ROME, 2 marzo 2006 (IPS) – Il caso delle vignette è stato affrontato come un dibattito tra la libertà di espressione e la responsabilità di proteggere le sensibilità religiose. Questi argomenti meritano, tuttavia, un’analisi più attenta, dal momento che i dubbi non riguardano soltanto il rapporto tra i due, ma ciascuno di essi preso singolarmente.
Per cominciare, è stato detto proprio tutto a proposito della libertà di stampa e delle restrizioni editoriali?
Le decisioni editoriali contrarie alla pubblicazione o le scuse per aver pubblicato la vignette non erano motivate necessariamente dalla considerazione verso la sensibilità religiosa dei musulmani. In molti casi, il vero editore è stato la paura, non il rispetto per un’altra religione.
”Questo è un caso in cui si esercita la violenza dall’esterno per limitare la libertà di espressione in altro paese”, sostiene Bill Kovach, presidente del Comitato dei giornalisti preoccupati (CCJ, Committee of Concerned Journalists) con sede negli Usa, “un consorzio di giornalisti, editori e accademici preoccupati per il futuro della loro professione”.
La violenza seguita alla pubblicazione delle vignette sembra corroborare le paure degli editori che avevano evitato di riprodurle.
Due di quelli che hanno deciso di pubblicarle si sono scusati: il quotidiano danese Jyllands-Posten che per primo le ha presentate a settembre scorso, e il Norwegian Magazinet. L’editore del quotidiano francese France Soir è stato licenziato; le autorità malesi hanno sospeso la concessione del Sarawak Tribune, e il suo direttore ha dato le dimissioni; il settimanale indonesiano Peta è stato sequestrato; sospesa la pubblicazione di due settimanali yemeniti, Yemen Observer e Al-Raï Al-Aam; alcuni giornalisti televisivi algerini sono stati allontanati; e Yihad Momani, del quotidiano giordano Shihan, quando ha cercato di spiegare ai propri connazionali quanto fosse stata eccessiva la reazione, è stato licenziato.
Senza dubbio questa violenza influenzerà le decisioni editoriali in futuro.
”Vale la pena chiedersi perché…buona parte dell’Europa che gode di una cultura liberale abbia mostrato cautela o apatia nella difesa dei suoi valori più importanti”, dichiara lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa in un suo editoriale su El Pais. “Il primo ministro danese (Anders Fogh) Rasmussen ha respinto le minacce e il ricatto dei governi islamici che vorrebbero vedere istituite in Danimarca l’intimidazione, la censura e le stesse pratiche brutali con cui manipolano i propri mezzi di comunicazione. Tuttavia, questo tentativo di privazione in seno all’Unione Europea è risultato patetico”.
La cosa peggiore è che la violenza e il timore della violenza hanno immediatamente offuscato il dibattito tra libertà e responsabilità. Ed è forse è la paura che motiva coloro che si appellano al silenzio come unico atteggiamento responsabile. Tuttavia, non è solo la violazione della legge che confonde la questione, ma potrebbe essere la legge stessa. L’esempio europeo è significativo.
Un tribunale austriaco ha condannato lo storico britannico David Irving a tre anni di reclusione per aver negato nel 1989 l’esistenza delle camere a gas ad Auschwitz. E se l’è cavata con poco; per una simile affermazione la legge austriaca avrebbe potuto condannarlo a dieci anni di prigione. Oggi Irving dice che le informazioni arrivate dopo le sue dichiarazioni lo hanno convinto che in effetti le camere a gas siano esistite e che milioni di ebrei siano stati uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale; d’altra parte considera “ridicolo” essere stato messo in carcere per aver espresso un’opinione.
Non solo Austria, ma Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Lituania, Polonia, Slovacchia, Svizzera e ovviamente Israele hanno delle leggi secondo cui chi nega l’Olocausto può essere arrestato. Nessun paese garantisce l’assoluta libertà di parola, costantemente limitata da proibizioni contro diffamazione, oscenità, o privilegio giudiziario o parlamentare.
”Ogni paese limita la libera espressione per un motivo o per un altro”, ha dichiarato Kovach in un’intervista via e-mail da Washington. “Più un paese limita l’espressione, meno è libero”.
Se la libertà viene limitata sia dalla legge che dalla paura della violazione della legge, può esistere un regno universale per la libertà di espressione?
Secondo Vincent Brossel di Reporter Senza Frontiere (RSF) il limite della libertà di espressione si ferma dove iniziano le esortazioni alla violenza e all’assassinio. Un esempio tristemente famoso è quello della radio che invita gli Hutu a eliminare i Tutsi. I politici di Francia, Belgio, Stati Uniti e Nazioni Unite “non fecero nulla per far tacere la radio che trasmetteva il richiamo alla carneficina”, riferisce un rapporto di Human Rights Watch.
Il vignettista John Callahan si scusò per la sua striscia del che 1995 illustrava Martin Luther King, Jr. all’età di 13 anni in piedi vicino alle sue lenzuola macchiate che si giustificava con la madre dicendo: “Ho fatto un sogno”. Come conseguenza di quella vignetta, venne licenziato dal Miami Herald.
Il 13 febbraio l’iraniano Hamshahri Daily ha lanciato una gara invitando i lettori a presentare illustrazioni satiriche sull’Olocausto, per testare i limiti della libertà di espressione degli europei.
Prendersi gioco del Profeta Maometto è diverso dall’ironizzare sull’Olocausto? Se negare l’Olocausto è proibito, può esserlo anche disegnare vignette di Maometto? Dove sono i confini? Man mano che si va più a fondo, il dibattito sui diritti da una parte e le responsabilità dall’altra diventa subito più complesso.
Sembra, tuttavia, che esista una differenza tra criticare l’Islam – o il Papa, o Buddha, o il clero — e negare il massacro di milioni di persone. Non è una questione di revisionismo storico – i fatti non possono essere negati – ma una questione di cattivo gusto. Sembra inoltre che pubblicare caricature dell’Olocausto in Iran non sia un gesto tanto audace quanto riportare illustrazioni satiriche di Maometto in Europa.
Alcuni intellettuali, però, vedono una relazione tra l’Olocausto e le vignette.
In un’intervista a El Pais lo scrittore Günter Grass, afferma che i tabù islamici dovrebbero essere rispettati. “Abbiamo perso il diritto di nasconderci dietro il diritto alla libertà di espressione. Non troppo tempo fa, esisteva il crimine di lesa maestà (mancanza di rispetto all’autorità, soprattutto a un capo di stato), e non dovremmo dimenticare che ci sono posti nel mondo in cui non c’è una separazione tra Chiesa e Stato. Da dove viene quest’arroganza dell’Occidente che impone cosa si può e non si può fare ? Raccomando a tutti di guardare più da vicino quelle caricature: ricordano un famoso quotidiano dell’era nazista, Der Stürmer, che pubblicò vignette anti-semitiche in uno stile simile”.
Questo dibattito è tra quelli che preoccupano maggiormente il CCJ, e di fatto tutti i giornalisti nel mondo. “Non intendo tracciare i confini della libertà di parola, ma dire che tutte le limitazioni dovrebbero essere il risultato di una discussione e di un dibattito calmo e razionale nel quale sentimenti, punti di vista e valori di ciascuno vengano ascoltati e presi in considerazione – non attraverso il terrore o per legge”, commenta Kovach.
Non si può negare che la violenza suscitata dalle vignette su Maometto nel mondo islamico abbia portato a quegli atti di violenza. Se il silenzio sulle vignette in Europa è stato provocato in larga misura dalla paura o dalla legge, piuttosto che dal senso di diritto e di responsabilità, allora nemmeno questa provocazione è stata un gesto facile.
Gli editori che hanno pubblicato le vignette cercavano di stimolare la riflessione? O volevano incitare alla violenza?
”Dobbiamo comprendere che ogni società e religione ha i propri tabù”, scrive Brossel in un’intervista via e-mail da Parigi. “Quindi è una questione di rispetto. Non può essere motivo di aspra censura, ma può suggerire una semplice domanda: era necessario pubblicare quelle illustrazioni se potevano generare dolore e rabbia in una popolazione tanto numerosa?”.
Secondo Kovach “le vignette sono state una provocazione solo per coloro che si sono sentiti provocati”. Tuttavia, egli si interroga anche sul tipo di provocazione. “Il giornalista ha un ruolo importante nella comunità, ed è quello di invitare la gente a riflettere su idee e opinioni nuove rispetto alle questioni importanti legate all’attualità. In tal caso, un test importante per un giornalista responsabile è chiedersi: Questa caratterizzazione – che sia arte visiva o parola – invita le persone a pensare, o semplicemente le fa arrabbiare? Se provoca semplicemente rabbia, allora non genera riflessione, dibattito o discussione. Il pensiero finisce dove incomincia la rabbia”.
Guardando le immagini di violenza per le strade di tutto il mondo, le vignette sembrano aver provocato più rabbia che riflessione. Tuttavia, potrebbero aver stimolato il ragionamento in coloro che non possono esprimerlo perché non hanno la libertà di farlo. Paura e leggi non mettono a tacere solo gli editori.
Tuttavia, malgrado la rabbia sia legittima – anche se la violenza non lo è – può il silenzio su questioni sensibili, che siano Maometto o l’Olocausto, essere prescritto dalla legge? E dove mai può la legge stabilire i limiti sull’espressione delle opinioni? “Le persone crescono nella misura in cui sono disposte ad ascoltare le opinioni altrui”, sosteine Kovach. “Alcune opinioni possono risultare ripugnanti o spregevoli, o esporre chi le pronuncia al dileggio e al rifiuto pubblico. La bellezza e il valore della verità è che, anche se altri possono negarla, è sempre lì. L’inutilità di una menzogna è che solo dicendola non le si dà alcun valore. Resta sempre una menzogna”.
*Miren Gutierrez è caporedattore dell’IPS.

