DIRITTI: Abusi sulle donne africane in Libano

BEIRUT, 15 settembre 2007 (IPS) – Piegate dalla povertà e dalla guerra nei loro paesi d’origine, le donne africane vanno in Libano per ritrovarsi affamate, abusate, stuprate e in condizioni simili alla schiavitù.

Amira ha 25 anni, viene dalla Repubblica democratica del Congo. “Una volta Madame ha trovato polvere sui mobili e mi ha detto che la casa era sporca come la mia pelle”.

Per quattro anni, Amira è stata confinata nell’appartamento dei suoi datori di lavoro, usciva solo per portare fuori la spazzatura. A causa del conflitto nel suo paese, era partita per il Libano con un contratto di sei anni come domestica. Sveglia alle 5.30, e 18 ore di duro lavoro senza pausa.

”Anche ai cani viene permesso di uscire, invece noi siamo rinchiuse”, dice dal terrazzo. “Lavoriamo come schiavi”.

Amira è tra le oltre 30 mila lavoratrici domestiche africane in Libano. La maggior parte arrivano da Etiopia, Eritrea, Nigeria e Sudan, e in Libano rappresentano il grosso della forza lavoro per servizi domestici e di pulizia.

Tradizionalmente, le famiglie assumevano per i lavori domestici giovani donne libanesi, provenienti per lo più da aree rurali povere – palestinesi, siriane o egiziane. Oggi in Libano difficilmente le donne arabe svolgono questo tipo di mansioni – considerandole umilianti e inaccettabili – e le lasciano a donne immigrate che accettano lavori modesti, condizioni di vita povere e salari bassi.

”A volte non mi fanno mangiare, se mi danno qualcosa è solo pane e formaggio”; racconta la diciannovenne Aisha, nigeriana. “Se scappassi, la polizia mi troverebbe, e senza documenti mi arresterebbero”.

Il datore di lavoro requisisce alla domestica passaporto e documenti di identità, che vengono restituiti solo alla fine del contratto, quando la lavoratrice viene “rilasciata”.

”Requisire i passaporti è considerato una garanzia per il proprio investimento”, dichiara Najla Chada, direttrice del Centro migranti Caritas. “Le collaboratrici domestiche non rientrano tra le categorie dei lavoratori, quindi non sono coperte dalle leggi del lavoro libanesi: sono considerate serve”.

Le lavoratrici domestiche immigrate in Libano sono coperte dalla Kafala, o sistema di protezione, che impone alle donne un finanziamento legale per la durata dei loro contratti, obbligando le immigrate a dipendere dai loro datori di lavoro, e rendendole vulnerabili all’abuso.

Elisa ha 16 anni ed è etiope. Sua madre è morta l’anno scorso; è venuta in Libano sei mesi fa per lavorare e mandare soldi alla famiglia. Per 100 dollari al mese, pulisce cinque case al giorno.

”Quando ho iniziato a lavorare qui, subivo regolarmente abusi sessuali da parte del padre della famiglia per cui lavoravo. I figli mi picchiavano tutti i giorni, io cercavo di spiegare a Madame, ma lei non faceva niente. A volte il padre veniva a dormire con me e mi minacciava che se avessi rifiutato mi avrebbe picchiato. Per questo ho lasciato quella casa”.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), in Libano sono oltre 20.000 le donne etiopi che lavorano come collaboratrici domestiche. Prima di lasciare l’Etiopia, l’agenzia aveva assicurato ad Elisa che se i datori di lavoro l’avessero picchiata avrebbe potuto contattare l’ambasciata etiope a Beirut.

L’Etiopia non ha ancora istituito la propria ambasciata in Libano, a causa delle relazioni politiche tra i due paesi, e l’immane compito di proteggere gli interessi degli immigrati etiopi è delegato a un consolato sottodimensionato. Molte donne contraggono debiti per pagare la provvigione all’agenzia nei loro paesi d’origine per il finanziamento all’estero. Malgrado Elisa abbia paura di accettare un nuovo lavoro, dice di voler rimanere in Libano a lavorare.

”Forse mi succederà la stessa cosa con il mio nuovo datore di lavoro, ma devo pensare ai problemi da risolvere in Etiopia e quindi devo provarci”.

Malgrado il Libano sia membro del comitato consultivo dell’UNHCR, non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 che riguarda i lavoratori migranti. Mancando i regolari diritti per i cittadini di accedere all’assistenza pubblica, la scelta per i migranti è di scappare e diventare illegali, oppure subire quotidianamente gli abusi. Nonostante la pressione delle organizzazioni per il lavoro, il governo libanese non ha ancora fatto nulla per affrontare il problema.