DIRITTI-ETIOPIA: Libertà di stampa ancora sotto attacco

NAIROBI, 28 maggio 2008 (IPS) – A maggio, la popolare rivista mensile etiope di intrattenimento Enku non è uscita nelle edicole come ogni mese. La polizia etiope ha sequestrato tutte le 10mila copie prima che venissero distribuite; Alemayehu Mahtemework, editore e vice redattore della rivista, è stato accusato di minacciare l’ordine pubblico e condannato a cinque giorni di detenzione, insieme ad altri tre colleghi.

Secondo Serkalem Fasil, una giornalista arrestata dal governo di Meles Zenawi nel 2005 per aver criticato la condotta delle elezioni parlamentari, l’azione di polizia contro la rivista Enku sarebbe in realtà un messaggio rivolto a tutti i media.

“La soppressione della libertà di stampa in Etiopia è forse tra le realtà più ignorate di tutta l’Africa”, ha detto Fasil, che per i suoi articoli sui presunti brogli elettorali era stata arrestata nel novembre 2005 insieme al fratello, al marito e ad altre persone accusate di genocidio e tradimento. Incinta all’epoca dell’arresto, e dopo aver dato alla luce suo figlio in cella, è stata rilasciata solo dopo 18 mesi di carcere.

Le accuse contro Alemayehu risalgono alla storia di copertina dell’edizione di Enku di maggio: un servizio speciale sull’arresto e il processo di uno dei cantanti più popolari del paese, Tewodros Kassahun. Meglio noto agli etiopi come Teddy Afro, il cantante è stato convocato in tribunale il 23 aprile, dove si è dichiarato non colpevole di omissione di soccorso in un incidente avvenuto nel novembre 2006.

Secondo Razak Adam, di un'agenzia per lo sviluppo etiope con sede a Nairobi, mentre in qualsiasi altra parte del mondo il processo a Kassahun sarebbe stata semplicemente una storia sui misfatti di un personaggio famoso, in Etiopia si pensa possa avere motivazioni politiche.

La sua musica e le sue dichiarazioni pubbliche criticano le politiche di governo, e la sua comparsa in tribunale ad aprile ha suscitato le improvvise proteste nella capitale di migliaia di suoi fan, soprattutto adolescenti. Proteste che non sono certo frequenti, in una capitale etiope sottoposta a stretti controlli.

Il 4 maggio era divampata una protesta analoga nello stadio di Addis Abeba, quando molti dei 35mila fan presenti ai XVI Campionati africani di atletica hanno cominciato a cantare lo slogan “liberate Teddy”, dopo la vittoria ai 5mila metri del corridore etiope Kenenisa Bekele.

“In Etiopia, questa storia è profondamente politica e complessa, in quanto non solo riflette l’estrema precarietà della libertà di stampa, ma solleva anche delle questioni fondamentali e finora ignorate, che stanno dividendo la società etiope”, ha detto Adam all’IPS.

Questi temi scottanti percorrono come un filo rosso il passato dell’Etiopia, ma anche il suo presente. Kassahun canta musiche e motivi che sfidano le divisioni etniche e religiose della società. Il suo successo del 2005, Yasteseryal (“redenzione” in lingua amarica) è stata usata dai partiti dell’opposizione come un inno per incitare la popolazione contro il governo del primo ministro Meles Zenawi.

Il videoclip mostra le immagini dell’imperatore etiope Haile Selassie, del Derg – il regime militare repressivo succeduto all’imperatore – e dell’attuale leadership di Zenawi; mentre i testi suggeriscono che i regimi cambiano, ma la gente continua a soffrire. Da allora, la musica di Kassahun è stata bandita da tutti i media controllati dallo stato.

Per la maggior parte dei suoi ascoltatori, tuttavia, Kassahun è un eroe. Parlando del suo processo, Mahtemework e la sua rivista dichiaratamente non politica si è attirata l’ostilità del governo.

Mahtemework spiega che Enku è stata regolarmente censurata dal suo editore, di proprietà del governo, sin da quando ha cominciato a occuparsi della musica di Teddy Afro a dicembre; ma non aveva previsto il suo arresto, né il sequestro della rivista. “Sin dal terzo numero della rivista, abbiamo subito la censura da parte dell'editore. Eravamo pronti a sentirci dire che la storia del processo a Tewodros Kassahun non avrebbe attraversato le maglie della censura, ma la confisca era totalmente inaspettata”.

Il caso di Enku fa parte di un’azione repressiva che aveva già colpito altri media indipendenti. Serkalem Fasil – arrestata nel 2005 – è stata rilasciata solo nell’aprile 2007, dopo essere stata assolta da ogni accusa. Ma tre quotidiani pubblicati dalla sua impresa, la Serkalem Publishing House, avevano già subito delle forti sanzioni, e alla fine sono stati chiusi. Seppure senza alcuna motivazione legale, il governo si rifiuta di concederle i permessi per dare vita a nuove pubblicazioni.

L’Associazione etiope dei giornalisti della stampa libera, insieme a Fasil, hanno guidato una campagna per la liberazione del redattore di Enku. Anche le organizzazioni internazionali che vigilano sulla libertà di stampa hanno subito condannato le azioni del governo contro Enku e il suo staff.

Il Comitato per la tutela dei giornalisti (CPJ) con sede a New York ha condannato l’arresto di Mahtemework; e Reporters Without Borders, un’organizzazione internazionale che combatte la censura e difende i giornalisti, ha diffuso la seguente dichiarazione: “Le autorità etiopi hanno dato un segnale molto negativo, scegliendo proprio la vigilia… della Giornata mondiale della libertà di stampa per arrestare e sequestrare l’edizione di una rivista indipendente”.

L’organizzazione ha minacciato di reinserire il primo ministro etiope Meles Zenawi nella sua lista dei “predatori della libertà di stampa”; Zenawi era stato rimosso dalla lista nel 2007, quando erano stati riscontrati alcuni miglioramenti nella libertà di stampa in Etiopia.

Nonostante il suo arresto e le accuse contro di lui, Mahtemework si dice ottimista: “Il mio umore è buono. Vogliamo continuare con le pubblicazioni, ma tutto il nostro capitale è stato investito nell’edizione mensile che ci è stata sequestrata… abbiamo le mani legate”.

L’offensiva contro Enku non può essere slegata dai più ampi problemi politici e culturali dell’Etiopia. La storia di Teddy Afro e il caso di Enku sono sintomi dell’avversione del governo anche al minimo cenno di dissenso.