NAZIONI UNITE, 5 marzo 2008 (IPS) – Mentre le Nazioni Unite portano avanti le due settimane di dibattito sulla condizione delle donne nel mondo, un tema scottante continua a serpeggiare tra le sale conferenza del Segretariato: la pace è ancora decisamente nelle mani di “uomini in giacca e cravatta, avvolti nel fumo dei loro sigari”.

Thoraya Obaid, a capo del Fondo ONU per la Popolazione, che a febbraio ha lanciato una importante iniziativa contro la violenza sulle donne
UN Photo/Mark Garten
È un territorio essenzialmente dominato dagli uomini, sostiene Gina Torry, coordinatrice dell'Ong Working Group on Women, Peace and Security.
Per esempio, sottolinea Torry, non esistono consulenti specializzati in tematiche di genere nei colloqui di pace in corso in Darfur, Sudan, dove donne e bambini sono le principali vittime di ciò che le Nazioni Unite chiamano “genocidio”.
“È preoccupante, perché tali esperti potrebbero aiutare le donne ad affrontare le sfide e a superare le divisioni”, aggiunge l'attivista.
Far sentire la voce delle donne nelle sale conferenza sarebbe un inizio, prosegue, “ma portarle sul tavolo (dei negoziati in posizioni autorevoli) significherebbe un progresso reale”.
Ma questo appartiene alla sfera della fantasia politica, secondo il Fondo Onu per lo sviluppo delle donne (Unifem).
Nel 2000, la risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza chiedeva una equa partecipazione di donne e uomini nel mantenimento e nella promozione della pace e della sicurezza. Ma quella risoluzione “era ben lontana dall'essere attuata in modo adeguato”, sostiene Anne Marie Goetz, capo consulente Unifem su governance, pace e sicurezza.
Goetz ha dichiarato alla Commissione Onu sullo status delle donne – che venerdì prossimo chiuderà il suo incontro della durata di due settimane – che pochissime donne hanno partecipato ai colloqui di pace come negoziatori ufficiali o osservatori.
“I processi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione sono ancora raramente rivolti ai bisogni delle donne insieme alle forze mobilitate, e la pianificazione e i fondi post-conflitto per il recupero delle donne sono ancora scarsi”, ha aggiunto.
Goetz ha chiesto di adottare una visione sensibile alle tematiche di genere nella risoluzione dei conflitti, nella pace e nella riabilitazione.
Un aspetto positivo è che di recente Unifem ha promosso il capacity-building di gruppi di donne in Darfur, e consultazioni di pace nazionali con le donne, oltre a cercare di favorire l'accesso delle donne alle istituzioni coinvolte nel processo di pace.
In Uganda del nord, Unifem ha unito le sue forze al Dipartimento degli affari politici, per nominare un “consulente di genere” nei colloqui di pace. Al tempo stesso, ha sostenuto gli sforzi per migliorare le strategie dell'esercito e della polizia nel prevenire la violenza sessuale nei conflitti.
La vice segretario generale Carolyn McAskie, capo dell'Ufficio di sostegno per la costruzione della pace dell'Onu (U.N. Peacebuilding Support Office, PSO), evidenzia come nonostante tanta retorica sul ruolo delle donne nella costruzione della pace, il contributo delle donne non venga mai riconosciuto a pieno.
Ma sia il PSO che Unifem hanno promosso la partecipazione di gruppi femminili ai processi di peacebuilding in due paesi: Sierra Leone e Burundi.
Il governo della Sierra Leone e la Commissione Onu per la pace hanno adottato una Struttura di “Peacebuilding Cooperation Framework” che riconosce l'uguaglianza di genere come un tema trasversale legato alla pace, con impegni specifici per portare avanti questo obiettivo.
Tra questi, unità di sostegno familiare, capacity-building di istituzioni nazionali legate al genere e attuazione di leggi relative alla violenza domestica, eredità e diritti di proprietà.
In Burundi, spiega McAskie, le donne hanno partecipato al processo di pace, integrando l'uguaglianza di genere nella governance democratica e nelle strutture di peacebuilding.
Grazie al sistema delle quote specificato nell'accordo di pace e nella nuova costituzione del Burundi, adesso le donne sono meglio rappresentate nel governo, con il 30 per cento dei seggi parlamentari e sette posti ministeriali.
“Nonostante questi risultati significativi, molto deve essere ancora fatto”, ha detto McAskie la scorsa settimana alla Commissione sulla condizione femminile.
“Abbiamo imparato che la nostra capacità di determinare un cambiamento reale nella parità di genere attraverso il processo di costruzione della pace dipende in gran parte da come la comunità internazionale stabilirà le proprie priorità e userà le proprie risorse”, ha dichiarato.
McAskie ha poi sostenuto che la tanto sbandierata risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza di otto anni fa dovrebbe essere usata come una leva politica per garantire la presenza di consulenti di genere nelle fasi di pianificazione delle missioni di peacekeeping dell'Onu.
Il Consiglio di sicurezza, ha aggiunto, dovrebbe poi assicurare che i briefing del Segretariato includano “l'impatto di genere” sulle situazioni di conflitto.
Allo stesso tempo, dovrebbero esserci più donne nelle posizioni decisionali di alto livello, che possano sollevare questi temi.
“Dovremmo parlare tutti la stessa lingua”, ha aggiunto.

