DIRITTI: L’Europa deve essere un modello per i diritti umani

Bruxelles, 17 aprile 2008 (IPS) – Quando il cadavere di Stojan Miodrac fu identificato da sua moglie nel 1991, le sue orecchie erano state tagliate e i suoi occhi cavati. L’uomo aveva incontrato la sua morte orribile recandosi all’ufficio di previdenza sociale in Croazia, dove gli avevano chiesto di mostrare un documento di identità. La sua unica colpa, portare un nome di etnia serba.

 Amnesty International


Amnesty International

Miodrac era uno degli oltre 100 civili che vivevano nella cittadina industriale di Sisak, assassinati o non volontariamente scomparsi durante la guerra dell’ex Jugoslavia. Oggi – dopo 17 anni – virtualmente nessuno dei responsabili di quei crimini è stato processato.

La Croazia ha chiesto di entrare nell’Unione Europea, ma Amnesty International ritiene che le istituzioni di Bruxelles abbiano il dovere di assicurare le responsabilità per i crimini commessi durante il conflitto degli anni ’90, nel quale entrambe le etnie serba e croata furono perseguitate. Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty, ha sollevato la questione durante il suo colloquio il 15 aprile con i massimi leader dell’Ue.

Kahn ha parlato di questo e di altre questioni sui diritti umani con il corrispondente dell’IPS a Bruxelles, David Cronin.

IPS: Negli ultimi giorni avete chiesto la fine dell’impunità dei crimini di guerra in Croazia. Quando incontrerà Olli Rehn, commissario europeo che gestisce i negoziati sulla richiesta del paese di entrare nella comunità, cosa gli chiederà di fare?

IK: Quello che Amnesty chiede all’Unione Europea è di accertarsi che l’impunità per i crimini di guerra venga affrontata e rimanga una questione fondamentale nei negoziati di adesione.

Abbiamo visto dei progressi in Croazia in termini di cooperazione con il tribunale (internazionale per i crimini di guerra con sede all’Aia). Ma vi sono alcuni temi fondamentali che riguardano la mancanza di processi e di indagini per i crimini di guerra; i timori riguardano in particolare ai crimini contro la minoranza serba. Vi è una pesante politicizzazione di indagini e processi, messaggi ambigui che provengono da alti livelli governativi, attacchi ai testimoni che non sono stati ascoltati.

Quello che chiediamo è che quando il capitolo giustizia viene aperto (nei negoziati), non venga chiuso troppo rapidamente senza che queste questioni siano affrontate.

Noi abbiamo incontrato vittime del conflitto in Croazia di entrambe le parti. Abbiamo incontrato la madri (di etnia croata) di Vukovar, per esempio, e siamo stati a Sisac, dove ci sono le vittime serbe. E da entrambe le parti, le ferrite sono ancora aperte. La gente vuole giustizia, e riconciliazione, ma questo non accadrà a meno che l’approccio non sia corretto e imparziale.

Per l’Unione Europea è una grande sfida. È la prima volta che deve affrontare crimini di guerra e impunità in un contesto di annessione. Per questo è importante che se ne parli nel modo giusto, perché lo stesso problema potrebbe porsi con altri paesi della regione in condizioni analoghe. In futuro dovranno occuparsi di Kosovo, Serbia, Bosnia, dunque è molto importante che gestiscano correttamente la questione Crota.

IPS: Durante la sua visita, affronterà anche le questioni relative all’asilo. Alcune organizzazioni hanno espresso preoccupazione sulle cosiddette direttive per i rimpatri dell’Ue, che dovrebbero essere discusse dal Parlamento Europeo a breve. Amnesty condivide questi timori, il fatto che la detenzione per i richiedenti asilo si potrebbe trasformare in prassi?

IK: I nostri timori sui richiedenti asilo nell’Unione Europea sono di lunga data. Io discuterò le direttive sui rimpatri con il presidente del Parlamento Europeo (Hans-Gert Poeterring). I due aspetti che ci preoccupano maggiormente sono la questione della detenzione e il divieto a rientrare (per i richiedenti asilo trasferiti).

Tuttavia, abbiamo una preoccupazione più a lungo termine sul processo di armonizzazione dell’Ue (delle leggi di asilo e di immigrazione). Negli anni, gli standard si sono abbassati verso un minimo comune denominatore, mentre l’obiettivo dovrebbe essere quello di armonizzare le pratiche migliori. Noi speriamo che quando l’Unione Europea affronterà le sue politiche di asilo, cercherà di riparare gli errori del passato. A proposito della direttiva sulle procedure (di asilo), per esempio, Amnesty la descrive come un inventario di pessime pratiche.

L’Europa è un modello per gli altri, non può aspettarsi che i paesi vicini e altre parti del mondo siano generose verso rifugiati e richiedenti-asilo, quando lei stessa non è adeguatamente preparata.

IPS: Amnesty ha sollecitato i governi Ue ad una maggiore generosità nei confronti dei profughi iracheni. A che genere di generosità vi riferite?

IK: Sull’Iraq, è davvero una lotteria. La probabilità (che abbiano o meno diritto all’asilo) dipende da dove atterra l’aereo. In Slovenia, è dello zero per cento, mentre è piuttosto elevata in Svezia.

È il genere di lotteria sulla protezione che non vorremmo vedere in Europa. Ci aspetteremmo un approccio più umano, basato sul bisogno di protezione delle persone. Da una parte, tutti conosciamo la situazione in Iraq, e la gravità dei problemi relativi alla protezione e alla sicurezza, ma d’altra parte spesso l’accesso viene negato a chi cerca asilo in modo molto arbitrario, a seconda del paese nel quale arriva.

IPS: Secondo Amnesty, i governi europei non sono riusciti a indagare adeguatamente la presunta collusione dell’Europa con il cosiddetto programma di traduzioni speciali della CIA. José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, era primo ministro del Protogallo, al momento in cui si ritiene che i voli CIA abbiano attraversato il suo paese. Non deve rispondere sul caso?

IK: Abbiamo chiesto chiarezza a tutti i governi dell’Unione Europea coinvolti nella questione delle detenzioni illegali. E sappiamo che recentemente (David) Miliband, ministro degli esteri britannico, ha ammesso che gli americani hanno ritrattato le garanzie precedentemente fornite circa l’utilizzo di Diego Garcia (dipendenza britannica nell’Oceano Indiano). Questo mette in discussione anche le garanzie sulla base delle quali i governi europei dichiarano che il loro territorio non era stato utilizzato in maniera scorretta, e assegna proprio ai governi europei la responsabilità di indagare e fare chiarezza.

Ma la responsabilità di andare più a fondo su quello che è successo va anche alle istituzioni dell’Unione Europea. Da un lato, l’Unione Europea si basa sui valori dei diritti umani e della democrazia. Ma dall’altro lato, si sta negando uno dei più grandi scandali sui diritti umani nell’Unione Europea. E questo ha enormi ripercussioni sull’autorità morale dell’Europa, un modello per i diritti umani in tutto il mondo.

IPS: Come vede la posizione dell’Unione Europea – o meglio, la mancanza di una posizione comune – sugli ultimi eventi della Cina e del Tibet?

IK: Mi pare che l’Ue terrà il prossimo colloquio con la Cina sui diritti umani il 15 maggio. Questa sarà la sua ultima opportunità di assumere una posizione di forza prima dei Giochi Olimpici. Il dialogo si svolge con regolarità, ma non è chiaro quale progresso sia stato fatto in tutto questo processo. Amnesty dal suo punto di vista ha tenuto sotto controllo la Cina nell’ultimo anno. E abbiamo stabilito alcuni punti di riferimento in base ai quali misurare la sua condotta. Vorremmo che anche l’Unione Europea stabilisse con chiarezza dei punti da adottare e che sulla Cina esercitasse un’adeguata pressione al riguardo. Si tratterebbe di un passo coerente nella politica dell’Unione; sarebbero introdotti dei criteri per misurare i progressi ottenuti.

La pena di morte è una delle questione in campo, e credo che la Cina sia ancora il maggior responsabile delle esecuzioni nel mondo, malgrado anche lì si siano registrati dei progressi in proposito. Ma ci sono molti altri problemi: il Tibet, l’uso della forza eccessiva in Tibet; il trattamento degli attivisti per i diritti umani in Cina; dissidenti e altri. In realtà, tutto questo è peggiorato in prossimità dei Giochi.

IPS: L’Unione Europea prevede di includere una clausola sui diritti umani negli accordi formali che firma con i paesi di tutto il mondo. Ma c'è stata grande riluttanza a invocare tale clausola nel caso degli accordi di cooperazione dell’Ue con Israele, malgrado gli abusi perpetrati dalle forze israeliane nei territori palestinesi. Che senso ha includere delle clausole sui diritti umani se poi non vengono utilizzate?

IK: Inserire le clausole è il primo passo, ma ora noi vorremmo vedere dei veri passi avanti da parte dell’Unione Europea. Innanzitutto, misure concrete per cui queste clausole possano essere decisive o meno nel dialogo con i diversi governi.

VI è la tendenza ad usare il dialogo sui diritti umani, una volta istituito, come un parcheggio. È importante stabilire che i diritti non sono una questione isolata. Dovrebbe essere un tema trasversale, in accordo con i valori europei, una base per tutte le discussioni con tutti i governi.

IPS: Amnesty tende a concentrarsi sui diritti civili e politici, piuttosto che economici e sociali. Mentre si avvicina il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite di dicembre, pensa che dovreste assumere un approccio più universale?

IK: Negli ultimi sette, otto anni, Amnesty ha lavorato per includere i diritti economici e sociali (insieme ai diritti civili e politici). Abbiamo guardato al problema della violenza di genere e delle sue cause: discriminazione, impunità e così via, che riguarda i diritti economici e sociali, ma anche quelli civili e politici.

Vittime e sopravvissuti non fanno distinzione tra la violazione del diritto alla salute o a un giusto processo quando vengono picchiati e sbattuti in prigione. Da quel punto di vista, Amnesty assume una visione olistica.

Non possiamo essere credibili nell’affrontare il problema dei diritti umani se non riusciamo a riconoscere i problemi con cui la gente combatte: violenza di genere, povertà e discriminazione. In Europa, abbiamo guardato ai diritti dei bambini rom, compreso il diritto all’istruzione. E questi si traducono in diritti economici e sociali, e in diritti civili e politici.