SVILUPPO: La crisi degli aiuti internazionali

NEW YORK, dic (IPS) – Sono l’attenzione dei media e gli interessi politici a determinare la sorte degli aiuti umanitari internazionali, e non la gravità della crisi globale, ha dichiarato Kofi Annan, segretario generale dell’Onu

“Abbiamo visto in tante occasioni che la gente risponde generosamente dopo aver visto in televisione un bambino affamato, una madre agonizzante o un padre disperato. Ma non dimentichiamo che la maggior parte delle crisi accadono fuori dagli schermi”, ha poi affermato Annan.

Presentando l’Appello Umanitario Consolidato 2004, per i fondi ai programmi di aiuti del prossimo anno, Annan ha ricordato che la risposta del 2002 agli appelli per l’assistenza umanitaria ha mostrato una tendenza preoccupante.

Le agenzie internazionali hanno ottenuto quasi il 91% degli aiuti chiesti per l’Iraq, ma il Burundi ha ricevuto solo il 28% dei fondi sollecitati. E questo, a causa dei forti interessi politici di molti paesi in Iraq, ha sottolineato Annan.

E per la Liberia, che ha ricevuto appena il 24% dei finanziamenti richiesti, è stato ancora peggio.

In novembre, Annan ha sollecitato 3 miliardi di dollari da destinare a 136 agenzie umanitarie impegnate nella lotta per salvare 45 milioni di vite umane in 21 paesi il prossimo anno.

“Nessuno deve morire per mancanza di cibo e medicine che abbondano in altre parti del mondo”, ha osservato il segretario generale.

I fondi saranno rivolti ad affrontare crisi umanitarie in Angola, Burundi, Cecenia, Repubblica Centroafricana, Costa d’Avorio, Corea del Nord, Repubblica democratica del Congo, Eritrea e la zona dei grandi laghi in Africa.

Verranno finanziati anche programmi in Guinea, Liberia, Palestina, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Tajikistan, Tanzania, Uganda e Zimbabwe.

“Se abbiamo raccolto circa 2 miliardi di dollari per l’Iraq, sicuramente potremo ottenere i 3 miliardi per il resto del mondo nel prossimo anno”, ha sostenuto Kofi Annan.

E questo “equivale a poco più di tre dollari a persona nei paesi donatori, il costo di una rivista o di una tazza di caffè”, ha proseguito.

Lo scorso anno, la spesa mondiale per gli aiuti umanitari ammontava a 10 miliardi di dollari, di fronte ad una spesa militare che ha sfiorato gli 800 miliardi.

Jan Egeland, sottosegretario generale dell’Onu ha dichiarato all’IPS che all’inizio di quest’anno l’attenzione della stampa verso la situazione in Liberia è stata vitale per i programmi umanitari nel paese.

“Adesso stiamo raggiungendo diverse parti del paese a cui non abbiamo accesso da molto tempo e riceviamo più fondi. Ma adesso abbiamo un altro problema: che l’attenzione della stampa si consuma presto”, ha osservato Egeland.

Samuel Nyami, coordinatore dei programmi umanitari Onu in Etiopia, lo scorso martedì ha dichiarato in una conferenza stampa a Washington che l’Aids (sindrome da immunodeficienza acquisita), l’insicurezza alimentare e la povertà sono ancora le sfide principali da affrontare in Africa.

Abou Moussa, coordinatore generale umanitario dell’Onu, durante lo stesso incontro ha espresso preoccupazione per la situazione in Liberia: mezzo milione di sfollati e circa 300.000 rifugiati, gravi problemi nelle forniture di acqua ed elettricità ed appena il 10 per cento della terra arabile coltivata.

“Il popolo della Liberia deve imparare a sostenersi da sé. I liberiani non vogliono dipendere per sempre dalle donazioni”, ha commentato.

Egeland ha sottolineato che l’Onu non condanna l’interesse dei donatori per l’Iraq, ma che è necessario occuparsi anche di altri bisogni del pianeta.

“Spero che la generosità dimostrata con l’Iraq a Madrid (il mese scorso alla conferenza internazionale dei donatori) non prosciughi le risorse per altri paesi, ma serva da esempio di come il mondo deve rispondere ai problemi umanitari”, ha indicato.

Lo scorso martedì, Mark Malloch Brown, amministratore del programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, ha riferito ai giornalisti che “essere nella lista (dei paesi svantaggiati) non deve comportare uno status permanente”.

Egeland ha però osservato che la presenza di alcuni paesi anno dopo anno è un segnale evidente che la comunità internazionale sta fallendo. “Credo che tutti abbiamo sbagliato con quei paesi”, ha dichiarato.

“Le crisi in quei paesi sono un segnale che le parti in conflitto, le autorità locali e regionali, i donatori e le potenze mondiali non hanno fatto un buon lavoro. Le sofferenze di quei paesi anno dopo anno parlano chiaro”, ha aggiunto.

Gli Stati Uniti sono i principali donatori di aiuti umanitari internazionali e uno dei sei paesi (insieme a Gran Bretagna, Olanda, Norvegia, Kuwait e Svezia) che assegnano più dello 0,1 per cento del prodotto interno lordo (Pil) a tale scopo. Lo scorso anno, Washington ha contribuito per oltre 1 miliardo di dollari.

Uno dei grandi problemi che affrontano le agenzie umanitarie è la differenza tra i finanziamenti per gli aiuti alimentari e quelli non alimentari: mentre per i primi gran parte della richiesta viene soddisfatta, i paesi donatori contribuiscono con appena un terzo a tutte le altre.

“Diciamolo chiaramente: gli aiuti che diamo a questi paesi non è carità, è un loro diritto”, ha concluso Annan a New York.

* Con contributi di Miriam Kagan, da Washington.