PARIGI, 28 gennaio 2008 (IPS) – Benché l’impatto reale degli Accordi di partnership economica (EPA) sulle economie di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) sarà “modesto”, il ritmo dei negoziati e della liberalizzazione dei loro mercati è troppo veloce, e danneggerà le loro economie, sostengono diversi esperti dello sviluppo ed economisti francesi.
“Il problema principale con gli EPA è che l’Unione europea vuole andare troppo veloce con i negoziati, troppo veloce con l’integrazione regionale nel gruppo ACP, e troppo veloce con la liberalizzazione del mercato lì”, secondo Bénédicte Hermelin, direttrice esecutiva di GRET, organizzazione con sede a Parigi che comprende diversi gruppi di cooperazione internazionale.
Gli EPA, la cui entrata in vigore era prevista per il 1 gennaio 2008, propongono la creazione di un’area di libero scambio tra l’Europa e i 79 paesi ACP firmatari della Convenzione di Lomé, che risale agli anni ’70.
Gli EPA fanno parte dell’accordo di Cotonou – un trattato più ampio firmato tra Unione europea e paesi ACP nel giugno 2000 nella capitale del Benin, riguardante gli aiuti e la cooperazione commerciale e politica tra i due gruppi.
L’accordo di Cotonou sostituiva la convenzione di Lomé, che concedeva un accesso preferenziale alla vendita di alcuni prodotti specifici nei mercati europei.
I funzionari Ue difendono gli EPA come strumenti per il commercio e lo sviluppo, come ha sottolineato il commissario Ue per il commercio Peter Mandelson. In un discorso del 20 gennaio 2005, Mandelson descriveva gli EPA come “un contributo potenzialmente cruciale, e fortemente positivo, che l’Europa può e deve dare per il commercio e lo sviluppo” in Africa.
“Lo scopo [degli EPA] è riuscire ad integrare le economie ACP nell’economia globale – e intendo con ciò indirizzare gli ACP sulla strada della prosperità, per porre fine alla povertà opprimente che costituisce l’esperienza quotidiana di tanti cittadini dei paesi ACP”, aveva detto Mandelson.
Ma diversi governi ACP e organizzazioni non governative (Ong) europee si oppongono agli EPA, poiché li ritengono uno strumento del “neocolonialismo economico europeo”, che rischia di distruggere queste economie poco sviluppate, costringendo i paesi ACP ad aprire i loro mercati ai prodotti agricoli sovvenzionati dall’Europa. Secondo Hermelin, tuttavia, almeno per quanto riguarda l’agricoltura, “per l’Africa, le importazioni di pollame dal Brasile sono più pericolose di quelle provenienti dall’Europa”. E analogamente, ha aggiunto, l’Africa avrà bisogno di importare il latte dall’Europa “ancora per molto tempo, finché la sua produzione di latte non sarà in grado di soddisfare la domanda locale”.
Secondo altri esperti, gli EPA rafforzeranno la posizione commerciale dell’Europa in Africa a scapito del commercio interno dell’Africa.
”Se i paesi africani della costa, come il Senegal, apriranno completamente i loro mercati ai prodotti agricoli dell’Europa, i paesi sahariani che allevano bestiame perderanno le loro quote di mercato in questi paesi vicini”, ha spiegato all’IPS Benoit Faivre-Dupaigre, esperto di economia all’Istituto francese per la ricerca e lo sviluppo.
Come Hermelin, anche Faivre-Dupaigre ha denunciato i ritmi imposti dall’Ue ai negoziati EPA. “Questa liberalizzazione spietata contraddice l’esperienza dei paesi industrializzati, che hanno impiegato decenni per costruire i loro mercati interni, prima di aprirli alla concorrenza internazionale”, ha osservato.
Secondo uno studio del Centro di economia internazionale di Parigi (CEPII, l’acronimo francese), l’impatto degli EPA sulle economie ACP sarà negativo, e ridotto.
Da una parte, la liberalizzazione del commercio con l’Ue rappresenterebbe una crescita del 22 per cento delle importazioni dall’Europa. Ma se il 20 per cento di queste nuove importazioni vengono bloccate dalla clausola dei “prodotti sensibili”, la crescita scenderebbe al 16 per cento, rappresentando circa 3,5 miliardi di euro in nuove importazioni dall’Europa.
Queste nuove importazioni dall’Europa andrebbero però a sostituire i prodotti che oggi i paesi ACP importano da Usa, Brasile, Cina, Giappone e altri paesi, riducendo così il nuovo saldo passivo della bilancia commerciale per i paesi ACP a 1,8 miliardi di euro. Come osserva il CEPII, avendo importato un totale di 102 miliardi di euro in beni e servizi nel 2005, questo nuovo deficit sarebbe trascurabile per i paesi ACP.
Sono più importanti invece le perdite del gettito doganale negli ACP a causa degli EPA, secondo le valutazioni del CEPII. Queste perdite potrebbero salire di 3 miliardi di euro all’anno per i paesi ACP, con conseguenze individuali che variano dal cinque al 35 per cento del bilancio statale.
Nel caso dei paesi più poveri, queste perdite possono essere di enorme importanza per gli stati quasi privi di reddito, osserva il CEPII.
Questi dati hanno portato Roger Blein, consulente allo sviluppo della Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale (ECOWAS), a ritenere che “seppure l’impatto degli EPA sarà modesto, è chiaro che l’Ue sta cercando di espandere le proprie quote di mercato nei paesi ACP”.
”Quando la Commissione europea dice che l’Europa non ha un interesse economico nei negoziati EPA, sta mentendo”, ha aggiunto Blein.
Nell’insieme, le critiche francesi agli EPA ricordano che mentre gli agricoltori Ue godono di sussidi sostanziosi – circa 50 miliardi di euro nel 2005 – la stessa cosa non vale per i piccoli produttori agricoli dei paesi ACP.
Secondo il gruppo francese ATTAC; per esempio, i sussidi per i prodotti agricoli europei incoraggiano già la sovrapproduzione e, se si aggiungono ai cosiddetti accordi di libero scambio come gli EPA, promuoveranno anche esportazioni sotto costo (export dumping).
Questo porterà alla distruzione del sistema di sostentamento dei paesi in via di sviluppo, rappresentando una minaccia reale e tangibile per la “sovranità alimentare” di quei paesi.
Attac sta per Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini, e si oppone alla globalizzazione neoliberista in generale: dall’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) alle politiche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale (FMI).
In un documento di posizione diffuso lo scorso dicembre, ATTAC ricorda che la produzione di pomodori in Ghana è rimasta colpita dai programmi di aggiustamento strutturale imposti dal FMI negli anni ’80 e ’90. “L’importazione di pomodori è salita vertiginosamente, da 3.600 a 24mila tonnellate”, riferisce ATTAC nel dossier.
Questa crescita delle importazioni ha portato a “indebolire gli agricoltori del Ghana, i commercianti e l’industria di lavorazione dei generi alimentari del paese”. Gli EPA lancerebbero un processo analogo in tutta l’Africa”, denuncia ATTAC.

