NAZIONI UNITE, 27 giugno 2007 (IPS) – Riuniti nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York nel 2000, 189 leader mondiali si impegnarono ad avviare alcuni passi concreti per dare una vera svolta al problema della fame a della povertà.

A Bereket Geyidere, di dieci mesi, viene somministrato il Plumpy’nut presso la Clinica Segen in Etiopia
UNICEF/Indrias Getachew
Nonostante le loro promesse, però, dopo sette anni milioni di bambini continuano a soffrire di grave malnutrizione, secondo gli esperti della salute infantile dell’Onu.
”Ci sono circa 20 milioni di bambini gravemente malnutriti”, si legge in una dichiarazione congiunta diffusa recentemente da Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Programma mondiale per l’alimentazione (PAM), Commissione permanente Onu sulla nutrizione e Fondo Onu per l’infanzia (Unicef).
Seppure molto preoccupati per il numero dei bambini vittime della fame e della malnutrizione, gli esperti di queste agenzie si dicono ottimisti circa la possibilità di fronteggiare il problema grazie a un approccio originale e innovativo.
”Grazie ad un nuovo metodo basato sulla comunità, saremo in grado di dimezzare questo numero entro i prossimi cinque anni”, ha detto all’IPS Flora Sibanda-Mulder, funzionaria dell’Unicef.
Sibanda-Mulder individua tre problemi di fondo legati all’attuale orientamento basato sugli ospedali. Il primo è che molte madri non possono restare in ospedale troppo a lungo, perché devono lavorare, a casa o altrove, oppure perché l’ospedale è troppo lontano.
Il secondo è che i bambini malnutriti sono esposti a una serie di altre malattie, a causa del loro sistema immunitario già indebolito.
Infine, il problema dell’ampio uso di prodotti a base di latte in polvere arricchito con integratori e distribuito negli ospedali, che deve essere mescolato con acqua: se l’acqua è contaminata, la salute del bambino può persino aggravarsi.
Sibanda-Mulder e altri esperti propongono in alternativa un nuovo prodotto chiamato Plumpy'nut, ricco di proteine, vitamine e sali minerali. Viene prodotto da Nutriset, un’impresa francese specializzata in integratori alimentari per le attività di soccorso.
Se questo nuovo approccio viene associato alle cure tradizionali negli ospedali, ci sono maggiori speranze di ridurre in modo significativo la grave malnutrizione che colpisce 20 milioni di bambini entro il 2015, alla scadenza per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio.
Sarah E. Ryan, docente della City University di New York che ha effettuato ricerche approfondite sulla malnutrizione in Africa, ha commentato all’IPS che la nuova iniziativa dell’Onu “si annuncia molto promettente”.
“Riconosce la centralità di rivolgersi ai membri della comunità là dove essi si trovano”, ha detto.
Al contrario di altre formule di latte terapeutico F-75 e F-100, usato nelle cure ospedaliere, la preparazione di Plumpy’nut non richiede particolari condizioni igieniche, e non deve essere congelato, rendendolo ideale per la distribuzione su larga scala. Ha un sapore dolce, non molto diverso da quello del burro di arachidi.
“L’unica cosa che una madre deve fare è andare a ritirare il prodotto presso le strutture o i centri di distribuzione locali, e assicurarsi che il neonato lo consumi tre volte al giorno”, ha spiegato Sbanda-Mulder.
La questione di fondo adesso è produrne e distribuirne a sufficienza per soddisfare i bisogni di milioni di bambini malnutriti.
”Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, il programma ha bisogno di una adeguata quantità di risorse”, secondo Stephen Jarrett, consulente responsabile delle forniture.
Jarrett ha spiegato che attualmente esiste un solo produttore, Nutriset, che possiede anche alcuni impianti di produzione in Africa, in particolare in Etiopa, Niger, Malawi, Zambia e Mozambico.
La capacità produttiva di Nutriset è di circa 15.000 tonnellate annue, più circa un migliaio di tonnellate extra dagli stabilimenti africani.
Dato che ogni bambino ha bisogno di almeno 15 chili di Plumpy’nut per raggiungere il peso forma, l’attuale capacità produttiva può soddisfare le necessità di appena un milione di bambini. Nel frattempo, gli altri 19 milioni potrebbero non sopravvivere nell’attesa. ”La priorità è il prodotto”, ha detto Jarrett. L’Unicef dice di sperare che il settore privato prenda in mano la situazione costruendo nuovi impianti, che costano all’incirca un milione di dollari ciascuno.
Ovviamente non è poco, soprattutto per gli imprenditori africani, ma secondo Jarrett molte fondazioni a livello internazionale e nazionale sono interessate ad investire su questo prodotto.
E una volta costruiti, ha aggiunto l’esperto, gli impianti avrebbero un mercato sicuro e committenti affidabili, come l’Unicef.

