CASABLANCA, 20 maggio 2005 (IPS) – Le tragedie sono servite da promemoria per i problemi dei quartieri poveri in Marocco; tuttavia, dichiarano gli esperti, la progettazione urbanistica rimane inadeguata. Trasferire in massa famiglie indigenti dalle baracche ad edifici nuovi e scadenti non risolverà le tensioni.
Circa sei mesi dopo gli attacchi suicidi al distretto finanziario di Casablanca, avvenuti il 16 maggio 2003, nei quali i terroristi, presumibilmente legati alla rete Al-Qaeda di Osama bin Laden, hanno ucciso più di 40 persone e ne hanno ferite altre cento, il primo ministro del Marocco, Driss Jettou, ha dichiarato che il governo avrebbe costruito ogni anno 100.000 case per le famiglie a basso reddito.
Contemporaneamente, Toufiq Hjira, ministro incaricato per la casa e l’urbanistica, annunciava che lo stato avrebbe concesso priorità nel finanziamento a città che presentassero piani possibili per la rimozione delle bidonville, considerate focolai dell’agitazione e, nel caso di Casablanca, piattaforma di lancio per i kamikaze.
Gli attentati del 16 maggio hanno forse ricordato al governo marocchino che circa 1,5 milioni di persone vivono ancora nelle baracche; ma ciò non ha avviato una progettazione urbanistica adeguata. Trasferire le famiglie dalle precarie baracche a grigi appartamenti non ha incoraggiato l’integrazione sociale, né ha favorito un processo di sviluppo.
Azdine Nekmouche, ex presidente dell’Ordine degli architetti di Casablanca, e membro della commissione scientifica dell’Unione internazionale degli architetti, ha dichiarato: “Esiste un problema reale” per i programmi di rimozione delle baraccopoli. “Gli abitanti vengono spostati dalle bidonville verso agglomerati di cemento”.
Gli edifici destinati agli abitanti dei quartieri poveri sono “ghetti verticali”, dichiara Nekmouche, perché non abbracciano il concetto di “miscela urbana”. Quando cittadini di un’unica estrazione socioeconomica vengono raggruppati in una piccola area, “vuol dire che si stanno costruendo dei ghetti, dove non c’è nessuno con un livello più alto in grado di guidare o servire da esempio, nessuno che possa motivare gli altri”, spiega l’esperto.
Non è facile immaginare che dietro i moderni edifici del Boulevard Idriss el Harti di Casablanca si nasconda un complesso di squallidi appartamenti costruiti appena 22 anni fa. Il quartiere di Moulay Rachid venne edificato per gli ex-abitanti della bidonville di Ben M'sik. Le famiglie vi furono trasferite nell’inverno del 1984; ma le loro nuove “case” non erano ancora terminate: una stanza di nove metri quadrati, con un lavandino come “cucina”, e mura e pavimenti scoperti. Completare la costruzione sarebbe stato compito dei nuovi proprietari.
Mohamed K. aveva 15 anni quando la sua famiglia si trasferì in appartamento. Oggi, dopo ventuno anni, racconta che doveva camminare più di 10 km al giorno per raggiungere la scuola.
”A quel tempo – dice – non esisteva nemmeno un autobus a Moulay Rachid“, ricordando che ciascun isolato dell’area era circondato da recinzioni metalliche.
”Sentivo che eravamo ben lungi dall’essere trattati come esseri umani. Quando tolsero le recinzioni, uno dei miei amici commentò, 'pensano di averci addomesticati'”, racconta Mohamed.
Tre anni prima di evacuare Ben M'sik, il 20 giugno 1981, decine di soldati e agenti di polizia invasero la bidonville per reprimere i dimostranti infuriati che chiedevano una sola cosa: pane. Quella rivolta popolare fu una protesta contro l’aumento dei prezzi sui prodotti di prima necessità, ma degenerò in atti di sabotaggio e in sanguinosi scontri nei quartieri più poveri di Casablanca.
Le forze armate e la polizia usarono proiettili veri e vennero riportate migliaia di atrocità. Le vittime furono seppellite in fosse comuni. Successivamente, il governo marocchino dovette scontrarsi con “zone di tensione”, tra cui Ben M'sik.
Come per gli attentati del 2003, la rivolta popolare avrebbe dovuto ricordare al governo che le bidonville rimanevano un problema in sospeso.
Casablanca, la prima città e capitale economica del regno del Marocco, ospita il 50 per cento delle baracche dell’intero paese; dopo aver quasi del tutto evacuato Ben M'sik, le autorità scoprirono che il nuovo quartiere di Moulay Rachid confinava con un altro enorme sobborgo degradato, Almassira.
La bidonville di Almassira era sorta nel 1976: doveva alloggiare centinaia di persone allontanate da Ben M'sik per costruire l’autostrada Casablanca-Rabat. Poiché non vi era ancora una storia di tensioni sociali, gli abitanti vennero semplicemente trasferiti in un’altra bidonville, anziché in appartamenti.
Il 16 maggio del 2003, gli attentatori suicidi sono arrivati dalla zona di Almassira per attaccare il distretto finanziario di Casablanca.
Movimenti estremisti come quelli associati ad Al-Qaeda hanno trovato terreno fertile sia a Moulay Rachid che ad Almassira, affermano gli esperti, a causa delle umiliazioni causate dall’alta densità demografica, e da disoccupazione, analfabetismo ed elevato costo della vita.
”Moulay Rachid ed Almassira sono le principali fonti di criminalità per i tribunali del Marocco”, ha detto all’IPS Mohamed Chemsy, avvocato di Casablanca, spiegando che, “nello sconforto causato dagli inutili tentativi di migliorare le loro condizioni esistenziali, gli adolescenti si danno al crimine”. E i disperati diventano facilmente obiettivi di reclutamento per i movimenti estremisti.
Nonostante lo sforzo del governo per conferire a Moulay Rachid, più di dieci anni fa, lo status di “municipalità”, ciò non ha migliorato le infrastrutture sociali e culturali del quartiere. Sembra piuttosto che i capi della municipalità stiano abusando del loro potere.
Gli stadi sono completamente abbandonati, offrendo facile rifugio ai criminali. Il club tennistico “La Raquette D'or” è stato illegalmente trasformato in una sorta di municipio, che, secondo quanto dichiarano gli abitanti, viene sfruttato da un parlamentare, parente del presidente della municipalità.
”Lo sviluppo a Moulay Rachid è solo un sogno”, ha commentato l’avvocato Chemsy.
La municipalità ha un esteso parco industriale, racconta il legale, ma “somiglia più che altro a un cimitero, dove donne lavoratrici seppelliscono la propria giovinezza. Vi entrano giovani e motivate, e ne escono con la schiena piegata”.
La maggior parte delle industrie sta affrontando la bancarotta, ha proseguito Chemsy, rischiando la cessazione dell’attività a causa della “concorrenza illegale degli articoli di contrabbando provenienti da Spagna, Algeria e Cina che stanno invadendo il mercato, di tasse sempre più alte e dell’assoluta mancanza di un supporto (governativo)”.
Gli abitanti di Moulay Rachid ed Almassira non hanno sufficienti opportunità di sviluppo. L’iniziativa privata deve essere incoraggiata, ha detto Chemsy, ma le difficoltà sono notevoli.
Paradossalmente, “tentare un’iniziativa privata a Moulay Rachid è come esplorare una caverna dagli abissi sconosciuti. Il primo ostacolo sono le tortuose procedure amministrative”, ha dichiarato Chemsy in un’intervista all’IPS.
”Una semplice autorizzazione per aprire una nuova attività commerciale richiede un lungo iter burocratico, di cui si può conoscere unicamente la data d’inizio, e solo Dio ne conosce la fine”.
La corruzione imperversa a Moulay Rachid, costituendo un ulteriore ostacolo per l’iniziativa privata. Chemsy sostiene che i futuri investitori si piegheranno facilmente ai “capricci di venali dipendenti pubblici e di funzionari e agenti dell’autorità locale”.
La politica governativa del Marocco per lo sradicamento dei quartieri poveri è stata per lo più sporadica e reattiva, in risposta ad eventi come la rivolta popolare del 1981 e l’attentato del maggio 2003.
Ciononostante, nel 2007, alcune città del Marocco verranno dichiarate “libere dalle baraccopoli”, e altre otterranno lo stesso attestato nel 2010. Tuttavia, gli osservatori sembrano d’accordo sul fatto che un programma mirato a città “libere dai ghetti” sarebbe di gran lunga più produttivo.

