà d’espressione: la legge sui reati informatici.
Venerdì scorso, il paese del Sud-est asiatico ha subito una nuova minaccia alla libera espressione, quando la polizia ha fatto irruzione negli uffici di Bangkok del “Pratachai”, un popolare sito web di notizie alternative, per arrestare la sua editor, Chiranuch Premchaiporn.
La donna era accusata di aver violato l’articolo 15 di questa legge, entrata in vigore nel 2007, quando il paese era stretto nella morsa della giunta salita al potere con il colpo di stato del settembre 2006.
Secondo la legge, i moderatori di siti web come Chiranuch rischiano l’arresto se il loro sito pubblica messaggi che possano “minare la sicurezza nazionale” e che non vengano immediatamente ritirati. Qualsiasi commento che offenda l’immagine della monarchia del paese, in quanto atto di lesa maestà, viene visto sotto questa luce.
Il motivo dell’arresto, un commento pubblicato sulla ‘bacheca web’ del Pratachai il 15 ottobre 2008: la polizia ha accusato il sito web di aver pubblicato sul proprio sito il commento, giudicato offensivo nei confronti della famiglia reale, e di averlo tenuto on-line per 20 giorni.
“Era un lungo commento (in tailandese) denso di metafore. Non era chiaro se nel messaggio si stesse effettivamente violando la legge di lesa maestà”, ha commentato Chiranuch, di 42 anni, che per il momento è stata rilasciata su cauzione.
“Sono rimasta sconvolta quando ho saputo del mandato d’arresto. Non me lo aspettavo”, ha rivelato l’editor del sito web, lanciato nel 2004 per diffondere notizie e commenti che la stampa e i media ufficiali evitano.
“Il suo arresto ha creato tensioni nella comunità di Internet in Tailandia”, ha spiegato Supinya Klangnarong, attivista per la difesa dei diritti dei media che dirige la Thai Netizens Network, un gruppo per la tutela dei diritti degli utenti di Internet. “Se la società tailandese non può accettare la libera natura di Internet, abbiamo un grosso problema”.
“È stato davvero eccessivo fare irruzione nell’ufficio e costringerla a seguire la polizia”, ha aggiunto Supinya in un’intervista. “Non vogliamo vedere la gente andare in prigione per aver fatto uso di Internet”.
L’arresto di Chiranuch, che se giudicata colpevole rischia cinque anni di carcere, sembra l’indice di una tendenza inquietante: prima di lei, altri quattro tailandesi erano stati accusati di crimini informatici. “Erano tutti utenti Internet privati; Chiranuch è la prima moderatrice di un sito di notizie on-line ad essere incriminata”, segnala Supinya.
E non è tutto. Il ministero delle comunicazioni e dell’informazione del paese ha confermato di aver bloccato 2.300 siti web per commenti che compromettono l’immagine della famiglia reale tailandese, e altri 400 sarebbero già sulla lista della censura.
Il ministero di giustizia ha dichiarato di sottoporre a regolare controllo più di 10mila siti web, per individuare possibili attacchi contro la monarchia. E sembra che le autorità abbiano anche investito 1,28 milioni di dollari Usa per creare un firewall, un sistema di protezione informatico, e bloccare i siti web dove compaiano commenti contro la monarchia.
”Per coordinare questo sforzo, il governo ha creato una sorta di ‘stanza della guerra’: non solo controlla i siti web, ma indaga sulle persone che inseriscono commenti offensivi per riuscire a scovarle”, ha spiegato una fonte interna all’operazione, escogitata per dare più vigore alla legge sui crimini cibernetici.
C’è poco da meravigliarsi se il clima di terrore e censura che si sta diffondendo sempre più nel paese ha scatenato una forte protesta. Il 4 marzo, oltre 50 studiosi internazionali hanno lanciato un appello chiedendo di mettere fine agli “abusi della legge di lesa maestà”, che “hanno portato al deterioramento delle libertà civili fondamentali”.
”Basta con le misure sempre più oppressive contro individui, siti web e contro la pacifica espressione di idee”, hanno scritto in una lettera indirizzata al primo ministro tailandese Abhisit Vejjajiva. “Accusare giornalisti, accademici e altri cittadini per le loro opinioni e azioni solo in base all’accusa che recherebbero offesa alla famiglia reale impedisce ogni possibile dibattito su temi pubblici fondamentali”.
”La legge di lesa maestà è stata male interpretata ed abusata”, ha dichiarato in una conferenza stampa via Internet Thongchai Winichakul, un accademico tailandese che vive negli Stati Uniti e coordina la campagna. “Le autorità tailandesi credono che la risposta sia la repressione totale”.
Gli studiosi che hanno aderito all’iniziativa provengono da Australia, Gran Bretagna, Hong Kong, India, Italia, Olanda e Stati Uniti. Tra loro, figure mondiali di spicco come Noam Chomsky, e riconosciuti accademici tailandesi come Charles Keyes.
Prima che venisse approvata la legge sui crimini informatici per proteggere l’immagine della monarchia, da cento anni la legge di lesa maestà serviva allo scopo. Chi veniva riconosciuto colpevole di insulti o diffamazione contro la monarchia tailandese con le parole o con i fatti poteva incorrere in una pena fino a 15 anni di reclusione.
Dopo il colpo di stato del settembre 2006, il paese ha visto aumentare le denunce per lesa maestà. Sotto accusa sono finiti: un noto filosofo buddista, un ex portavoce governativo, un corrispondente della BBC e due attiviste politiche donne.
A febbraio, un’altra vittima di questa legge, Giles Ungpakorn, ha lasciato il paese per rifugiarsi in esilio in Gran Bretagna. Giles, che era uno scienziato politico presso l’Università Chulalongkorn di Bangkok, era stato incriminato per diffamazione della monarchia, in un libro che aveva scritto dopo il colpo di stato del 2006, “Il 18esimo putsch in Tailandia”.
Questa forma di censura, che fa della Tailandia un caso più unico che raro, non è passata inosservata dagli organismi internazionali che vigilano sul rispetto dei diritti dei media. “Le autorità tailandesi continuano a reprimere ogni offesa percepita contro la famiglia reale, in particolare contro il re ottantenne Bhumibol Adulyadej”, osserva la Commissione per la tutela dei giornalisti (CPJ) nel suo report annuale “Attacchi alla stampa 2008”.
”La Tailandia continua a tenere in piedi una delle leggi di lesa maestà più severe al mondo”, ha dichiarato la CPJ, con sede a New York. “La polizia tailandese ha anche avviato delle indagini sui siti web con contenuti che secondo le autorità sarebbero potenzialmente offensivi nei confronti della monarchia”.

