WASHINGTON, 30 novembre 2006 (IPS) – Nel timore che le forze islamiche trasformino la Somalia in un porto sicuro per al Qaeda, l’amministrazione del presidente Usa George W. Bush sta facendo pressioni per una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che secondo gli esperti rischia di innescare un conflitto ancora più esteso nel Corno d’Africa.

La risoluzione, che esenterebbe la prevista forza di “sostegno per la pace” africana dal lungo embargo sulle armi in Somalia, dovrebbe essere approvata dal Consiglio questa settimana, nonostante gli avvertimenti dell'Unione delle Corti islamiche (ICU), che si opporrà a qualsiasi spiegamento di forze straniere a sostegno del governo federale di transizione (TFG) sostenuto dall’Etiopia.

“La bozza di risoluzione che gli Usa intendono presentare al Consiglio di sicurezza dell’Onu potrebbe scatenare una vera guerra in Somalia, destabilizzando l’intera regione del Corno d’Africa, con una escalation del conflitto tra Etiopia e Eritrea verso livelli sempre più pericolosi”, ha ammonito l’International Crisis Group con sede a Bruxelles.

Secondo altri analisti, l’approvazione di una risoluzione verrebbe oggi certamente considerata una grave provocazione dalle corti, che hanno assunto il controllo di quasi tutta la Somalia dopo aver cacciato dal paese la scorsa estate i signori della guerra sostenuti dagli Usa, accusate dagli stessi Stati Uniti di aver ospitato diversi responsabili degli attacchi suicidi nelle proprie ambasciate in Kenya e Tanzania nel 1998.

“Il dispiegamento di una forza africana con armi leggere a Mogadiscio, provocherà uno scontro”, ha avvertito Ted Dagne, esperto del Corno d’Africa presso il Congressional Research Service, il quale ha aggiunto che qualsiasi dispiegamento di forze dovrebbe rientrare in una più ampia iniziativa di pace, che dovrebbe anche prevedere il ritiro delle diverse migliaia di soldati etiopi, che secondo alcuni osservatori sarebbero presenti in Somalia.

“Un accordo negoziato tra il governo di transizione e le corti è fondamentale”, ha aggiunto. “L’Unione delle corti islamiche c’è, e non può essere ignorata, e a quanto pare gode del sostegno popolare dei somali nelle aree che controlla. Al contrario del TFG sostenuto dagli Usa, che in realtà non controlla nulla al di fuori di Baidowa”, la sua capitale ad interim.

La proposta di un’operazione di peacekeeping è stata avanzata per la prima volta due anni fa dall’Unione africana e dall’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD), un’organizzazione regionale nata 20 anni fa, ma l’iniziativa è stata approvata soltanto da Washington, dopo che le corti hanno sconfitto i signori della guerra l'estate scorsa, levandosi come forza dominante in Somalia.

La bozza di risoluzione, così come è stata presentata, non escluderebbe la partecipazione, nella forza di peacekeeping, degli stati vicini, come l’Etiopia, tradizionale nemesi della Somalia che, secondo fonti diplomatiche, avrebbe già tra le 2.000 e le 8.000 forze militari a protezione del TFG, e si starebbe occupando dell’addestramento delle sue forze di sicurezza dentro e intorno a Baidowa.

“Gli Usa stanno fondamentalmente tentando di legittimare la presenza etiope in Somalia, come parte degli sforzi per difendere il governo di transizione, ed impedire alle corti di assumere il controllo dell’intero paese”, sostiene una fonte diplomatica che non ha voluto essere identificata.

“Il problema, tuttavia, è che il TFG gode di scarsa legittimità all’interno della Somalia, e viene sempre più considerato dai somali un alleato dell’Etiopia”, secondo questa fonte. “Perciò, una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che autorizzi uno spiegamento straniero anche con l’Etiopia rafforzerà di fatto l'ICU, che potrà indirizzare il sentimento nazionalista contro di esso. Potrebbe persino non dover attaccare Baidowa; il TFG potrebbe semplicemente implodere”.

Secondo Dagne, “l’elemento che unisce i somali è il loro odio verso gli etiopi”. “Il sostegno etiope al TFG ha confermato i sospetti dei somali che [il presidente ad interim] Abdullahi Yusuf sia un alleato dell’Etiopia, e non un vero leader dei somali”, ha detto.

Certo, la mossa iniziale di Washington, secondo diverse fonti, avrebbe creato allarme presso le Nazioni Unite, tra gli alleati Usa in Europa e anche all’interno dell’amministrazione, in particolare al Pentagono.

In un documento diffuso tra gli ambasciatori dell’Unione europea questa settimana, gli esperti africani presso la Commissione europea avvertono che la forza di peacekeeping Unione africana/IGAD, che includa l’Etiopia, rischia di innescare un ampio conflitto regionale, come riporta l’agenzia Reuters.

L’Etiopia non è l’unico potere che sta intervenendo direttamente in Somalia. Anche l’Eritrea ha inviato forze speciali operative nel paese a sostegno dell’Unione delle corti islamiche, una mossa che la fonte diplomatica giudica “opportunistica, e una replica di ciò che è successo in Somalia, al culmine della guerra tra Etiopia e Eritrea” tra il 1998 e il 2000.

In realtà, un rapporto dell’Onu diffuso all’inizio di novembre ha identificato 10 nazioni – 5 delle quali, oltre a Etiopia ed Eritrea, confinano con la Somalia – che hanno violato l’embargo sulla fornitura di armi del 1992, fornendo equipaggiamenti militari nel paese ad una o all’altra parte.

Dopo la vittoria dell'unione delle corti, molti analisti hanno fatto appello ad un maggiore sforzo internazionale a sostegno dei colloqui di pace tra ICU e TFG, ritenendola la soluzione migliore. Il prossimo incontro è previsto per il 15 dicembre; ma finora i colloqui, che si sono tenuti periodicamente a Khartoum, non hanno portato a nessun passo avanti significativo. Le posizioni irremovibile di entrambe le parti, appoggiate dai rispettivi sostenitori stranieri, sembrano orientate ad una escalation verso la guerra.

Secondo alcuni analisti, sarebbe la stessa linea dura dell’amministrazione Bush contro le corti ad aver contribuito all’attuale impasse. Ignorando il parere degli esperti della regione, Washington ha insistito sul fatto che l'ICU consegni i tre presunti terroristi di al Qaeda, come prerequisito per negoziati di alto livello con il gruppo.

Avrebbe inoltre ignorato un invito delle corti islamiche a presentarsi a Mogadiscio per valutare da sé la legittimità dell’accusa, spesso avanzata dai media neocon, come il Weekly Standard e il Wall Street Journal, che l’Unione sia un porto sicuro per i terroristi o per imporre alla popolazione una legge di tipo talebano.

La maggior parte degli analisti sostiene che Jendayi Frazer, sottosegretaria di Stato per gli Affari africani, avrebbe a lungo sostenuto la linea dura contro l'ICU. “Lei crede davvero che quei ragazzi siano terroristi, e che non li si possa affrontare”, ha detto la fonte diplomatica. Ma quasi tutti gli esperti della regione ritengono che la situazione sia in realtà più complessa, e che Washington non avrebbe niente da perdere ad impegnarsi con l’organizzazione.

“Dovremmo inviare a Mogadiscio un team specializzato, perché incontri chiunque ritenga di voler incontrare, e che si guardi bene intorno per almeno un mese”, ha detto l’ex ambasciatore David Shinn, esperto dell’Africa che ha rappresentato Washington ad Addis Abeba negli anni ’90. “In questo modo, sarà forse possibile avviare un dialogo significativo in base al quale valutare la legittimità delle preoccupazioni Usa sul terrorismo”.

Secondo Shinn, un maggiore sostegno internazionale – e degli Usa – ai colloqui di Khartoum sembra al momento la via migliore da perseguire. “Non ci sono buone prospettive sull’efficacia (dei colloqui)”, ha osservato, “ma è piuttosto evidente che qualsiasi iniziativa di pace potrà peggiorare la situazione, se tutte le parti principali in Somalia non si metteranno d’accordo su una scelta comune”.