COMMERCIO: L’Unione europea deve fermare gli accordi regionali

BRUXELLES, 1 ottobre 2005 (IPS) – Mentre il commissario per il commercio dell’Unione europea Peter Mandelson si prepara ad avviare una nuova fase di negoziati sul commercio nei Caraibi questa settimana, alcuni gruppi per il commercio chiedono al blocco europeo di congelare gli accordi regionali per evitare un “disastro nello sviluppo”.

L’organizzazione Traidcraft con sede in Gran Bretagna e l’organizzazione non governativa (Ong) Econews Africa con base in Kenya hanno dichiarato che, secondo le attuali proposte del blocco, i paesi in via di sviluppo dovrebbero aprire rapidamente i propri mercati alle multinazionali europee, minacciando in questo modo posti di lavoro, industrie, rendite statali e servizi pubblici in alcuni dei paesi più poveri del mondo. Entrambe le organizzazioni hanno aderito alla campagna “Stop EPA”, lanciata ad ottobre dello scorso anno.

Mandelson si è recato nei giorni scorsi a St. Lucia nei Caraibi per lanciare una nuova fase di negoziati nell’ambito dell’Accordo di partenariato economico (Economic Partnership Agreement, EPA) con la regione caraibica.

Gli EPA sono trattati commerciali reciproci nel quadro dell’accordo di Cotonou tra l’Unione europea (UE) e 77 paesi delle regioni di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP). L’accordo di Cotonou prende il nome dalla capitale della nazione del Benin, in Africa occidentale, dove fu firmato nel giugno 2000.

I trattati proposti nel quadro dell’accordo prevedono di eliminare i controlli sui prezzi delle importazioni, permettendo agli Stati membri dell’UE di vendere più facilmente beni sovvenzionati a quei paesi. Gli accordi dovrebbero concludersi a dicembre 2007 e diventare operativi tra il 2008 e il 2020.

Secondo l’UE, gli EPA permetteranno di integrare gli Stati ACP nell’economia globale, di promuovere lo sviluppo sostenibile e contribuire allo sradicamento della povertà. Mandelson si dichiara un forte sostenitore di questi accordi.

“Non si tratta dei soliti trattati di libero scambio in cui entrambi le parti fanno eguali concessioni: non abbiamo nessun programma di liberalizzazione che vogliamo imporre sui paesi ACP più poveri. Piuttosto, si tratta di strumenti per lo sviluppo che porteranno tempestivamente alla crescita dei mercati regionali e degli scambi con l’UE”, ha dichiarato lunedì scorso.

Ma secondo i gruppi impegnati in campagne sul commercio, gli EPA sono stati “un processo altamente politico guidato dall’UE e verso i quali i paesi ACP hanno sempre espresso timori sostanziali”. I negoziati sugli EPA, sostengono gli ACP, sono stati “molto squilibrati”, e l’UE faceva solitamente di testa propria in ogni fase. Stanno sollecitando Mandelson perché si metta a lavorare a delle alternative.

Un rapporto di Traidcraft e Econews Africa pubblicato lo scorso martedì afferma, in base a degli esempi concreti, che si dovrebbe tenere conto della crisi dei settori manifatturieri, della povertà in aumento e dei crescenti livelli di disoccupazione in Kenya prima di impegnarsi nelle “solite cose”.

Il rapporto, “EPA: attraverso le lenti del Kenya” dichiara che la liberalizzazione nel paese ha provocato “terribili avversità” tra cui elevati tassi di criminalità, prostituzione, abbandoni scolastici e persino suicidi.

“La crisi ha portato ad un aumento del numero di persone povere da 11 a 17 milioni – più della metà della popolazione del Kenya”, dice il rapporto. “C’è stato un calo delle iscrizioni nelle scuole primarie, è aumentato l’analfabetismo, è diminuita la speranza di vita, la percentuale di bambini completamente vaccinati è calata e sono cresciuti i tassi di mortalità tra i neonati e i bambini di meno di cinque anni”.

Secondo il rapporto, la stessa Commissione europea stima che, in regime di liberalizzazione reciproca, il Kenya perderebbe l’82 per cento dei redditi derivanti da diritti doganali – pari al 12 per cento delle entrate dello stato.

Dal momento che gli EPA costringerebbero il Kenya a un’ulteriore liberalizzazione, aprendo il mercato a imprese europee altamente competitive, il rapporto osserva che le esperienze passate mostrano qual è la posta in gioco, e quale potrebbe essere l’impatto sul futuro sviluppo del Kenya.

I gruppi di attivisti sul commercio chiedono che gli EPA, “così come sono concepiti al momento”, vengano fermati ovunque, poiché i paesi ACP sono molto riluttanti nel negoziare.

“Sono stati costretti a partecipare al tavolo dei negoziati: in parte per il timore di perdere l’accesso al mercato dell’UE in caso di rifiuto di un EPA, e in parte perché al momento mancano delle alternative. Temono inoltre che la decisione di non firmare possa mettere a rischio i futuri flussi di aiuti”, dice il rapporto.

I gruppi sono soddisfatti del fatto che la loro campagna stia facendo qualche progresso.

“Abbiamo fatto progressi, se consideriamo ad esempio che il governo britannico ha emesso un documento di posizione che mette in dubbio l’approccio della Commissione nei negoziati”, ha segnalato all’IPS Liz Dodd, consulente per la politica sul commercio di Traidcraft. “Ma la Commissione finora non si sta muovendo, e ha persino giudicato di nessun aiuto l’intervento britannico”, ha detto Dodd.

Alla fine i 25 Stati membri dell’UE hanno fissato l’agenda, ha proseguito l’esperta. “Stiamo chiedendo loro di smetterla di nascondersi dietro alla Commissione, e di affidare a Peter Mandelson un nuovo mandato pro-sviluppo per i negoziati”.

Traidcraft chiede che l’Unione europea offra ai paesi ACP un’alternativa agli EPA, che perlomeno non li lasci in condizioni peggiori di quelle attuali.

“Non sta a noi decidere quale possa essere l’alternativa, ma ci sono diverse possibilità”, ha osservato Dodd. “È importante al momento che l’UE lavori con gli ACP per cambiare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC/WTO) sugli accordi per gli scambi regionali. Ciò permetterebbe accordi più equi da concordare tra paesi su livelli di sviluppo molto diversi”.

Il prossimo anno si effettuerà un’importante valutazione degli EPA, occasione in cui le Ong sperano che Stati membri di UE e ACP “porranno urgentemente fine” agli attuali EPA per il libero scambio, prima che i paesi più poveri del mondo siano “costretti a negoziare rinunciando al proprio futuro”.