GINEVRA, 25 marzo 2008 (IPS) – I negoziati dell’Organizzazione mondiale per il commercio sui tagli delle tariffe industriali – per il cosiddetto accesso al mercato dei prodotti non agricoli (NAMA, non-agricultural market access) – attraversano una fase critica. Faizel Ismail, capo dei negoziatori del Sud Africa con sede a Ginevra, e coordinatore di NAMA 11, coalizione delle economie emergenti in via di sviluppo, ne ha parlato con Aileen Kwa.
Aileen Kwa (AK): Perché il Sud Africa è così preoccupato per i negoziati NAMA?
Faizel Ismail (FI): Siamo stati coinvolti più attivamente nei negoziati NAMA durante la conferenza ministeriale di Hong Kong (nel 2005).
In quel momento, Usa e Ue avevano messo sul tavolo la formula svizzera (una formula sul taglio delle tariffe) con coefficiente 10 per i paesi sviluppati e 15 per i paesi in via di sviluppo. (I coefficienti sono le costanti da sostituire nella formula che determina la misura del taglio. Minore è il coefficiente, più alto il taglio da applicare alla tariffa. Tuttavia, i diversi schemi tariffari tra paesi sviluppati e in via di sviluppo indicano che, malgrado il coefficiente più elevato dovrebbe corrispondere ai paesi in via di sviluppo, i paesi ricchi finiscono per godere di una percentuale superiore sulle decurtazioni tariffarie).
Abbiamo ritenuto che una simile richiesta sul tavolo di Ue e Usa fosse troppo onerosa rispetto alle offerte agricole di quei paesi, e che non fosse in accordo con il mandato di “non totale reciprocità”. (la ‘‘non totale reciprocità” sostenuta nella Dichiarazione di Doha del 2001, per molti lascia intendere che nei negoziati NAMA i paesi sviluppati debbano assicurarsi una maggiore percentuale di tagli o aggiustamenti delle tariffe, rispetto ai paesi in via di sviluppo).
Di fatto, abbiamo verificato che il mandato di “non totale reciprocità” andava nella direzione opposta a quanto auspicato, con l’impegno più gravoso riservato ai paesi in via di sviluppo, anche all’interno dei negoziati NAMA.
Quindi abbiamo iniziato a lavorare insieme (come) gruppo di paesi cui erano rivolte le richieste (della liberalizzazione), raccogliendo nell’alleanza i principali paesi emergenti in via di sviluppo, compresi Brasile e India. La Cina, anche se fuori dal gruppo, si comporta comunque da stretto alleato.
(Il Sud Africa) si è proposto per il ruolo di coordinatore, nella convinzione che il metodo migliore fosse attivare una difesa organizzata contro una proposta dei paesi sviluppati considerata estremamente ingiusta.
Abbiamo partecipato attivamente ai negoziati con questo obiettivo, ma anche per costruire un’alleanza che avesse un ruolo concreto nelle trattative. Fino a quel momento, i paesi in via di sviluppo non avevano mai dichiarato apertamente la loro posizione.
Per il Sud Africa, la questione della produzione e dello sviluppo industriale è di estrema rilevanza. Con il nuovo governo in carica, abbiamo intrapreso un processo di riforme. La nostra è una democrazia molto robusta, dotata di istituzioni che possono negoziare interessi diversi, impegnate con altre forze sociali, come imprese, sindacati e governi.
Il Sud Africa intende dare il suo contributo alle consultazioni di Doha, sempre proporzionalmente con le congiunture attuali. Incombe la minaccia del calo occupazionale, circostanza che pesa sulla produzione; e i relativi costi sociali possono essere significativi, dato l’elevato tasso di disoccupazione.
Per questo dobbiamo pesare molto attentamente ogni nostra promessa, e misurarne l’impatto nel settore sociale e sullo sviluppo industriale della nazione. Ci sono anche questioni legate al processo di sviluppo industriale e alla necessità di uno spazio politico che incoraggi lo sviluppo industriale.
Qualunque contributo dovrà essere misurato sulla base delle diverse questioni politiche. Abbiamo alcune aziende “labour intensive”, soprattutto nei settori abbigliamento, tessile, calzaturiero, che sono relativamente non competitive e risulterebbero estremamente vulnerabili rispetto a qualunque aggiustamento rilevante.
AK: Quali sono le sfide affrontate ad oggi dai negoziati NAMA?
FI: Sin dall’inizio, abbiamo sollecitato gli altri membri perché aderissero innanzitutto al mandato di Doha di “non totale reciprocità”, e poi al mandato del paragrafo 24 della dichiarazione di Hong Kong, che si pronuncia sulla compatibilità relativamente al livello di ambizione (profondità della liberalizzazione) tra agricoltura e NAMA (negoziati).
A Hong Kong abbiamo discusso il paragrafo 24 che impone a tutti i membri il confronto circa il livello di ambizione tra i due punti. Finora i paesi sviluppati si sono rifiutati di rispettare lo spirito e le indicazioni di quel mandato.
Tuttavia, il responsabile dei negoziati NAMA (l’ambasciatore canadese Donald Stephenson) non ha mostrato alcuna intenzione di rispettare quel mandato, sostenendo come sin dal suo primo testo (luglio 2007) sia stata sempre una questione di interpretazione; ognuno usa il proprio metro, e Stephenson ritiene che non sia necessario essere coerenti con quel mandato. Per lui, il caso è chiuso.
Anche nel suo secondo testo (febbraio 2008), l’ambasciatore ha liquidato la questione. L’unico modo per garantire totale adesione alla nostra interpretazione del paragrafo 24 nei negoziati conclusivi è avvalersi della NAMA 11, un’alleanza che si mantiene ben salda.
AK: Quali progressi spera di vedere nei negoziati dei prossimi mesi?
FI: La questione numero uno è vedere l’Ue e gli Usa attuare le riforme per garantire equità sul piano agricolo, rimuovere le distorsioni in campo agricolo e creare opportunità per i paesi in via di sviluppo nell’esportazione di quei prodotti che possono considerarsi naturalmente vantaggiosi. Questo significa tenere fede al paragrafo 24.
Secondo, dobbiamo guardare al mandato stesso dei NAMA. Se si legge il mandato di Doha, l’orientamento in favore dei paesi in via di sviluppo è molto evidente, ed è chiarissimo che i paesi sviluppati devono realizzare gli aggiustamenti più rilevanti. Se è vero che i cali occupazionali sono la prima conseguenza della liberalizzazione, il peso maggiore di una simile circostanza deve essere a carico dei paesi sviluppati.
Per questo noi dell’alleanza NAMA 11 siamo fermi al nostro impegno su quel mandato, pronti a offrire il nostro contributo.
AK: Pensa che le consultazioni di Doha si possano concludere presto?
FI: Adesso non vedo chiaramente come i pezzi si possano ricomporre. Non riesco a prevedere come si possa concludere il quadro delle consultazioni, ma credo comunque che sia possibile. È l’obiettivo per il quale stiamo lavorando.
La promessa delle consultazioni è affrontare il deficit del sistema commerciale multilaterale che abbiamo ereditato da oltre 50 anni di GATT (Accordo generale sulle tariffe e il commercio, le cui regole sono state ampiamente riconosciute come inique per i paesi in via di sviluppo).
L’opportunità oggi è rafforzare il sistema commerciale e combattere questo deficit in maniera significativa. I paesi in via di sviluppo sono ansiosi di assicurarsi che ciò avvenga, e noi lavoriamo per portare a termine le consultazioni.
Tuttavia, dati i ritardi nel processo, e considerata la politica di molti dei principali paesi sviluppati, le consultazioni sembrano diventare un traguardo sempre più arduo.
Nutriamo la speranza che i paesi sviluppati diano il loro necessario contributo, (la cui mancanza) rappresenta ancora il principale ostacolo a un ulteriore progresso nelle consultazioni, soprattutto riguardo l’elevato livello di ambizione in campo agricolo.

