BIRMANIA: La sanità in crisi già prima del ciclone

BANGKOK, 19 maggio 2008 (IPS) – Già prima che il ciclone Nargis si abbattesse sul popoloso delta dell'Irawaddi, la sanità pubblica birmana era in crisi. Lottava per sopravvivere con un lento stillicidio di fondi pubblici.

Questo disinteresse era una gentile concessione dei militari al potere in Birmania. La giunta preferisce spendere gli utili ricavati dalle abbondanti risorse naturali del paese per rafforzare un esercito forte di 400mila uomini, invece di fornire assistenza a una popolazione di 54 milioni di persone.

Annualmente alle spese militari viene destinato quasi il 40 percento del prodotto interno lordo (PIL), mentre la spesa pubblica per la sanità ammonta allo 0.3 percento.

Di conseguenza, la Birmania (o Myanmar) si trova agli ultimi posti negli indici globali di spesa sanitaria. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), questo paese del Sudest asiatico ha uno dei peggiori sistemi sanitari e si colloca solamente un gradino sopra la Sierra Leone, al centonovantunesimo posto nell'elenco dei paesi contemplati dall'indagine.

E questo in un paese dove una persona su quattro vive sotto la soglia della povertà, dove oltre un terzo dei bambini sotto i cinque anni sono sottopeso e malnutriti, e che ha l'indice di mortalità sotto i cinque anni più alto dell'Asia, secondo solo all'Afghanistan dilaniato dalla guerra.

In più, la Birmania ha uno dei tassi di diffusione di malattie mortali come malaria, tubercolosi e Hiv/Aids più alti della regione.

“L'infrastruttura sanitaria birmana è in declino da oltre vent'anni”, afferma il Dr Chris Beyrer, professore di epidemiologia presso la statunitense John Hopkins Bloomberg School of Publich Health.

“Gli ospedali sono mal equipaggiati e sottodimensionati, e il personale medico e infermieristico è talmente mal retribuito che si fa pagare dai pazienti per ogni minima prestazione che riesce a dare”.

“La Birmania ha uno dei sistemi di assistenza sanitaria maggiormente privatizzati tra i paesi in via di sviluppo: ciò significa che i pazienti devono pagare di tasca propria per quasi tutti i servizi”, ha aggiunto in un'intervista alla IPS. “Il sistema non funzionava già prima dell'uragano”.

Opinione condivisa da una dottoressa birmana che ha lavorato per sette anni presso il policlinico di Pyapon, una delle grandi città del delta colpite dal ciclone.

L'ospedale, da 100 letti, riceveva dallo stato a malapena forniture mediche come iniezioni, flebo endovenose, compresse antidolorifiche e persino bende, racconta.

“Mi davano soltanto dieci fiale di penicillina al giorno, e in ambulatorio dovevo curare 190 pazienti”, rivela la dottoressa, che oggi ha 54 anni, vive in esilio e chiede di restare anonima. “Eravamo sempre sovraccarichi di lavoro e non avevamo mai fondi sufficienti”.

E oggi, più di due settimane dopo il ciclone che ha provocato quasi 130mila vittime e ha duramente colpito 2 milioni e mezzo di persone, la dottoressa si domanda come faranno i suoi ex colleghi di Pyapon ad affrontare la colossale impresa di assistere le vittime del ciclone. “Temo per i bambini”, dice la dottoressa sospirando.

Per cominciare, i suoi colleghi dovranno fare i conti con i danni materiali agli ospedali che Nargis ha lasciato dietro di sé.

Quasi il 50 percento dei centri sanitari dei comuni rurali e il 20 percento degli ospedali principali hanno riportato danni, riferisce all'IPS la dottoressa Maureen Birmingham, rappresentante incaricato dell'OMS in Thailandia. “Nella maggior parte si è scoperchiato il tetto; in alcuni manca l'acqua corrente”.

Agenzie umanitarie internazionali come Medici Senza Frontiere (MSF) concordano. “Nelle zone in cui siamo riusciti a fare una stima, abbiamo scoperto che l'ospedale di Pyapon ha subito diversi danni strutturali ma è ancora aperto ai pazienti”, ha riferito all'IPS Phillip Humphris, direttore del programma di MSF per la Birmania.

“Nella città di Bogale, nove centri sanitari su dieci sono dati per distrutti (e) non si sa se il personale sia sopravvissuto e dove si trovi”.

Per impedire altre morti, MSF ha immediatamente inviato quattro aerei carichi di aiuti, tra cui acqua, apparecchiature sanitarie e forniture mediche. MSF, che lavora in Birmania dal 1992, sta “curando centinaia di pazienti ogni giorno” in venti diverse località su tutto il delta dell'Irawaddi, nel sudovest della Birmania.

Gli ospedali e i poliambulatori usciti indenni dal ciclone si troveranno di fronte a situazioni altamente critiche, provocate dall'esposizione di grandi quantità di popolazione a traumi fisici e psicologici, malattie infettive e malnutrizione”, aggiunge Humphris.

“Nei giorni a venire si prevede un aumento delle malattie diarroiche, delle infezioni dell'apparato respiratorio e della malaria, aggravate dalle condizioni alimentari insufficienti dovute alla mancanza di cibo”.

E si temono anche epidemie di altro tipo. Tra i rischi sanitari che minacciano gli accampamenti gremiti di sopravvissuti ci sono malattie come il morbillo e la dengue, dice Beyrer, autore di un'approfondita ricerca sul settore sanitario birmano.

“C'è anche il rischio di epidemie di peste, dato che in Birmania i roditori sono affetti da peste endemica e anche loro cercheranno il ristretto terreno asciutto dove si raccoglie la popolazione”.

Neanche queste prospettive allarmanti e la disperata necessità di aumentare gli aiuti per sostenere il fragile sistema sanitario birmano sono riuscite a smuovere la giunta militare. I generali non hanno ancora revocato le restrizioni imposte agli operatori umanitari di enti stranieri nell'accesso al territorio devastato dal ciclone. D

i conseguenza, alcune organizzazioni internazionali stimano che soltanto un quinto delle vittime abbia ricevuto l'assistenza assolutamente necessaria. “MSF è molto preoccupata del fatto che invece di concedere alle squadre di soccorso internazionale maggior accesso alle aree colpite, si registrano crescenti restrizioni imposte specificamente ai cittadini stranieri che hanno competenza nei soccorsi in caso di emergenza”, afferma Humphris.

“Considerate le dimensioni del disastro e le infrastrutture presenti nell'area, riteniamo che queste restrizioni all'accesso limitino la nostra capacità di intervenire adeguatamente”.

E se il passato può essere un indicatore, le probabilità che la giunta risponda a questi appelli per salvare la vita dei sopravvissuti al ciclone appaiono tenui.

Dopo tutto, soltanto nel 2002 un alto grado militare ha ammesso, dopo anni di smentite, che il paese stava fronteggiando una pandemia di Hiv/Aids. Ciò che ne è seguito, tuttavia, ha portato scarsi benefici alle persone affette da Hiv.

La giunta ha posto una serie di restrizioni a un importante fondo internazionale impegnato nella lotta alla malattia mortale, costringendolo a ritirarsi.

Eppure, quando si tratta delle proprie esigenze mediche, i generali birmani non si fidano del loro stesso sistema sanitario. Per curarsi volano a Singapore, come è tipico dell'uomo forte del paese, il solitario generale Than Shwe, che soffre di diabete, ipertensione e cardiopatia.

Agli inizi del 2007, l'anziano settantacinquenne si è recato in un ospedale all'avanguardia dell'opulenta città-stato per un intervento di bypass coronarico.