LIBIA: Storie di orrore quotidiano

BENGASI, Libia, 3 marzo 2011 (IPS) – Le mura esterne dell’ospedale di Al-Jala nel centro di Bengasi sono ricoperte di manifesti di persone scomparse, per lo più giovani e adolescenti spariti dall’inizio delle proteste. All’interno, sono ricoverate centinaia di vittime degli scontri nelle strade di Bengasi contro le forze di Muammar Gheddafi.

Imed Halissa Seli Mike Elkin/IPS.

Imed Halissa Seli
Mike Elkin/IPS.

Al-Jala, l’unico ospedale per le emergenze della città che dispone di chirurghi ortopedici e neurochirurghi, accoglie la maggior parte delle vittime della carneficina.

Lo scorso 19 febbraio, Adel Al Salini, 29 anni, stava andando al cimitero per assistere alla sepoltura del fratello Ayet, ucciso il giorno prima dagli uomini di Gheddafi. Appena è uscito dall’auto, alcuni mercenari in tuta mimetica hanno cominciato a sparare contro di lui e tutti i partecipanti al funerale.

Adel è stato colpito sotto le costole, con danni al fegato e ai reni. È stato sottoposto a intervento chirurgico, e adesso gli è rimasta una profonda cicatrice sull’addome, ma dovrebbe riprendersi completamente. “Alhamdulilah”, ha esclamato, che in arabo vuol dire “grazie a Dio”.

Imed Halissa Seli, 31 anni, abita in un quartiere vicino a una base militare. Nella stessa giornata di sabato ha cominciato a sentire delle urla e degli spari in strada, ed è uscito per vedere cosa stava succedendo: “Alcuni libici e africani neri con indosso lunghe giacche scure stavano scavalcando le mura della base per sparpagliarsi nelle strade”, ha raccontato.

“Hanno cominciato a sparare contro chiunque si trovassero davanti. Anche io sono rimasto colpito. Gli abitanti sono rimasti nascosti finché i mercenari non si sono ritrovati nel mezzo della strada, quindi hanno cominciato ad attaccarli da ogni lato con pietre, spade e asce. Siamo riusciti a catturare uno di loro e lo abbiamo consegnato al comitato di sicurezza di Bengasi”.

Dopo essere stato colpito alla nuca, Seli ha dovuto aspettare sette giorni prima di essere operato, perché altri pazienti riportavano ferite più gravi e avevano la precedenza.

Secondo i dati riportati dalle fonti sanitarie di Bengasi alla Croce Rossa domenica scorsa, dall’inizio degli scontri sarebbero 256 i morti e 2mila i feriti.

Secondo i medici forensi della camera mortuaria dell’ospedale, con i continui arrivi di nuovi corpi portati sulle barelle c’è sempre meno spazio per lavorare. I corpi di due mercenari di Gheddafi – sembra uno di origine libanese e un secondo proveniente da un altro paese africano – sono rimasti lì in decomposizione.

Alcuni esperti forensi stavano anche lavorando sull’identificazione dei resti carbonizzati di nove soldati che sarebbero stati uccisi e bruciati perché si erano rifiutati di sparare contro la folla.

Tre medici con le mascherina esaminavano una massa scura – da cui si poteva intravvedere il collo, il torace fino e parte della coscia di un soldato. Con una piccola sega circolare, uno di loro ha cominciato a segare il femore per estrarre parti di osso da sottoporre ad esame del DNA. Per terra, nella stanza accanto, giacevano altri otto cadaveri chiusi in altrettante sacche verdi.

“Dobbiamo identificare i corpi”, ha detto il dottor Sabah, mentre cercava una sezione di osso da usare come campione. “Questa stanza adesso sembra vuota in confronto alla scorsa settimana, quando era strapiena. Continuano ad arrivare persone in cerca dei loro familiari scomparsi”.

Al Centro medico di Bengasi, un nuovo gigantesco ospedale appena fuori dal centro, la situazione al pronto soccorso non era tragica quanto ad Al-Jala, ma i dottori erano furiosi: “Arrivano soprattutto vittime di armi da fuoco colpite alla testa, al petto e all’addome, per la maggior parte giovani di meno di 25 anni”, ha affermato il direttore Jamal Eltalhi.

“Alcuni entrano già morti, altri muoiono qua. E non solo persone colpite da armi da fuoco, ma anche da artiglieria pesante. Ferite terribili per tipo e dimensione. Alcuni corpi sono tagliati in due. Tutti dichiarano di essere state vittime di colpi di arma da fuoco sparati per uccidere”.

Tra gli abitanti di Bengasi è molto diffusa la paura degli attacchi di Gheddafi.

“Siamo in stato d’allerta perché non sappiamo cosa potrebbe ancora accadere”, dice Eltalhi. “Ma cerchiamo di andare avanti con il personale medico e infermieristico che abbiamo, ridotto al minimo. Non possiamo aprire altre corsie, non abbiamo servizi ambulatoriali funzionanti per la carenza di staff e rifornimenti. Mancano i farmaci antiepilettici, antitumorali e antidiabetici”.

“Sono tutte medicine essenziali, ma non sono state una priorità negli ultimi giorni. Se succede qualcos’altro a Bengasi, questo ospedale non ce la farà a gestire la situazione. Dobbiamo anche pensare a quello che sta accadendo nella zona occidentale, dove c’è una situazione di grave crisi.

“Ogni giorno ci sono nuove uccisioni. A Tripoli fanno sparire i corpi delle persone uccise perché nessuno possa scoprirli. Mia madre è bloccata a Tripoli, e al telefono mi ha detto che nessuno può lasciare la propria casa per comprare da mangiare. Tutti si nascondono nelle loro case, cercando di risolvere interrogativi che restano senza risposta”. © IPS