LIBRI-IRAQ: L’abbiamo fatta a pezzi

MARFA, Texas, 18 settembre 2008 (IPS) – A parte il popolo iracheno, nessuno può sapere che cosa sta facendo l’esercito statunitense in Iraq meglio dei soldati stessi. Un nuovo libro offre un resoconto vivido e dettagliato della devastazione provocata dall’occupazione americana nel paese, nelle parole dei soldati che l’hanno vissuta.

Bob Haynes/IPS Bob Haynes/IPS

Bob Haynes/IPS
Bob Haynes/IPS

“Winter Soldier Iraq and Afghanistan: Eyewitness Accounts of the Occupation,” pubblicato martedì scorso da Haymarket Books, presenta una cronaca storica lacerante di ciò che l’esercito americano ha fatto in Iraq, e di quello che i soldati hanno fatto.

Scritto dall’associazione Veterani dell’Iraq contro la Guerra (IVAW, Iraq Veterans Against the War) e dal giornalista Aaron Glantz, il libro è una raccolta delle udienze di Silver Spring, Maryland, realizzate tra il 13 e il 16 marzo 2008 presso il National Labour College.

“Ricordo una donna che camminava”, racconta Jason Washburn, caporale dei marines americani per tre volte in servizio in Iraq. “Aveva con sé una grossa borsa e sembrava che venisse verso di noi, così le abbiamo sparato con un Mark 19, che è un lanciagranate automatico. Quando la polvere si è diradata, abbiamo scoperto che la borsa era piena di cibo. Voleva portarci da mangiare, e noi l’abbiamo fatta a pezzi”.

Washburn ha testimoniato davanti ad una giuria che discuteva le regole di ingaggio in Iraq, e di quanto fossero morbide, al punto da essere in realtà inesistenti.

”Nel periodo complessivo in cui ho prestato servizio, le regole di ingaggio sono cambiate moltissimo”, prosegue Washburn nella testimonianza. “Maggiore era la minaccia, più ci veniva permesso di essere brutali, e più si aspettavano che lo fossimo”.

La sua testimonianza carica di emozione – come tutte quelle riportate nel libro che ha seguito il lavoro della commissione concentrandosi sugli aspetti di disumanizzazione, le testimonianze dei civili, il sessismo tra i militari, l’assistenza sanitaria per i veterani e il crollo emotivo dell’esercito – ha sollevato questioni che si sono ripresentate di continuo tra molti veterani.

”Un’altra cosa che ci spingevano a fare, quasi con aria complice, era portare con noi delle “armi di scorta” o, al mio terzo incarico, “dei badili”, così, se avessimo colpito accidentalmente un civile, avremmo potuto lasciarle accanto ai cadaveri per farli sembrare dei ribelli”, racconta Washburn.

Il volume racconta quattro giornate di testimonianze dolorose, difficili da leggere. Una pagina dopo l’altra, scorrono le storie devastanti dei soldati sui fatti avvenuti in Iraq.

C’è di tutto, dalle foto che ritraggono le persone uccise come “trofei”, alla tortura e al massacro di civili.

”Stiamo cercando di costruire un archivio storico di ciò che continua ad accadere in questa guerra, è di che cos’è veramente la guerra”, ha detto Glantz all’IPS.

Hart Viges, membro dell’82esima Divisione Airborne dell’esercito che ha servito un anno in Iraq, racconta degli ordini che riceveva via radio.

”Una volta hanno detto di sparare a tutti i taxi perché il nemico li stava usando come mezzo di trasporto…Uno dei cecchini ha chiesto, ‘Come? Ho capito bene? Colpire tutti i taxi?'”. Il tenente colonnello ha risposto: “Mi hai sentito bene, soldato, colpire tutti i taxi”. Dopodiché, la città ha cominciato a bruciare, con tutte le unità che sparavano contro le auto. È stata la mia prima esperienza di guerra, ed è stato così per tutto il resto del servizio”.

Vincent Emanuele, un tiratore che ha trascorso un anno nella zona di al-Qaim vicino al confine siriano, ha parlato dei fiumi di proiettili scaricati sulla città senza obiettivi precisi, dei veicoli humvee che passavano sopra i cadaveri e si fermavano per scattare foto dei corpi come trofeo. “Un’operazione che avveniva piuttosto spesso in Iraq era quella di sparare a caso alle macchine di passaggio”, ha ricordato. “Non erano episodi isolati, ed è stato così per quasi tutti gli otto mesi del nostro servizio lì”.

Kelly Dougherty, direttrice esecutiva di IVAW, attribuisce il comportamento dei soldati in Iraq alle politiche del governo americano. “Gli abusi commessi durante le occupazioni non sono assolutamente il risultato del cattivo comportamento di ‘poche mele marce’, ma sono la conseguenza della politica del nostro governo in Medio Oriente, elaborata tra le più alte sfere del potere statunitense”, ha spiegato.

Sapere questo, però, non serve ad attenuare la devastazione emotiva e morale dei fatti riportati.

“Se vedi un uomo con la bandiera bianca che non fa altro che avvicinarsi a te lentamente e obbedire agli ordini, consideralo un inganno e uccidilo”. Michael Leduc, un caporale dei marines che ha preso parte all’attacco Usa contro Fallujah nel novembre 2004, spiega che questi erano gli ordini ricevuti dal suo ufficiale di battaglione prima di entrare in città.

Ci troviamo di fronte ad una importante pubblicazione, soprattutto per gli Stati Uniti, poiché le testimonianze del Winter Soldier non sono state riportate da nessuno dei principali media, a parte il Washington Post, che ha pubblicato un solo articolo sull’evento, sepolto tra le pagine dell’edizione gratuita per la metro.

New York Times, CNN e i canali televisivi ABC, NBC e CBS lo hanno completamente ignorato.

Questo è particolarmente importante alla luce del fatto che, come ha dichiarato l’ex marine Jon Turner, “ogni qualvolta avevamo un giornalista embedded, le nostre azioni cambiavano completamente. Non ci comportavamo come facevamo di solito. Ci adeguavamo alla situazione, e facevamo ogni cosa come da manuale”.

”Per me è come tracciare un quadro di che cos’è davvero la guerra”, ha aggiunto Glantz, “perché qui negli Stati Uniti abbiamo una visione molto ripulita della guerra. Ma la guerra non è altro che un gruppo di persone armate che uccidono un mucchio di altre persone. Ed è questa l’immagine che avrà la gente leggendo le testimonianze dei veterani… il vero volto della guerra”.

Dal libro emerge l’aspetto disumano degli stessi soldati, nelle testimonianze degli atti di sessismo, razzismo e la disgrazia dei veterani al loro rientro a casa, nella loro battaglia per ricevere assistenza dall’Amministrazione per i veterani (Veterans Administration).

Sono molte anche le testimonianze degli atti disumani contro il popolo iracheno. Brian Casler, caporale dei marines, racconta ciò che ha visto durante l’invasione dell’Iraq.

”…Ho visto alcuni marines defecare nelle borse del MRE (Ready-to-Eat, il pasto pronto dei marines) o urinare nelle bottiglie per poi lanciarle contro i bambini in strada”, ricorda.

Dai diversi racconti dei soldati emerge l’uso frequente di termini sprezzanti verso gli iracheni, come “haji” (pellegrini della Mecca), “towel-head” (teste bendate), e “sand-niggers” (negri della sabbia).

Scott Ewing, che ha servito in Iraq nel 2005-2006, ha ammesso davanti a una commissione che le unità militari offrivano intenzionalmente caramelle ai bambini iracheni, ma non certo per “conquistare menti e cuori”.

“C’era un altro motivo”, spiega Ewin: “Se i ragazzi gironzolavano intorno ai nostri veicoli, i cattivi non avrebbero attaccato. Usavamo i bambini come scudi umani”.

Glants ammette che può risultare difficile per un cittadino medio americano leggere questo libro, e crede che sia importante tenere a mente durante la lettura che cosa ha voluto dire per i veterani offrire queste testimonianze storiche.

“Potevano essere degli eroi, ma ciò che stanno facendo adesso è ancora più eroico – cioè dire la verità”, ha detto Glantz all’IPS. “Non sono stati costretti a farsi avanti. Hanno scelto di farsi avanti”.