NEW YORK, 20 dicembre 2007 (IPS) – Per i giornalisti di tutto il mondo, il 2007 è stato l’anno più letale degli ultimi dieci, secondo il rapporto pubblicato da un importante organismo di controllo dei media all’inizio della settimana.
Secondo la consueta analisi di fine anno della stampa libera di tutto il mondo, il Comitato per la Tutela dei Giornalisti (CPJ) segnala che quest’anno sono stati uccisi 64 giornalisti mentre svolgevano il loro lavoro. L'anno scorso erano 56 morti.
I ricercatori del CPJ, che stanno ancora indagando su altre 22 morti per determinare se fossero legate al lavoro, hanno definito le cifre di quest’anno “insolitamente alte”.
Secondo l’organismo per i diritti dei media con sede a New York, il 1994 è stato l’anno peggiore, con 66 giornalisti uccisi. Quasi tutti i morti in quell’anno stavano lavorando in zone di conflitto come Algeria, Bosnia e Ruanda.
Il dossier parla poi dell’Iraq come del “paese più letale nel mondo per la stampa”. Per il quinto anno consecutivo, l’Iraq rimane il luogo più pericoloso per i lavoratori dei media. Le sue 31 vittime rappresentano circa la metà di tutti i morti nel 2007.
Secondo il CPJ, molti giornalisti che hanno perso la vita in Iraq, come il reporter del Washington Post Salih Aldin, morto a Baghdad con un solo colpo d’arma da fuoco alla testa, erano vittime di omicidi mirati.
L’analisi mostra che 24 morti in Iraq quest’anno sono stati il risultato di veri e propri “omicidi”. Cecchini non identificati, kamikaze, e l’attività militare Usa rappresentano un grave rischio per i giornalisti. Tutti tranne uno dei 31 giornalisti uccisi erano di nazionalità irachena. Lavoravano soprattutto per i media locali, ma nove collaboravano con agenzie di stampa internazionali come The New York Times, ABC News, Reuters e Associated Press.
Secondo il CPJ, il bilancio del 2007 in Iraq è “compatibile” con quello del 2006, in cui sono morti 32 giornalisti.
”Fare il giornalista in Iraq rimane uno dei mestieri più pericolosi del pianeta”, ha detto il direttore esecutivo di CPJ Joel Simon. “I membri della stampa vengono presi di mira e assassinati con una regolarità allarmante. Vengono sequestrati sotto la minaccia di un’arma da fuoco, e poi ritrovati morti in seguito, oppure vengono colpiti a morte su due piedi.
”Quelli che muoiono sono quasi sempre iracheni, e molti lavorano per agenzie internazionali. Questi giornalisti hanno dato la loro vita perché tutti noi potessimo ricevere informazioni su ciò che sta accadendo in Iraq”, ha aggiunto Simon in una dichiarazione.
Sono morti in Iraq anche dodici collaboratori dei media, come guardie del corpo e autisti. Dall’inizio della guerra Usa a marzo 2003, sono stati uccisi più di 120 giornalisti e quasi 50 collaboratori dei media, rendendo questo conflitto il più letale della storia recente per la stampa.
Più di un terzo delle persone uccise durante questo arco di tempo lavorava per organizzazioni di stampa internazionali.
Il rapporto descrive la Somalia come il secondo paese più letale per i media nel 2007, con sette giornalisti uccisi. “Le terribili violenze in Iraq hanno oscurato un ambiente sempre più deteriorato per i media in Somalia”, ha detto Simon. “I giornalisti che lavorano in Somalia devono affrontare ogni giorni enormi rischi”.
Tra le sette persone morte in Somalia, vi sono anche due eminenti giornalisti, uccisi a poche ore di distanza uno dall’altro: Mahad Ahmed Elmi, direttore di radio Capital Voice a Mogadiscio, ucciso con quattro colpi sparati alla testa; e il co-direttore di HornAfrik media Ali Iman Sharmarke, rimasto coinvolto nello scoppio di una mina proprio mentre si allontanava dal funerale di Elmi.
Nel complesso, secondo il CPJ, le morti sono aumentate anche in Africa, da due l’anno scorso a 10 quest’anno. Nel 2007, due giornalisti sono stati uccisi in Eritrea e uno in Zimbabwe.
Insieme a queste terribili cifre, la ricerca del gruppo mostra anche alcuni sviluppi positivi. Non ci sono state uccisioni di giornalisti in Colombia nel 2007 – per la prima volta dopo 15 anni. E, sempre per la prima volta dal 1999, non ci sono state morti di giornalisti legate al lavoro nelle Filippine.
In tutto il mondo, secondo il CPJ, l’omicidio rimane la causa principale delle morti legate al lavoro per i giornalisti. Quanto alle uccisioni avvenute nel 2007, il gruppo sostiene che in sette casi su 10 si è trattato di omicidi. Gli altri tre casi erano comunque legati ai combattimenti, o il risultato di incarichi pericolosi.
Il mese scorso, il CPJ ha lanciato una campagna globale contro l’impunità, per chiedere giustizia nei casi di omicidi di giornalisti. La campagna è centrata sulle Filippine e la Russia, due dei paesi che hanno registrato più morti nel mondo della stampa negli ultimi 15 anni.
Nonostante le recenti condanne in entrambi i paesi, il tasso di impunità si aggira intorno al 90 per cento. “Gli omicidi irrisolti hanno diffuso paure e auto-censura, minando il lavoro dei media”, ha detto Simon. “Dobbiamo rompere questo circolo vizioso, consegnando alla giustizia i responsabili degli omicidi di giornalisti”.
In ogni regione del mondo, i giornalisti che hanno prodotto reportage scomodi o che si sono occupati di storie delicate sono stati messi sotto silenzio, ha spiegato Simon, osservando che in Pakistan e Sri Lanka, cinque giornalisti sono stati uccisi a causa del loro lavoro. In Pakistan, Muhammad Arif, di ARY One world TV, e altri due giornalisti hanno perso la vita a seguito di attentati suicidi.
In Sri Lanka, alcuni jet da combattimento dell’aviazione militare hanno bombardato la stazione radio Voice of Tigers, uccidendo tre impiegati. Un omicidio è avvenuto anche negli Stati Uniti, dove un killer a viso coperto ha colpito il redattore capo dell’Oakland Post Chauncey Bailey mentre si recava a piedi al lavoro, in un vero e proprio “agguato”, secondo le dichiarazioni della polizia.
Il rapporto ricorda poi come milioni di persone in tutto il mondo abbiano assistito all’omicidio, apparentemente intenzionale, del fotografo giapponese Kenji Nagai da parte delle truppe birmane, durante la repressione delle proteste antigovernative a Rangoon. Non risulta che sia stata avviata alcuna azione per consegnare l’omicida alla giustizia.
Nel dossier si parla anche dell’assassinio dell’editor turco-armeno Hrant Dink, fuori dalla redazione del suo giornale a Istanbul, che ha scosso profondamente l’intera stampa turca, oltre alla comunità internazionale. In Kyrgyzstan, il giornalista indipendente uzbeko, Alisher Saipov, è stato colpito e ucciso a distanza ravvicinata, mentre in Perù, il popolare commentatore radiofonico Miguel Pérez Julca è stato freddato davanti alla sua famiglia.
Anche Nepal, territori palestinesi occupati, Haiti, Honduras e Russia figurano nella lista dei paesi con vittime tra i giornalisti quest’anno. Cinque giornalisti risultano dispersi, di cui tre in Messico.
Osservando che anche i collaboratori dei media sono sempre più a rischio, il CPJ ha stilato una lista dei morti tra i lavoratori dei media. In tutto il mondo, 20 traduttori, guardie e autisti sono stati uccisi nel 2007. Tra le vittime, tre fattorini di un quotidiano messicano uccisi da alcuni trafficanti di droga che volevano mettere a tacere il loro datore di lavoro.

