EDITORIALE: Errori sempre più profondi nell’Artico

THE INSTITUTION PRISON, NUUK,, GROENLANDIA, 22 giugno 2011 (IPS) – La capitale della Groenlandia è molto lontana dalla mia città natale in Sudafrica, Durban, e il viaggio verso l’Artico è molto lungo per un africano venuto per promuovere la lotta contro il cambiamento climatico. E adesso sono seduto in una cella del carcere “Institution” di Nuuk insieme al mio collega Ulvar Arnkvaern, per aver violato un’area interdetta ed essere salito a bordo di una piattaforma petrolifera per trivellazioni in acque profonde, a circa 120 km dalle coste della Groenlandia.

Greenpeace Greenpeace

Greenpeace
Greenpeace

Ho portato con me le firme di 50mila persone che chiedono a Cairn Energy, proprietaria della piattaforma, “un piano di risposta alle fuoriuscite di petrolio” e la cessazione immediata delle trivellazioni. Mi hanno detto che dal giorno del mio arresto più di 20mila persone hanno firmato la petizione sul sito di Greenpeace, www.greenpeace.org.

Sono qui per difendere il fragile ambiente artico. Sono il ventiduesimo attivista di Greenpeace che si è offerto volontario nelle ultime settimane per raggiungere la piattaforma di 30 metri nel mezzo dell'oceano. Sono venuto per unirmi alle proteste e ad un appello al buon senso, per mettere fine alle pericolose trivellazioni petrolifere in acque profonde nell’Artico. Sono quindi uno dei 22 attivisti arrestati e detenuti in Groenlandia. Come è possibile che dopo la disastrosa fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico nel 2010, che causò l'esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, sia ancora consentito trivellare a simili profondità nell'Artico, dove una qualsiasi operazione di ripristino ambientale sarebbe impossibile? Dopo quel che è successo nel Golfo del Messico, sarebbe logico aspettarsi maggiore trasparenza e controllo pubblico.

Ma il motivo della segretezza della Cairn Energy è evidente: sarebbe impossibile ripulire l’Artico, l'ecosistema verrebbe decimato, la pesca in Groenlandia distrutta e la compagnia petrolifera da 10 miliardi di dollari andrebbe in bancarotta: non è una buona prospettiva per la corsa al petrolio e per i capitalisti che sperano di ottenere enormi profitti.

Sono motivi più che sufficienti per dire no alle trivellazioni petrolifere nell'Artico. Ma ci sono molte altre ragioni per chiedere che il mondo guardi oltre il petrolio.

La bruciatura dei combustibili fossili altera il clima e scioglie i ghiacciai artici, alterando uno degli ecosistemi più isolati e ostili della Terra. La drastica diminuzione del ghiaccio marino durante l'estate boreale è un chiaro segno del riscaldamento globale. Ma l'industria petrolifera e i governi ad essa legati considerano questo allarme un invito ad andare avanti, “drill baby drill!” (trivella, baby, trivella).

Il cambiamento climatico sta già scatenando il caos nel mondo e colpendo le popolazioni più povere. L'Artico non è solo una vittima, da qui potrebbero anche riflettersi e ampliarsi tutte le alterazioni.

Come africano mi interessa molto quello che sta accadendo nell’Artico, perché gli scienziati hanno detto che il riscaldamento climatico in questa zona è senza precedenti e avrà conseguenze per le popolazioni più vulnerabili. Un Artico più caldo potrebbe drasticamente cambiare le condizioni meteorologiche di regioni distanti migliaia di chilometri.

A un certo punto bisogna dire basta. E dobbiamo farlo ora, qui nel ghiaccio dell'Artico, nelle foreste pluviali del mondo e alla luce del disastro nucleare di Fukushima. Bisogna dire basta allo spreco di miliardi investiti per la costruzione di nuove stazioni petrolifere, che potrebbero essere usati per migliorare l'efficienza energetica delle fonti energetiche rinnovabili.

Mentre sono qui in carcere, un pericoloso impianto di trivellazione della Cairns continua la ricerca di gas e petrolio e si avvicina sempre più alla zona di fuoriuscita, dove aumentano i rischi di un’esplosione in acque profonde. Eppure non conosciamo ancora neanche lontanamente il loro piano segreto di ripristino dell’Artico.

Quanto più la piattaforma trivella in profondità nell’Artico, tanto più ci avviciniamo a un punto di non ritorno per il clima, un punto in cui la bruciatura di combustibili fossili creerebbe un caos climatico provocando eventi meteorologici gravissimi, l’innalzamento del livello del mare, fame e conflitti.

La natura ci ha avvisato e questo avvertimento è un banco di prova. Un test di intelligenza che non possiamo permetterci di sbagliare. Ciò che faremo oggi deciderà in che mondo vivremo e cosa lasceremo ai nostri figli…

Il mio soggiorno a Nuuk sarà breve, forse sarò presto liberato ed espulso. Ma al mio ritorno a Durban a novembre, ripenserò a Nuuk e alla metafora delle trivellazioni profonde nell'Artico In occasione del 17esimo incontro annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico farò pressioni affinché si raggiunga un accordo equo, ambizioso e giuridicamente vincolante.

Cerchiamo di non essere stupidi, diciamo no al petrolio artico e sì a un mondo libero dalla minaccia di un cambiamento climatico catastrofico. © IPS

Kumi Naidoo è direttore esecutivo di Greenpeace