PECHINO, 24 aprile 2009 (IPS) – Sulle prime, niente di straordinario: ci si aspettava che un libro dall’intrigante titolo “La Cina è infelice” avrebbe acceso gli animi perché esplorava il risentimento per gli abusi degli stranieri della nazione più popolosa e aspirante superpotenza mondiale.

Invece, il libro sembra aver toccato le corde dei lettori cinesi in modo ben diverso: con un sorprendente colpo di scena, il volume – inteso a risvegliare l’indignazione nazionale per il trattamento delle potenze straniere verso la Cina – ha suscitato vive proteste nel popolo del colosso asiatico verso il proprio governo.

Fiumi di commenti hanno attraversato il cyberspazio finendo anche sulle pagine di alcuni media di proprietà statale.

“Apparentemente, è un libro sul patriottismo”, ha detto il commentatore Chang Ping sul quotidiano liberale Southern Weekend. “Il problema è che non aiuta la Cina a risolvere i propri problemi rivelandoli. Al contrario, vuole che la Cina diventi più forte attraverso l’odio contro altre nazioni, e punendo il popolo cinese che ama altri paesi”.

Tuttavia, “come possono i cinesi essere felici?”, ha chiesto Chang. “I loro figli bevono latte avvelenato e soffrono di calcoli renali; i mariti scendono nel fondo delle miniere per scavare il carbone, e lì restano sepolti; chiunque si schieri per protestare viene mandato in cliniche per malati mentali. Intanto, anche le sigarette fumate dai funzionari pubblici costano una fortuna”.

Tra i difensori del libro, persone considerate in linea con le idee del governo. Secondo la giornalista veterana Xiong Lei – che dopo essersi licenziata dall’agenzia di stampa statale Xinhua News, oggi è membro del consiglio della China Society for Human Rights Studies – il libro può essere visto come l’espressione del malcontento del paese per gli attuali squilibri dell’ordine mondiale.

“La gente ha certamente il diritto di essere infelice di fronte a queste disuguaglianze”, ha scritto sul China Daily. “È anche comprensibile che qualcuno chieda una riforma dell’attuale sistema politico ed economico del nostro villaggio globale”.

“Il libro ‘La Cina è infelice’ è valido solo per il suo titolo”, controbatte Song Shinan, un blogger della provincia di Sichuan, dove lo scorso anno un devastante terremoto ha sepolto migliaia di bambini sotto le macerie di edifici scolastici mal costruiti. “Tutte le 340mila parole del libro dovrebbero essere cancellate e sostituite con soli cinque caratteri stampati sulla copertina… Che inevitabilmente risuonerebbero nella stragrande maggioranza della popolazione cinese”.

La lista delle persone infelici fornita da Song sembra un almanacco dei gruppi sociali cinesi: traffico di bambini per il lavoro in schiavitù, detenuti uccisi in carcere in seguito a torture, lavoratori migranti privati del loro lavoro, studenti universitari lasciati senza occupazione, intellettuali accusati di crimini per i loro discorsi, e “tutti quei cinesi che gridano silenziosamente nel buio per le umiliazioni o le ferite subite”. Sì, la Cina è infelice, conclude.

Il partito comunista, al potere dal 1949, deve affrontare lo sconforto popolare per la corruzione diffusa, la disparità di reddito e il suo fallimento l’anno scorso nell’impedire la morte dei bambini nel terremoto di Sichuan, oltre alla scandalosa propaganda della formula del latte contaminato che ha avvelenato oltre 300mila bebè.

Il 1 ottobre ricorrerà il 60esimo anniversario dalla fondazione della Cina comunista, mentre il 4 giugno sarà il 20esimo anniversario delle manifestazioni studentesche di Piazza Tienanmen, e della violenta repressione del governo.

Le critiche interne sulle difficoltà della Cina suscitate dal libro non erano forse il risultato che i suoi autori speravano di raggiungere. Seppure sfoghino la loro rabbia anche su obiettivi nazionali, il loro disprezzo è riservato soprattutto al trattamento ingiusto del mondo esterno nei confronti del paese.

La collezione di diversi saggi “La Cina è infelice’ esce sulla scia di un altro bestseller ultranazionalista pubblicato nel 1996, ‘La Cina può dire no’. Entrambi sono stati scritti da un gruppo di intellettuali e accademici che si dicono portavoce delle critiche e le domande del popolo cinese.

Mentre il primo libro è stato scritto in un impeto di rabbia contro l’Occidente subito dopo il bombardamento Nato contro l’ambasciata cinese in Jugoslavia, il secondo è stato pubblicato come una riflessione dei problemi affrontati dalla Cina nel suo anno di trionfo olimpico.

La tesi del libro è che le proteste che hanno guastato le Olimpiadi di Pechino l’anno scorso testimoniano il persistente odio del mondo esterno verso la Cina, mentre i “fantasmi” stranieri dietro agli scontri nella capitale tibetana Lhasa del marzo 2008 dimostrano quanto il paese sia “strategicamente accerchiato dal mondo occidentale”.

Liu Yang, uno degli autori, sostiene che la Cina “non deve lasciare che gli Usa sequestrino il mondo”, e rimprovera i riformatori cinesi per aver “seguito ciecamente il modello americano” invece di perseguire la via cinese.

”Gli schiavi stranieri non solo hanno trasformato l’economia cinese in un’appendice americana, ma sono diventati loro stessi dipendenti dagli Usa”, scrive.

Un altro degli autori, Song Qiang, suggerisce che la Cina “brandisca la propria spada”, come l’unico modo per costruire una nazione forte. La Cina dovrebbe coraggiosamente proteggere la sicurezza nazionale per spianare la strada al proprio cammino di superpotenza, dice Song.

Che siano infelici o meno, gli autori del libro non sono certo dispiaciuti per il record nelle vendite. Già alla sua ottava edizione dalla prima pubblicazione a metà marzo, ‘La Cina è infelice’ sembra abbia già venduto circa mezzo milione di copie.