NAZIONI UNITE, 31 maggio 2005 (IPS) – Jan Egeland, Segretario generale aggiunto dell’Onu per gli affari umanitari, si dice indignato per l’indifferenza della comunità internazionale dei donatori di fronte alla sua domanda di 16,2 milioni di dollari da destinare all’emergenza alimentare in Niger, atteggiamento che la comunità giustifica con la presenza di appelli più urgenti per l’Africa.
Il funzionario accusa i donatori di un forte pregiudizio legato alla lingua, che ritiene influenzi le decisioni umanitarie.
Egeland ha di recente dichiarato alla stampa che esiste un’evidente discriminazione basata sulla lingua del paese cui sono destinati gli aiuti, a seconda che si tratti di francese, portoghese o inglese.
I paesi di lingua francese e portoghese, sostiene, “rimangono sempre indietro nelle trattative di finanziamento rispetto a molti dei paesi di lingua inglese”.
”Abbiamo chiesto aiuto urgente per il Niger – paese di lingua francese – ma non è stato preso ancora alcun impegno”, ha proseguito Egeland.
”Le cose non dovrebbero andare così, le donazioni dovrebbero essere fatte in base ai bisogni”, sostiene il funzionario.
Su 12 milioni di abitanti del Niger, circa 3,6 milioni sono intrappolati in quella che le Nazioni Unite definiscono una “grave crisi per la sicurezza alimentare”.
Le già carenti scorte di alimenti dello scorso anno sono state distrutte da un’invasione di cavallette, seguita da una terribile siccità che ha completamente annullato la produzione di cibo nel paese.
Tuttavia, secondo Egeland, la risposta della comunità internazionale in Niger è ancora troppo lenta di fronte alla crisi in corso.
Organizzazioni umanitarie e attivisti africani non sono sorpresi dello scarso impegno dei donatori nei confronti di alcune nazioni africane – le più povere del mondo – discriminate in base alla lingua o alla razza.
”Il problema principale è che il Nord globale guarda all’Africa come a un caso disperato senza possibilità di soluzione”, ha detto all’IPS Bill Fletcher, presidente del TransAfrica Forum, con sede a Washington.
Tuttavia, secondo Fletcher, ciò rende più decisivo il lavoro dell’Unione Africana (UA), che rappresenta gli interessi dei 54 paesi del continente.
”L’UA – ha dichiarato Fletcher – deve dar vita a vincoli operativi con altri blocchi regionali, come quello che pare si stia sviluppando in America Latina su iniziativa del presidente venezuelano Hugo Chavez”.
L’Unione deve inoltre costituire solidi legami con la diaspora africana, in modo che migranti, espatriati e figli o discendenti di africani sparsi per il mondo possano diventare una forza più energica a sostegno dell’auto-determinazione per lo sviluppo africano. Per esempio, ha detto Fletcher, “dobbiamo promuovere, nella diaspora, le richieste di cancellazione del debito e di risarcimenti”.
Egeland ha citato il Niger come “numero uno tra le emergenze mondiali dimenticate”.
Il problema principale è che “in Africa, la discriminazione dipende dalla nostra attenzione e generosità, e dalle nostre offerte”, ha dichiarato Egeland, che coordina anche gli aiuti umanitari per le Nazioni Unite.
Egeland si è schierato contro i donatori occidentali, che trascurano alcune delle “emergenze dimenticate” in Africa; per il funzionario, “un grosso dilemma è il fatto che il 90 per cento dell’attenzione sia concentrata sul 10 per cento di quanti nel mondo sono colpiti da guerre e disastri“.
Caroline Green, dell’istituzione internazionale Oxfam, è d’accordo con le critiche di Egeland ai donatori, ma aggiunge che la mancanza di impegno per i bisogni urgenti riguarda anche i paesi di lingua inglese.
Green, tornata di recente da un viaggio nell’Africa sub-sahariana, ha dichiarato che milioni di civili innocenti sono intrappolati in circostanze terribili in Uganda del nord, Niger, Repubblica democratica del Congo, Etiopia e molti altri paesi, con un bisogno disperato di aiuto e, in alcuni casi, anche di beni fondamentali, come acqua pulita e cibo.
”La maggior parte dei ricchi paesi donatori continuano a stanziare i finanziamenti in base all’attenzione dei media, e non ai bisogni reali”, ha dichiarato l’operatrice umanitaria all’IPS.
”La settimana scorsa – ha raccontato – nell’Uganda del nord, ho visto bambini che abitano da anni nei campi camminare miglia e miglia ogni sera per dormire al sicuro nelle strade di un città vicina, e tornare ogni mattina alle loro dimore di fortuna per frequentare le lezioni con altri 300 bambini, e più”.
Queste popolazioni rappresentano la punta dell’iceberg. Circa due milioni di persone in tutto il nord dell’Uganda sono state forzatamente allontanate dalle loro abitazioni a causa del più lungo conflitto armato africano, quello tra l’Esercito di liberazione del Signore (Lord's Resistance Army, LRA), gruppo di ribelli noto per il reclutamento dei bambini-soldato, e il governo dell’Uganda, in guerra da quasi 20 anni.
Green ha dichiarato che la gente non può tornare alle proprie case o fattorie, e può solo fare affidamento sugli aiuti alimentari.
”Ma, ad oggi, i donatori hanno dato solo il 34 per cento dei 54 milioni di dollari richiesti dalle Nazioni Unite a novembre: chiudono gli occhi davanti alla tragedia dell’Uganda, e preferiscono concentrarsi su crisi di più alto profilo, cui è garantita l’attenzione del pubblico e dei media“, ha dichiarato Green.
La situazione è altrettanto grave in Nigeria e Mali, dove l’invasione di cavallette del deserto del 2004, e la successiva siccità, hanno affondato nella crisi i pastori nomadi e le famiglie di agricoltori.
Le stime di questo mese relative a Mali e Niger mostrano l’enorme crescita del tasso di malnutrizione infantile, e l’imponente perdita di bestiame. La comunità internazionale dei donatori, secondo Green, ha ampiamente ignorato la situazione umanitaria che oggi peggiora rapidamente.
Il Primo ministro britannico Tony Blair, che presiederà il vertice di luglio del Gruppo degli otto (G8) con i sette paesi industrializzati più la Russia, si è proposto di avviare una campagna per l’aumento dei fondi destinati agli stati africani.
Ma Fletcher, del TransAfrica Forum, si dice scettico. “Non mi aspetto nessuna svolta dal G8 – ha dichiarato – perché non c’è alcun interesse economico nello sviluppo dell’Africa”.
”Se Tony Blair è davvero interessato all’Africa, deve dimostrarlo”, ha proseguito Fletcher. “Per esempio, facendo pressione sull’Europa in tema di aiuti allo sviluppo, insistendo sulla cancellazione del debito, appoggiando la smilitarizzazione in Africa e aumentando il sostegno all’UA, soprattutto per la risoluzione della crisi in Darfur”, la regione del Sudan devastata dalla guerra.
La rappresentante di Oxfam vede “una svolta importantissima nell’accordo dell’Unione europea (Ue) sugli aiuti, raggiunto la settimana scorsa“.
Green sostiene che il trattato, annunciato all’inizio della settimana, potrebbe realmente salvare delle vite, stanziando fino a 40 miliardi di dollari extra per la lotta alla povertà.
”Altri paesi donatori, tra cui Giappone, Canada e Stati Uniti, sono rimasti indietro rispetto agli impegni assunti più di 30 anni fa di portare gli aiuti allo 0,7 per cento del reddito nazionale. Oggi – ha aggiunto – questi stati devono migliorare, unirsi ai paesi del G8, e impegnarsi realmente nei finanziamenti necessari per porre fine alla povertà in Africa”.
Secondo Green, concentrare l’interesse del G8 di luglio sull’Africa ha aumentato la consapevolezza internazionale della necessità urgente di un impegno per la lotta alla povertà che preveda l’aumento dei fondi destinati all’istruzione di base, ai sistemi sanitari e allla riduzione dell’Hiv/Aids e di altre malattie, tra cui la diarrea, facilmente prevenibile, che uccide ogni anno milioni di persone.

