SVILUPPO: Sfuggire alla trappola della povertà

PRETORIA, 22 agosto 2008 (IPS) – Cos’hanno in comune una vedova del Bangladesh con un figlio sordo, un minatore dodicenne del Kirghizistan, una coppia di contadini ugandesi con dodici bambini e una collaboratrice domestica sudafricana che perde la casa quando muore il marito e il lavoro quando si rompe una gamba? Sono intrappolati, bambini compresi, nella miseria cronica, anche quando i loro paesi mostrano segni di crescita economica.

Mercedes Sayagues/IPS Mercedes Sayagues/IPS

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Mercedes Sayagues/IPS

In tutto il mondo, sono tra i 320 e i 440 milioni le persone che vivono nella povertà cronica. Una trappola cui potrebbero sfuggire con l'aiuto di cinque precise misure politiche, sostiene il secondo rapporto internazionale sulla povertà cronica 2008- 2009, presentato a luglio a Londra.

Il rapporto è stato prodotto dal Chronic Poverty Research Centre (CPRC), una partnership globale tra università, istituti di ricerca e ONG di vari paesi tra i quali Bangladesh, India, Sud Africa, Uganda e Regno Unito, finanziata dal dipartimento per lo sviluppo internazionale del governo britannico. Il centro è diretto dall’Università di Manchester e dall’Overseas Development Institute (ODI) del Regno Unito.

L’indagine inframmezza queste storie personali con analisi e identifica cinque fattori che soggiacciono alla povertà: insicurezza, cittadinanza limitata, distribuzione spaziale, discriminazione sociale e scarse opportunità di lavoro.

Per risolvere queste “trappole della povertà” si propongono reti di protezione sociale, soprattutto mediante sovvenzionamenti alle famiglie; servizi pubblici per i poveri più difficili da raggiungere; misure per combattere la discriminazione e aumentare le pari opportunità; costruzione di risorse collettive e individuali e politiche urbanistiche e migratorie strategiche.

Forse la proposta più interessante del rapporto è quella di ampliare i sistemi di welfare per garantire un reddito minimo ai poveri cronici, sia come diritto sia come via d’uscita dalla povertà. Le esperienze di Brasile, Cina, India e Sud Africa dimostrano che i sussidi sociali in denaro o in natura riducono la vulnerabilità, consentono ai poveri di impegnarsi in attività economiche più produttive e generalmente vengono spesi in modo assennato.

Secondo gli autori della ricerca, la protezione sociale ha un costo sostenibile e può essere aumentata persino in paesi relativamente poveri come hanno dimostrato il Bangladesh e l’Uganda.

Tuttavia, spesso i governi hanno dubbi sui rischi dell’assistenzialismo e sulle risorse economiche a lungo termine che esso comporta. Guadagnare il consenso sulla protezione sociale è fondamentale, afferma il rapporto, che fa appello ai leader mondiali affinché si impegnino a redigere una Strategia di Protezione Sociale Globale entro il 2010, con l’obiettivo di sradicare le forme più estreme di povertà entro il 2025. Una strategia, questa, basata sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio che puntano a dimezzare la povertà entro il 2015

Polemicamente, il rapporto sottolinea come alcuni governi che hanno affrontato con efficacia il problema della povertà – Etiopia, Uganda e Vietnam – non sono del tutto democratici. La democrazia da sola non basta a garantire politiche contro la povertà, afferma il documento. Alcuni “progetti d’élite” (un eufemismo per indicare quei regimi con tendenze autoritarie) hanno forgiato un patto sociale tra cittadini e stato, ponendo in primo piano sull’agenda politica la questione della miseria cronica. I legislatori devono cominciare “a pensare oltre il mantra contemporaneo delle elezioni democratiche e della decentralizzazione”.

Ciò significa, spiega all’IPS il direttore del CPRC Andrew Shepherd, che a volte si crea “una tensione a livello internazionale tra le iniziative volte a promuovere la riduzione della povertà… e quelle che promuovono la democrazia pluripartitica competitiva”.

“In molti casi le democrazie producono governi molto efficaci nel ridurre la povertà: basta vedere la recente esperienza del Brasile, per esempio”, aggiunge.

“Esistono anche regimi meno democratici che sono stati e sono tuttora molto efficaci nel ridurre la povertà, e la comunità internazionale deve riconoscere che parte di questa efficacia può essere dovuta anche alla natura del regime, laddove una forte connessione tra il regime e i cittadini è stata creata da un movimento popolare, che genera un “patto sociale” tra élite e poveri nell’ottica di un progetto di sviluppo nazionale.

“Cina e Vietnam sono due possibili esempi, e negli ultimi sessant’anni ce ne sono stati altri. Questo implica che la comunità internazionale dovrebbe muoversi con prudenza quando si aggiungono condizioni politiche agli aiuti o ad altri negoziati internazionali. Ovviamente questo non significa che in casi estremi (come lo Zimbabwe) la comunità internazionale non debba assumere una forte posizione politica”.

Duncan Green, direttore della ricerca presso l’ONG britannica Oxfam, trova “coraggiosa” questa analisi. “Bisogna affrontare la questione senza pregiudizi'', dice. ''Soprattutto dopo eventi traumatici, le autocrazie riescono a ricostruire i paesi con più efficacia dei governi eletti. La politica non è soltanto una conta di voti”.

Solo alcuni “progetti d’élite” sono così accurati. In paesi ricchi di mineral, come Sudan, Myanmar, Angola e Congo (Brazzaville), le élite razziano fondi attraverso sistemi fiscali non trasparenti, dirottando risorse che potrebbero alleviare la povertà. Peggio ancora, alcuni governi violentemente predatori incutono tanto terrore che i cittadini preferiscono evitare qualsiasi rapporto con lo stato, si legge nella ricerca.

In uno dei capitoli più interessanti, il rapporto analizza diversi stati. Dei 32 paesi identificati come “cronicamente svantaggiati”, 22 sono considerati stati fragili, tormentati da conflitti, guerre ed élite avide. Per stato fragile si intende uno stato che non tutela i cittadini attraverso la garanzia di legalità, servizi e infrastrutture.

“Per i donatori, il sostegno agli stati fragili dovrebbe avere altrettanta importanza della lotta al cambiamento climatico”, ha dichiarato Shepherd.

Negli stati ricchi di minerali ma poco attenti ai poveri, i donatori dovrebbero perorare iniziative per dare più potere ai cittadini e fornire assistenza tecnica per la protezione sociale, principalmente per quanto riguarda salute e istruzione, spingendo tali stati a diventare istituzioni che interagiscono in modo significativo con i poveri.

Nei paesi poveri di risorse, con governi attenti ai poveri, i donatori dovrebbero aumentare il sostegno economico, ridurre l’instabilità degli aiuti e farsi carico di gran parte dei costi legati alla fornitura di servizi essenziali e protezione sociale.

Questo, finché la crescita economica non alza il reddito di base. Col tempo, gli stati funzionali dovrebbero mettere a punto sistemi efficaci di finanze pubbliche. Chi deve pagare le tasse le paga, invece di evadere il fisco, e i poveri ne beneficiano.

La crescita economica attenua la povertà, ma un’onda montante non tiene a galla tutte le imbarcazioni, ammonisce il rapporto. La crescita da sola non reca automaticamente benefici ai poveri cronici. Vivendo in aree isolate, soffrendo di carenze alimentari e sanitarie, sfruttati nel lavoro, lontani dalla vita sociale ed economica, i poveri sono esclusi dai processi di crescita nazionale.

Le Strategie per la Riduzione della Povertà, strumento tanto decantato, hanno fallito, sostiene il rapporto. Percepite come prodotti di proprietà dei donatori, esse non tengono conto dei cronicamente poveri, mancano di una seria analisi della povertà e ignorano i temi della giustizia, della discriminazione, delle pari opportunità e della migrazione. Restano un’opportunità sprecata, afferma il rapporto, di costruire un patto sociale più equo.

Spiccano due tendenze: la drammatica riduzione del numero di poveri in Cina, e il fatto che in America Latina e nei Caraibi la povertà stia diventando urbana piuttosto che rurale. In altre parti del mondo in via di sviluppo, il 70 per cento dei poveri risiede in zone rurali, ma vista la rapida urbanizzazione del mondo, si può prevedere una svolta verso la povertà cronica metropolitana.

Ciò richiede politiche coraggiose nei confronti della migrazione e della pianificazione urbana. Invece di vedere i migranti come un problema, come tendono a fare legislatori e residenti delle aree urbane, dovrebbero essere aiutati ad acquisire una parte di benefici urbani, produttività e crescita. In aree remote, stabilire dei poli di crescita urbana può fare da volano alle economie locali.

Alla radice della povertà c’è l’impotenza. I poveri cronici hanno cittadinanza limitata e poca o nessuna voce in capitolo. La società per lo più li ignora. Eppure, i movimenti sociali – dalle cooperative alle minoranze etniche, dai contadini senza terra agli squatter metropolitani – possono influenzare le politiche pubbliche necessarie per eliminare le trappole della miseria cronica.

“I poveri cronici dei paesi in via di sviluppo non devono aspettare in eterno”, ha detto Shepherd all’IPS.