Jampui Hills, una pittoresca località collinare nella provincia nord-orientale dello stato indiano del Tripura, è nota da decenni come “Orange Bowl”, la Conca delle Arance. Ma i cambiamenti climatici hanno spinto i coltivatori alla ricerca di un’agricoltura sostenibile.

JAMPUI HILLS, India, 24 febbraio 2020 (IPS) – Hillol Datta, 26 anni, ha compiuto un viaggio di due giorni da Calcutta per raggiungere Jampui Hills, una pittoresca località collinare nel nord-est dell’India, e ammirarne gli aranceti carichi di frutti. Tuttavia, dopo aver guidato per ore, tutto ciò che il giovane viaggiatore ha visto è stato qualche spoglio appezzamento di terreno lungo i fianchi delle colline e qualche filare sparso di palme di Betel (che producono le omonime noci).

“È una delusione. Avevo tanto sentito parlare degli aranceti di Jampui… Anche mio padre aveva detto che tutte le colline verdi sarebbero state punteggiate d’oro. Ma ho visto solo piante di supari (palme di Betel)”, racconta Datta a IPS, visibilmente contrariato.

Non erano bugie quelle che avevano raccontato a Datta: per decenni le pittoresche colline di Jampui, nello stato del Tripura, erano dette “la Conca delle Arance” perché centinaia di aziende agricole disseminate tra le colline producevano arance dolci e succose color oro scuro che hanno vinto numerosi premi nelle fiere agricole di tutto il paese.

Ci sono 10 villaggi a Jampui, che secondo l’ultimo censimento nazionale (2011) conta una popolazione totale di 12.000 abitanti. La coltivazione di arance in quest’area ha avuto inizio negli anni ’60 del secolo scorso, ma ha acquistato popolarità a metà degli anni ’80 quando quasi tutti i villaggi hanno cominciato a coltivare arance, facendo di questo prodotto destinato alla vendita la loro principale fonte di sostentamento.

Da quando è iniziata negli anni ’60, la coltivazione delle arance ha richiamato a Jampui commercianti e turisti in egual numero.

Di fatto, le arance costituivano l’attrazione principale del Jampui Orange Festival, un evento culturale organizzato tutti gli inverni per festeggiare il paesaggio collinare e l’arte e la cultura delle tribù locali degli indigeni Mizo durante la stagione del raccolto delle arance.

Buona qualità, domanda elevata

In India il distretto più famoso per la coltivazione delle arance rimane quello di Nagpur. Di solito, però, nei mercati dell’India orientale le arance di Jampui spuntavano prezzi più elevati, vale a dire tra 240 e 300 rupie (4-5 dollari) la dozzina, rispetto alle 100-150 rupie (1,5-2,5 dollari) delle arance di Nagpur. Inoltre, turisti e acquirenti arrivavano dagli stati confinanti dell’Assam, del Meghalaya e del Bengala Occidentale.

“Le mie arance venivano sempre acquistate ad albero dai commercianti provenienti dall’Assam”, racconta a IPS Zoram Sailo, che coltiva arance da 30 anni. Questo coltivatore sessantasettenne del villaggio di Tlangsang aveva una clientela fissa abituata a fare un giro nel suo aranceto e a proporre un prezzo. I suoi vicini, che avevano meno alberi, preferivano vendere le arance nei mercati locali ai turisti e ai fruttivendoli del posto.

“Vendevo ogni albero per 5.000 rupie (70 dollari), a volte anche di più. In media, quindi, guadagnavo 150.000 rupie (tra 1.500 e 2.000 dollari). Subito dopo iniziavamo a prepararci per il Natale”, ricorda Sailo.

Intorno al 2008, però, Sailo cominciò a subire perdite, perché gli alberi del suo aranceto iniziarono a morire a seguito di un’infestazione di parassiti. Si trattava di oidio, o mal bianco, una malattia che provoca la decolorazione delle foglie, l’indebolimento della pianta e la caduta dei frutti.

Alla fine, nel 2016, dopo anni di periodica caduta prematura dei frutti e graduale avvizzimento apicale (malattia che provoca la morte della pianta a partire da rami e getti), Sailo abbandonò del tutto la coltivazione delle arance e iniziò invece a piantare palme di Betel.

Piantagione di palme di Betel a Jampui, nel nordest dell’India, in un aranceto devastato dalla patologia vegetale dell’avvizzimento apicale. Si vedono ancora alcuni aranci, morti e bianchi. Crediti: Stella Paul/IPS

L’imprevedibilità del clima aggrava i danni

Secondo Debaprasad Sarkar, responsabile dell’agricoltura ad Agartala, capitale dello stato del Tripura, l’infezione da oidio si diffonde per via aerea, ma è possibile contenerla irrorando di pesticida un intero villaggio da una posizione elevata. I coltivatori di Jampui, però, non disponevano delle risorse e delle infrastrutture necessarie.

Molti abitanti del posto, inoltre, sostengono che, sebbene l’infestazione non sia sempre letale, il mutamento delle condizioni climatiche l’abbia diffusa in modo incontrollabile, provocando un avvizzimento apicale di massa tra le piante dei frutteti.

“Per esempio, a gennaio [durante l’inverno] di quest’anno, la temperatura di mezzogiorno ha raggiunto i 25 °C. Stiamo assistendo a ondate di calore perfino a ottobre, che normalmente è la ‘stagione della rugiada’. In passato, i temporali erano un fenomeno tipicamente estivo e si verificavano forti piogge solo a giugno o luglio. Adesso, invece, ci sono cicloni tutto l’anno. Pertanto, non sappiamo se sono arrivati prima i parassiti o se sono state le condizioni meteorologiche a portarli qui”, ha dichiarato a IPS Dockchoro Reang, un ex maestro di scuola nel villaggio di Phuldungsei.

Anche uno studio condotto nel 2018 da Feroze Mohammed Sheikh della Central Agricultural University (nello stato del Manipur) mette in evidenza l’aumento della temperatura e il cambiamento climatico sulle colline di Jampui. Lo studio, intitolato “Study – Central Agricultural University”, afferma che le colline di Jampui hanno registrato ritardi nell’arrivo dei monsoni, un aumento della temperatura e la cessazione dei venti freschi che solitamente spiravano nella regione: tutti fenomeni che sembrano aver favorito l’infestazione da parassiti e l’avvizzimento apicale.

Lo stato dà una mano

Secondo il Food Sustainability Index, l’indice di sostenibilità alimentare nato dalla collaborazione tra la Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) e l’Economist Intelligence Unit (EIU), rispetto ad altri paesi a reddito pro capite medio l’India ha un punteggio di 65,5 su 100 per quanto riguarda l’agricoltura sostenibile, dove 100 corrisponde “alla massima sostenibilità e ai maggiori progressi verso il raggiungimento degli obiettivi in campo ambientale, sociale ed economico misurati dagli indicatori chiave di prestazione”.

Si tratta di un punteggio sopra la media per paesi a reddito pro capite medio, come per esempio il Brasile (64,2) e la Cina (60,7).

Il danno alla coltura di arance non è dunque passato inosservato al governo statale.

Nel corso di una conferenza stampa tenuta di recente ad Agartala, il ministro dell’Agricoltura indiano Pranajit Singha Roy ha ammesso che la coltivazione delle arance a Jampui è giunta al termine.

“La produzione di arance nelle colline di Jampui non esiste più, e sebbene se ne coltivino ancora in altre zone dello stato il loro sapore non è all’altezza di quelle di Jampui”, ha dichiarato Roy.

Per aiutare i coltivatori in difficoltà, il governo statale continua a fornire sostegno finanziario e supporto tecnico per coltivare palme di Betel nell’ambito del programma Mahatma Gandhi National Rural Employment Guarantee, che è il vanto del paese. Promulgato come legge del parlamento nel 2005, il programma mira a “migliorare la sicurezza dei mezzi di sostentamento nelle aree rurali offrendo almeno 100 giorni di lavoro con salario garantito nell’arco di un anno finanziario a ogni famiglia i cui membri adulti si offrano spontaneamente di svolgere lavori manuali non specializzati”.

Inoltre, ha affermato Sarkar, i 200 coltivatori ancora impegnati nella coltivazione delle arance hanno ricevuto un sussidio finanziario di 15.000 rupie (200 dollari).

L’attuale politica agricola quinquennale dello stato promette inoltre di promuovere la coltivazione della noce di Betel in tutto lo stato del Tripura, in particolare a Jampui.

In media, si può fare il raccolto delle noci di Betel tre o quattro volte l’anno, e un solo albero è in grado di produrre da 200 a 300 chili di noci. Considerando che la domanda di noci è costante tutto l’anno sia all’interno che all’esterno della regione e che il prezzo medio di mercato è di 300 rupie (5 dollari) al chilo, i coltivatori di Jampui sperano che le loro difficoltà finanziarie terminino presto.

“Come gli aranci, anche le palme di Betel si possono piantare sui pendii delle colline, e questo è un grosso vantaggio. Soprattutto, come accadeva con le arance, abbiamo la possibilità di vendere i frutti sia prima sia dopo il raccolto”, dice Sailo, che aspetta di fare il primo raccolto nel corso dell’anno mentre il suo albereto compie cinque anni.

Il futuro

Per il settore turistico e ricettivo, tuttavia, i giorni bui non sono affatto terminati, poiché risente a cascata della scomparsa degli aranceti.

Ranjan Sen, 38 anni, porta in giro i turisti sulle colline di Jampui da oltre dieci anni. Nella stagione di massima coltivazione delle arance guadagnava tra le 7.000 e le 8.000 rupie (100-120 dollari) per ogni tour, poiché di solito i turisti preferivano trascorrere sul posto una notte o due.

Ma non essendoci più gli aranceti, la zona non offre sufficienti spunti di interesse.

“Prima, i turisti andavano a vedere gli aranceti e i mercati per comprare le arance. Adesso, invece, vanno direttamente a Beliangchhip (la vetta più elevata della regione) e tornano a casa. Quindi non posso chiedere più di 2-3.000 rupie (27-41 dollari)”, confessa Sen a IPS.

Anche i piccoli ristoranti, una volta molto apprezzati dai turisti, stanno lottando per sopravvivere.

“Gli affari vanno male perché non ci sono quasi clienti. La gente non si ferma più e preferisce mangiare nei ristoranti di città più grandi”, afferma Lalnun Puii, che gestisce un ristorantino a Vanghmun, il villaggio più grande di Jampui.

Per sopravvivere, adesso Puii acquista a prezzo ridotto dai coltivatori gli aranci rinsecchiti e li vende come legna da ardere.

“Le palme di Betel possono andar bene, ma non bastano per riportarci i clienti”, conclude.

 

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