ROMA, 20 febbraio 2008 (IPS) – Un nuovo presidente alla guida del Fondo internazionale per lo
sviluppo agricolo delle Nazioni Unite che avverte: continua a
crescere la presenza delle donne in agricoltura – ma non la loro
voce.

Aumenta il numero delle donne contadine nel mondo, ma restano fuori dalle statistiche.
IFAD
Potrebbe essere una delle sfide di Kanayo F. Nwanze, nominato martedì a Roma dai rappresentanti dei 165 paesi membri dell’organizzazione delle Nazioni Unite che finanzia lo sviluppo agricolo.
Il tema delle donne in agricoltura è alla base di molte attività dell'IFAD, insieme al vertiginoso aumento dei prezzi e al cambiamento climatico.
Secondo gli esperti dell’IFAD, gli ultimi dieci anni hanno visto crescere di un terzo la percentuale delle donne impegnate nel settore agricolo, e del 10 per cento nelle attività affini. Difficile stabilire il numero complessivo di donne dedite all’agricoltura nel mondo, ma se si guarda all'Africa il 30 per cento delle aziende agricole familiari risulta guidato da donne.
Ma il loro lavoro spesso non viene riconosciuto. “Nei paesi in via di sviluppo, le donne svolgono la maggior parte del lavoro agricolo, anche se il loro ruolo resta invisibile, non riconosciuto e assente dalle statistiche”, spiega Annina Lubbock, esperta di genere dell’IFAD. “Eppure in Africa, per esempio, contribuiscono per il 60-80 per cento all’intera produzione alimentare”.
Secondo Lubbock le donne si trovano a dover affrontare tutti gli ostacoli che normalmente colpiscono i piccoli proprietari agricoli – difficoltà di accesso al credito, ai servizi, mancanza di risorse per nuovi investimenti, scarse infrastrutture e mercati deboli; ma a questi vanno aggiunte una serie di altre difficoltà che le colpiscono in quanto donne.
“Hanno un enorme carico di lavoro, perché devono combinare l’attività produttiva con quella domestica e con la cura della famiglia”, spiega Lubbock. “Non hanno accesso alla proprietà, non hanno accesso ai servizi di assistenza”, ad informazioni fondamentali, come i prezzi standard dei prodotti o le nuove varietà di semi, o a una formazione adeguata sull’utilizzo di nuove tecnologie.
Una delle ragioni della mancanza di voci femminili è che le donne sono scarsamente rappresentate nelle organizzazioni di agricoltori e produttori, spiega Lubbock. “Vengono ascoltate a livello della base, ma non ai livelli più alti”.
Alcuni gruppi stanno lavorando per cambiare la situazione. “Quello che facciamo noi per far sentire la voce delle donne è dare loro la possibilità di agire”, dice Estrella Penunia, segretario generale dell'Associazione agricoltori asiatici per uno sviluppo rurale sostenibile (Asian Farmers Association for Sustainable Rural Development). “Significa assegnare alle donne almeno il 30 per cento dei posti nelle strutture organizzative nei consigli, e nella formazione”.
L’associazione, con sede nelle Filippine, riunisce nove organizzazioni di agricoltori in otto diversi paesi asiatici, che rappresentano circa dieci milioni di agricoltori. Nelle Filippine e in Corea, le donne hanno le proprie organizzazioni indipendenti che lavorano fianco a fianco con altre associazioni di agricoltori, ha spiegato Penunia. “Fanno pressione sui governi perché rispondano ai loro bisogni, riguardo al credito, al capitale, all’accesso alle risorse, e collaborano da vicino con i loro colleghi uomini delle organizzazioni agricole per fare azione di lobby”.
Nelle Filippine, il 5 per cento dei budget di governo a livello nazionale e locale viene stanziato per i problemi dello sviluppo legati al genere. “Ma abbiamo dovuto combattere”, assicura Penunia. “Se non ci fossimo battute, i soldi sarebbero andati in sale da ballo, ricevimenti o qualsiasi altra cosa, in nome delle tematiche di genere. Ma le donne contadine sono lì per chiedere ai governi di investire sull'agricoltura, la formazione.. sono organizzate per fare lobby, per dialogare e negoziare discutendo le politiche con i loro governi”.
Una battaglia analoga riguarda i diritti sulla terra. “Quando il governo assegna lai proprietà sui terreni, i certificati riportano solo il nome degli uomini; le organizzazioni femminili agricole hanno insistito per avere anche i nomi delle donne, e alla fine ha funzionato”.
Anche l’India sta promuovendo la partecipazione delle donne nel dialogo politico. “Il sistema di governo decentralizzato sta rafforzando i governi locali, che adesso possono prendere decisioni sulle risorse, e il sistema delle quote permetterà alle donne di partecipare negli organismi decisionali decentralizzati”, ha spiegato Eija Pehu, del dipartimento agricoltura e sviluppo rurale della Banca mondiale. Pehu ha segnalato il recente avvio di un programma della Banca mondiale per 200 milioni di dollari a sostegno dei piccoli proprietari agricoli nello stato indiano dell’Andhra Pradesh, che non aveva inizialmente nessuna particolare indicazione di genere. “Ma poi la leadership di governo ha realizzato la presenza di moltissimi gruppi di autosostegno gestiti dalle donne, e riuniti per coordinare centri comunitari di gestione dei prodotti agricoli come cereali, ortaggi e frutta. “Perciò il programma la Banca mondiale ha cominciato a coinvolgere in modo specifico le donne”.
Il quadro appare meno positivo nel continente africano, dove le barriere per le donne impediscono ancora l’accesso alla terra, alle risorse e alle tecnologie, secondo uno studio condotto nel 2008 dall’International Centre for Research on Women (ICRW). In Uganda, la maggior parte dei lavoratori agricoli sono donne, eppure possiedono solo una piccola parte della terra. In Gambia, meno dell’uno per cento delle donne possiede una macchina seminatrice, o altri attrezzi di lavoro.
Nel Burkina Faso, lo studio ha riscontrato che le donne hanno un minore accesso ai servizi di assistenza perché possiedono quote di terra troppo piccole e perché la loro voce in politica non è abbastanza forte per chiederli.

