MEDIA: Dieci storie da raccontare

NAZIONI UNITE, 18 Maggio 2006 (IPS) – Il Dipartimento Onu per l’informazione pubblica (DPI) ha appena pubblicato la lista annuale delle dieci storie meno riportate nel mondo, che mostra come politica, omicidi e scandali sessuali abbiano ancora la precedenza su povertà, costruzione della pace e sviluppo economico.

L’elenco diffuso dalle Nazioni Unite riguarda un’ampia varietà di storie, dalla situazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati nei conflitti in corso, agli aiuti per i terremoti e alla ricostruzione post-bellica, che hanno ricevuto poca o nessuna attenzione dall’informazione mondiale.

”Sappiamo tutti che violenza e conflitti, e la minaccia che ne consegue, sembrano essere sempre in prima pagina – ‘se sanguina, attira di più’, mentre ‘nessuna nuova, buona nuova’”, dice Shashi Tharoor, sotto-segretario generale Onu per le comunicazioni e l’informazione pubblica.

”Negli anni abbiamo cercato di dimostrare che anche le questioni orientate allo sviluppo possono fare notizia, rivelando le diverse facce dell’interesse umano, e che quelle storie possono diventare ‘leggibili’, 'guardabili' e interessanti”, ha detto Tharoor all’IPS.

”Continueremo a fare del nostro meglio, ma se lettori, spettatori e ascoltatori non fanno capire ai giornalisti che vorrebbero saperne di più di quelle storie (soprattutto dando feedback estremamente positivi quando vengono riportate), continua ad essere difficile convincere gli addetti all’informazione che quel materiale è davvero interessante per il pubblico”, ha proseguito Tharoor, che ha lanciato l’iniziativa nel 2004.

Alla domanda sul perché i media più importanti e le principali agenzie di stampa internazionali continuano a concentrarsi sulle questioni politiche, dedicando sempre minore attenzione ai problemi legati allo sviluppo, ha ribattuto Tharoor: “A questa domanda devono rispondere giornalisti e redattori!”

Secondo il DPI, diretto da Tharoor, tra le dieci storie conoscere meglio ci sono la ricostruzione post-bellica in Liberia; le nuove sfide affrontate dai richiedenti asilo bona fide; le imminenti storiche elezioni nella Repubblica Democratica del Congo; i bambini coinvolti nell’attuale conflitto in Nepal; e i complessi effetti della siccità che rischia di minacciare la stabilità in una Somalia devastata dalla guerra.

La lista evidenzia anche altre storie che hanno destato scarsa attenzione nei media mondiali: i milioni di rifugiati che vivono in una situazione di limbo; i problemi legati agli aiuti dopo il terremoto e lo tsunami nell’Asia meridionale; l’allarmante numero di bambini che infrangono la legge; le proposte risolutive di collaborazione che hanno aiutato a prevenire conflitti dovuti alla scarsità di risorse d’acqua; e la rinnovata violenza che minaccia il processo di pace in Costa d’Avorio.

Ernest Corea, ex redattore di quotidiani in Sri Lanka ed ex-ambasciatore di quel paese presso le Nazioni Unite, sostiene che nei paesi industrializzati i media (di ogni tipo) si concentrano su questioni come Iraq, Iran, proliferazione nucleare, etc, perché sono queste le notizie di interesse primario per i loro lettori, spettatori e ascoltatori.

”I media sono influenzati dalla cultura del conflitto”, ha riferito Corea all’IPS. “Una buona guerra, di qualunque tipo, fa notizia – spesso anche prima che inizi”.

”Così, la corsa per le elezioni di un vescovo in California è balzata nelle prime pagine perché i tre candidati erano gay e lesbiche. Nessuno di loro è stato eletto. Fine della storia”.

Corea ha sottolineato come le questioni legate allo sviluppo siano invece di grande interesse per lettori/ascoltatori/spettatori nei paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, è vero che quando alcuni tra i principali quotidiani del mondo affrontano questioni legate allo sviluppo, lo fanno con intelligenza e competenza, ha dichiarato Corea, attualmente consulente di un’istituzione finanziaria a Washington.

Negli anni, sono stati molti gli sforzi internazionali per istituire agenzie di stampa che realizzassero servizi focalizzati sui paesi in via di sviluppo, comprese la Non-Aligned News Agency Pool, Gemini News Service e Depth News, ma non sono riuscite a decollare.

Erano troppo politiche e poco professionali? Oppure troppo povere di risorse per competere con i giganti occidentali?

”Entrambe le cose”, dichiara Tharoor. “Esisteva un timore legittimo che l’obiettivo di quelle agenzie sarebbe stato sostenere l’ottica governativa, perché pagate con il denaro pubblico, in alternativa alla 'indesiderata' libera informazione, e in un momento in cui la stampa indipendente si poneva domande legittime sul messaggio diffuso dei governi interessati”, ha aggiunto.

”E naturalmente, malgrado alcuni appoggi governativi, erano tristemente sotto-dimensionate, e ciò che producevano non poteva certo competere nel mercato dell’informazione”, ha dichiarato Tharoor.

Corea ha una diversa opinione in proposito. Egli sostiene che tutti gli sforzi precedenti, malgrado diversi l’uno dall’altro, fossero afflitti da un problema comune: la mancanza di supporto da parte dei media nei paesi in via di sviluppo.

”Gemini e Depth News fornivano servizi di approfondimento, più delle semplici agenzie stampa. Gemini realizzava prodotti altamente professionali e il suo fondatore, Derek Ingram, ha cercato di andare avanti con coraggio, ma non aveva un numero sufficiente di clienti paganti”, ha denunciato Corea.

All’inizio dell’anno, la Malesia, in qualità di presidente del Movimento dei non allineati con 114 membri, ha avviato la creazione di una Rete di informazione non allineata (NNN, Non-Aligned News Network).

Alla domanda se questa può essere una risposta all’attuale problema, Tharoor ha risposto: “Potrebbe esserlo, perché si basa su un modello di scambio aperto, anziché di controllo delle informazioni, ed è disponibile ad aggiornamenti sia dei giornalisti freelance che di corrispondenti delle agenzie di stampa nazionali”.

Se così fosse, ha dichiarato Tharoor, sarà considerato un di più rispetto alle valide risorse dell’informazione, anziché un limite per queste ultime. “Aspetto di vederla all'opera”.

Secondo Corea: “L’iniziativa della Malesia avrà buone possibilità di successo se (a) l’agenzia di stampa riceverà un consistente sostegno finanziario e (b) sarà gestita in modo professionale”.

Attualmente, la maggior parte delle nazioni in via di sviluppo è scarsamente rappresentata nei corpi di informazione dell’Onu, forse perché la maggior parte delle agenzie di stampa dei paesi del terzo mondo non può permettersi inviati a tempo pieno a New York.

Alla domanda su cosa possa fare l’Onu per migliorare questo stato di cose, Tharoor ha risposto: “Niente, ahimé!”. Se le Nazioni Unite aiutassero economicamente i giornalisti provenienti dai paesi in via di sviluppo, offrendo loro qualche forma di sussidio, ha dichiarato, “sarebbero giustamente accusate di cercare di influenzare l'informazione”.

”Possiamo assicurare che quando un giornalista accreditato arriva presso le Nazioni Unite da un paese in via di sviluppo, noi gli offriamo tutte le attrezzature e la collaborazione possibili, in modo che possa esercitare la propria professione con i minimi inconvenienti in termini di spazio, di accesso, etc. Non credo che i giornalisti dei paesi in via di sviluppo che lavorano qui possano lamentarsi su questo”, ha aggiunto.

Corea ha dichiarato che “chiedere aiuto all'Onu per risolvere questo problema è la maniera peggiore di procedere”. Secondo lui, accordi di collaborazione tra i quotidiani dei paesi in via di sviluppo, etc., aiuterebbero a risolvere il problema.

”I media nei paesi in via di sviluppo potrebbero inoltre sostenere e dare maggiore spazio all’agenzia di stampa Inter Press Service (IPS), che è molto attiva presso le Nazioni Unite”.