CAMPO PROFUGHI DI RAFAH, Gaza, 19 maggio 2008 (IPS) – Una vecchia chiave di rame nelle mani, Yousef al-Hums si prepara a raccontare di nuovo la storia della cacciata da quella che un tempo era la sua terra e adesso è Israele. Perché il sessantesimo anniversario della nascita di Israele è passato, ma l’occupazione della casa di cui al-Hums ancora conserva la chiave prosegue.

Yousef al-Hums conserva ancora la chiave di quella che una volta era la sua casa
Mohammed Omer/IPS
L’atto che ha segnato la nascita dello stato di Israele, per i palestinesi è al-Nakba, la catastrofe, la cacciata dalle proprie case e dalla loro terra. Da quell’evento sono passati sessant’anni, e il tempo continua a scorrere.
I bambini palestinesi non apprendono i fatti dai libri di storia, ma da persone come al-Hums. “Oggi non possiamo tornare alle nostre case”, spiega ai figli e alla cinquantina di nipoti radunati attorno a lui, con la chiave sollevata. “Ma voi tornerete a casa di vostro nonno nel villagio di Yebna”.
Il fatto che la casa o il villaggio non esistano più contribuisce soltanto ad accrescere l’emozione intorno alla chiave levata in aria. “Ogni giorno prego che quando morirò sia sepolto nella mia terra a Yebna”, dice. “Quelli sono stati i giorni più belli della mia vita. Nel nostro villaggio si aiutavano tutti l’uno con l’altro”.
Al-Hums si sposò nel 1947 a quindici anni. Poi, nel maggio del 1948, tutto cambiò.
“Erano circa le due del mattino. Fummo costretti a scappare tutti dopo aver saputo che l’Haganah (una forza armata ebraica dell’epoca) aveva invaso il nostro villaggio”. Come altri, si rifugiò con la moglie a Gaza, unica via di fuga rimasta. Sopravvisse a stento, racconta, mostrando alcune cicatrici sulla mano che attribuisce all’attacco di un elicottero britannico in appoggio ai reparti ebraici.
Oggi, la sua casa è il campo profughi di Yebna, a Gaza, dove vive con due mogli, sette figli e molti nipoti.
È tornato nella vera Yebna due volte, la prima nel 1976 e la seconda nel 2000. L’ultima volta, racconta, non era rimasto più niente della fattoria che aveva conosciuto. “Avevano portato via tutto e c’erano solo macerie”. Eppure conserva ancora la chiave, a sostegno della sua storia. E agli occhi dei bambini appare come un’esortazione a rivendicare la propria terra e la propria eredità.
Non esiste quasi nulla che sia assimilabile a una storia unica dei fatti di sessant’anni fa: soltanto versioni molto diverse, raccontate dalle due parti. Nel racconto di al-Hums, Yebna era una delle 675 città e villaggi distrutti dalle forze armate ebraiche. In seguito furono ricostruite come città israeliane o ricoperte con piantagioni d’albero.
I preparativi per l'espulsione erano cominciati già da tempo, racconta al-Hums ai bambini raccolti attorno a lui. “All’inizio i gruppi ebraici venivano a casa nostra come ospiti”, dice. “Alcuni dormivano nel nostro grande palazzo a due piani”. Poi arrivarono le offerte per comprare terra palestinese a cifre ben inferiori al prezzo di mercato. Alcuni vendettero, mentre gli altri alla fine vennero allontanati a forza dalla loro terra e costretti a lasciare le proprie case. Da un giorno all’altro, famiglie benestanti divennero profughi.
Ciò che non è in dubbio è il numero altissimo di palestinesi costretti ad abbandonare le proprie abitazioni: secondo stime palestinesi, circa 750 mila. Molti di loro ormai vedono crescere una quarta generazione nei campi profughi.
I palestinesi rimasti si trovarono ad affrontare discriminazioni, umiliazioni e miseria. In gran parte continuano ancora oggi.
E continua anche l’incapacità dei paesi arabi di lottare per i palestinesi, per vie diplomatiche o con altri mezzi.
Nel 1948 una forza armata araba composta da Egitto, Giordania e Siria non poteva competere con le forze ebraiche, che avevano un forte sostegno britannico e statunitense, allora come oggi.
La storia di al-Hums, e altre simili raccontate continuamente da una famiglia di profughi palestinesi all’altra, ha una valenza forte, perché i palestinesi vedono aumentare giorno dopo giorno le forze a loro contrarie. Le storie raccontano tutte di una vita felice e orgogliosa distrutta con la forza e l’inganno.
La chiave di rame fa la sua parte per assicurare che i giovani almeno non perdano lo sdegno.

