SOSTENIBILITA’: In Nepal, germogli tra le pallottole

KATMANDU, 15 novembre 2004 (IPS) – Quando tre anni fa il Nepal cominciò a subire intense piogge
monsoniche, gli abitanti del villaggio di Kharang (nel distretto
orientale di Sankhuwasava) decisero di piantare il bambù sui
pendii per contenere i franamenti di fango

Oggi le colline sono diventate verdi e gli smottamenti di terra si sono arrestati. Per di più, gli abitanti del paese sfruttano il legname.

“Gli alberi crescono e noi siamo felici”, ha detto Lila Bahadur Dahal del “Gruppo della comunità Kalila per l’uso dei boschi”, creatosi nel 2000.

In Nepal si formano sempre più gruppi di questo tipo allo scopo di piantare boschi con l’avallo del governo e poi sfruttare il legno per il sostentamento delle comunità povere.

Tutto questo nonostante gli effetti devastanti sulla società e nel bel mezzo del conflitto tra il governo e gli insorgenti maoisti.

Più di 1500 persone sono morte e 250 scomparse da quando, circa un anno fa, è finito il cessate il fuoco concordato tra le autorità e l’insorto Partito comunista maoista, ispirato al gruppo guerrigliero peruviano Sendero Luminoso.

Il conflitto in questo regno povero dell’Himalaya, di 26 milioni di abitanti, ha devastato le risorse naturali ed è diventato uno dei più letali di tutta l’Asia.

I 70 membri del gruppo di Salila si sono ispirati al “Gruppo della comunità di Hokse per l’uso dei boschi”, del vicino villaggio omonimo, che vende legno “saal” per milioni di rupie ogni anno.

In un paese dove quasi il 90 per cento della popolazione dipende dall’agricoltura per la propria sussistenza, i prodotti del bosco come il bambù sono cruciali. Gli abitanti del villaggio lo usano per costruire le case, adornare i giardini e fabbricare le stalle.

Le nuove leggi del Nepal concedono più diritti amministrativi sui boschi alle comunità locali.

Il denaro ricavato dalla vendita del legno viene investito in programmi di sviluppo comunitario, infrastrutture, nell’educazione degli abitanti dei villaggi e in campagne di rimboschimento.

Ma le comunità sono preoccupate per l’atteggiamento del governo, che chiede una fetta sempre più grande della torta.

Quattro anni fa, il governo decise di esigere alle comunità un’imposta del 40 per cento sulle vendite di legno “saal”, “khayer” e “chanp”, e il 10 per cento sul resto. Una misura che viene tuttora applicata, nonostante la Corte Suprema di giustizia l’abbia giudicata “illegale”.

La Corte Suprema ha anche ordinato al governo di affidare la gestione del resto dei boschi alle comunità, ma questo ha ritenuto “ingiusta” la risoluzione, secondo il vicepresidente della “Federazione di Gruppi comunitari per l’uso dei boschi”, Apsara Chapagain.

“Le comunità hanno lavorato sodo per piantare i nuovi boschi, e meritano di goderne i frutti. Il governo vuole solo prendersi una fetta dei nostri guadagni”, ha aggiunto.

Chapagain è anche membro del “Gruppo della Comunità di Kyalachiti per l’uso dei boschi”, della municipalità di Panauti.

“La politica del governo dice che i gruppi sono indipendenti e autonomi, ma questo non è vero”, ha segnalato.

Chandi Prasad Shrestha, ministro per i boschi e la conservazione della terra, ha assicurato che il governo ha “rimediato all’errore” e che non c’è discriminazione contro le comunità.

“È che il governo si preoccupa anche di difendere i propri diritti. Solo i gruppi che vendono il legno più caro devono pagare di più. Dopotutto, i boschi sono di proprietà del governo”, ha affermato.

Molte persone a Katmandu temono che la politica del governo possa vanificare i progressi compiuti grazie ai programmi di forestazione delle comunità, che sono un modello di sviluppo sostenibile per il resto del Sud.

“Ciò che abbiamo raggiunto adesso è il risultato del duro lavoro e dell’impegno delle comunità, degli agricoltori poveri”, ha affermato il giornalista Subodh Gautam, del giornale Kantipur.

La forestazione comunitaria è nata come un progetto pilota a metà degli anni ’80, e oggi esistono già 13.000 gruppi, di cui fanno parte più di otto milioni di agricoltori.

Circa il 18 per cento dei boschi del paese sono amministrati dalle comunità. Allo stesso tempo si formano sempre più gruppi, secondo fonti del governo.

Alcuni esperti segnalano che il piano di forestazione comunitaria sta salvando i boschi del Nepal, che si sono ridotti drasticamente negli anni ’80.

Gli abitanti del villaggio di Kharang hanno un sogno: dopo il bambù, pianteranno anche alberi di “saal”, “amla” e “harra” su tutta la montagna per poi vendere il legname.

Secondo Hima Devi Chauhan, piantare e coltivare gli alberi è un compito molto speciale.

“È sbagliato pensare che uno pianta un albero e questo cresce così, da solo. Bisogna fare in modo che crescano nel modo migliore. È come allevare figli”, ha affermato.