OBIETTIVI DEL MILLENNIO: La povertà non è una statistica

MONTEVIDEO, 20 settembre 2005 (IPS) – Per combattere la povertà occorre misurarla in tutta la sua complessità: non si può calcolare in base a uno o due dollari al giorno, né serve differenziare l’estrema povertà dalla “quasi” estrema povertà, secondo il rapporto 2005 della rete Social Watch.

Sebbene la povertà sia conseguenza della “distribuzione radicalmente disuguale delle entrate”, essa risponde anche all’accesso disuguale ai beni, a opportunità di lavoro e servizi sociali, alla partecipazione della società civile, al potere politico e all’informazione, indica il documento “Ruggiti e bisbigli. Genere e povertà: più promesse che azioni”, diffuso la scorsa settimana a New York.

“Il criterio del reddito inferiore a un dollaro al giorno fu stabilito dalla Banca mondiale, con ciò che è noto come soglia internazionale della povertà estrema”, ricorda il rapporto di Social Watch, che propone di osservare il mondo secondo due nuovi indici di sviluppo sociale.

La Banca mondiale parla oggi di 1,3 miliardi di persone povere, il che sembra riflettere un aumento rispetto alle ultime stime ufficiali. Ma secondo le soglie nazionali di povertà, vi si dovrebbero aggiungere altri 500 milioni, considerando solo “i paesi a medio e alto reddito”, sostiene il rapporto annuale della rete, formata da circa 400 gruppi non governativi di 50 paesi.

Secondo la Banca mondiale, il numero di persone indigenti nel mondo si era ridotto in termini assoluti, da 1,219 miliardi nel 1990 a 1,1 miliardi nel 2001, in particolare per i progressi raggiunti in Cina. Ma a quanto pare, è di nuovo aumentato.

L’indicatore di un dollaro al giorno non può essere applicato a tutte le regioni, anche a causa del valore di scambio della divisa statunitense e dei diversi prezzi di beni e servizi a seconda del luogo.

La Commissione economica per America Latina e Caraibi (Cepal) fissa a due dollari la soglia di povertà estrema e “negli Stati Uniti la soglia è di circa 12 dollari al giorno”, segnala il documento.

I ricercatori Sanjay Reddy e Thomas Pogge sostengono, in uno studio pubblicato nel 2003, che nella soglia di povertà stabilita dalla Banca mondiale manca un’interpretazione comune dei poteri d’acquisto tra nazioni e in anni diversi, e così “persone considerate povere in un luogo possono accedere a più prodotti e consumo rispetto ad altre identificate come non povere in un altro luogo”.

Secondo chi ha lavorato al Rapporto di Social Watch, che si pubblica annualmente dal 1996, l’indicatore di un dollaro al giorno obbedisce a ragioni ideologiche e politiche, portando la Banca mondiale ad affermare che “la globalizzazione sta funzionando, poiché sembra comportare una diminuzione della percentuale di persone in situazione di povertà in tutto il mondo”, ha detto l’attivista uruguaiano Roberto Bissio.

Con la sua adozione, la comunità internazionale – che nel 2000 ha concordato di avviare una lotta frontale alla fame e alle disuguaglianze – si allontana da altre prospettive, come quella del premio Nobel dell’economia Amartya Sen, che preferisce osservare la povertà come “la privazione di capacità basilari”, più che “come carenza di reddito”, ha aggiunto Bissio, coordinatore di Social Watch.

Il vertice mondiale 2005 ha appena esaminato a New York la distanza tra il mondo reale e gli otto Obiettivi di sviluppo dell’Onu per il millennio (MDG, Millennium Development Goals), adottati nel 2000.

Ma persino il primo di questi propositi, ridurre della metà il numero di persone con un reddito inferiore a un dollaro al giorno, sarebbe raggiungibile nel 2015 solo in Europa, Medio Oriente, Asia Centrale e, forse, Africa del Nord.

In America Latina, la lentezza del processo renderebbe irraggiungibile la meta per il 2015. E in Africa sub-sahariana, “il panorama è desolante”: tra il 1995 e il 2004, il numero di poveri è aumentato di 140 milioni di persone, assicura Social Watch.

Il rapporto riconosce che gli Obiettivi del millennio – che prevedono impegni su salute, acqua e risanamento, educazione, uguaglianza di genere e ambiente – propongono una visione più completa dei problemi della povertà.

Ma i 48 indicatori scelti dall’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite), non facilitano i raffronti né le visioni generali e, in molti casi, non sono disponibili informazioni su tutti i paesi o i periodi storici.

In tema di povertà, Social Watch propone di andare oltre la dimensione unica delle entrate e valutare con altri strumenti diverse capacità della popolazione.

Perciò, l’Indice delle capacità basilari (ICB) di Social Watch si basa su tre indicatori: numero dei parti assistiti da professionisti della salute, mortalità dei minori di cinque anni e numero dei bambini che rimangono nel sistema scolastico fino alla quinta classe.

Combinando in un solo numero questi tre indicatori di facile accesso per tutti i paesi, è possibile “confrontare le situazioni e trarre conclusioni globali”, sottolinea.

Una di queste conclusioni è che “la povertà estrema non sta decrescendo, ma aumentando in Africa, America Latina, Medio Oriente, Europa orientale e gran parte dell’Asia”, continente dove i progressi si concentrano in tre paesi: Cina, India e Vietnam.

I dieci paesi nella posizione peggiore secondo l’ICB sono, in ordine ascendente, Ciad, Etiopia, Ruanda, Guinea-Bissau, Niger, Madagascar, Bangladesh, Burundi, Laos e Pakistan. Invece, nelle posizioni migliori ci sono: Svizzera, Svezia, Portogallo, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Lussemburgo, Giappone, Islanda e Grecia, in ordine discendente.

“Stiamo sperimentando nuovi indici e vogliamo costruire serie comparative temporali”, ha detto all’IPS la sociologa Karina Batthyány, che ha coordinato la squadra di ricercatori di Social Watch/Control Ciudadano a Montevideo, sede del segretariato internazionale della rete.

In diverse prove realizzate, “l’ICB si rapporta in modo molto positivo con tutti gli indicatori di sviluppo con cui lavoriamo” per misurare, tra gli altri, aspetti come sicurezza alimentare, salute e educazione.

Non tenendo conto della variabile delle entrate, nell’ICB non servono i sondaggi ai nuclei familiari realizzati dai governi, ed è possibile effettuare misurazioni su diversi piani, nazionale, regionale o municipale.

Un altro punto che suscita l’interesse di Social Watch è la disuguaglianza tra donne e uomini, che, secondo l’organizzazione, continua a essere esaminata in tutti i paesi. Senza livellare il campo da gioco, affermano gli attivisti, nessuna strategia di sviluppo sar possibile.

Il nuovo Indice di eguaglianza di genere (IEG) di Social Watch considera tre dimensioni: l’empowerment – o partecipazione nei processi decisionali economici e politici – l’attività economica e l’educazione, per ottenere una cifra che non sia legata al grado di sviluppo socioeconomico di ciascun paese.

L’empowerment prevede la partecipazione delle donne in parlamenti e posti ministeriali, e una percentuale di donne professioniste o tecniche.

Per l’attività economica si è presa in considerazione la percentuale di donne nella popolazione economicamente attiva e il disavanzo salariale tra lavoratrici e lavoratori. Mentre per l’educazione, si sono considerate le iscrizioni femminili combinate ai tre diversi livelli di insegnamento.

“L’IEG permette di classificare i paesi e di confrontarli tra loro, anche se uno dei suoi limiti è la mancanza di informazione”, ha detto Batthyány. L’indice è stato utilizzato per 134 paesi in una scala da 1 a 12.

I paesi in migliori condizioni (12 punti) sono Australia, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, seguiti, con 11 punti, da Moldavia, Lettonia e Lituania, Canada, Colombia, Stati Uniti, Russia, Francia e Gran Bretagna.

Le nazioni con maggiori disuguaglianze di genere sono, secondo l’IEG, Yemen (tre punti), Costa d’Avorio, Egitto, Pakistan e Togo (quattro), Arabia Saudita, Algeria, Guatemala, India, Libano, Nepal, Siria, Sudan e Turchia (cinque punti).

“Le opportunità di uomini e donne in tutti i paesi del mondo sono disuguali”, ha affermato Batthyány. “Quasi il 70 per cento dei poveri del mondo sono donne”, ha aggiunto.