VENEZIA, 11 dicembre 2007 (IPS) – Con le ondate di ostilità verso le maree di migranti che si riversano in Europa, Peter Schatzer ha il suo da fare. E visto che il Mediterraneo è la porta d'ingresso per l’immigrazione in Europa, documentata o no, Schatzer lavora in prima linea per mostrare il volto umano dell’emigrazione di fronte all’opposizione politica ad essa.
Peter Schatzer, direttore dell’ufficio regionale per il Mediterraneo e capo missione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) per Italia e Malta, ha parlato con Sanjay Suri dell’IPS durante il meeting sul ruolo della comunicazione nell’alleanza fra le civiltà, organizzato a Venezia dall’IPS insieme all’OIM e alla Provincia di Venezia.
IPS: Gli immigrati sono lo strumento per rispondere alla domanda di manodopera dell'Europa?
Peter Schatzer: Gli immigrati in realtà stanno ai due estremi del mercato del lavoro, in positivo e in negativo. Molti di loro occupano l'estremità inferiore, ma altri stanno al vertice. Perché alcuni dei professionisti più capaci che si muovono, e che ogni paese cerca di attrarre a sé, sono migranti. Tuttavia, è vero che molti immigrati, anche quelli più qualificati, devono iniziare con lavori molto umili semplicemente perché sono gli unici disponibili, e molti degli autoctoni in Europa e in altre parti del mondo non vogliono più svolgere certe mansioni. È stato sempre così nella storia dell’emigrazione.
IPS: Ma la stragrande maggioranza si trova ai livelli più bassi.
PS: Sì, in genere con impieghi di servizio, o nell’agricoltura, quei campi non molto richiesti perché gli orari sono lunghi e i salari molto bassi. Sono gli impieghi di tipo 'D', che sta per “dangerous, dirty jobs”, ovvero sporchi e pericolosi, ma anche impieghi di tipo 'B', “boring, below standard”, cioè noiosi e sotto gli standard, tutti scarsamente retribuiti. Sono questi i mestieri disponibili sul mercato del lavoro per i migranti.
IPS: Questo li rende utili, ma non accettabili?
PS: Ricordiamo innanzitutto che i migranti sono prima di ogni altra cosa esseri umani, come tutti noi, non si dovrebbe usare questo approccio utilitaristico. Inoltre, non hanno un ruolo di utilità solo per la società che li ospita, ma anche per la società di provenienza, dato che le rimesse che spediscono a casa contribuiscono allo sviluppo. Tuttavia, portano con sé anche la loro cultura, i loro principi, e con questo contribuiscono a modificare le società che li ospitano.
IPS: Con quale grado di integrazione?
PS: Ancora una volta, dipende. Vi sono alcuni gruppi di migranti che si amalgamano senza grossi problemi, e ve ne sono altri per i quali l’integrazione è più difficile; vediamo i segni di una mancata integrazione anche nella seconda generazione in molte parti d’Europa, anche in quei paesi dove il modello di integrazione ci era sembrato perfetto fino a qualche tempo fa. Quindi c’è ancora molto da fare, e servono maggiori investimenti per integrare le persone.
IPS: Integrare come?
PS: L’integrazione avviene a diversi livelli. Prima di tutto vi sono la scuola, la lingua, l’alloggio, poi viene naturalmente il lavoro e l’integrazione culturale. L’accettazione dei diversi credo religiosi e il modo in cui vengono praticati. Tutti questi elementi insieme sono necessari per raggiungere una vera integrazione. Inoltre, serve un consenso di base tra i migranti e chi ha vive sul posto da più tempo, per concordare sui valori fondamentali che devono essere accettati da tutti.
IPS: Dopo due, tre generazioni, qualcuno può essere davvero accettato come cittadino?
PS: Questo è un altro problema. In alcuni paesi acquisiscono la nazionalità, la cittadinanza, il passaporto, ma non si sentono ancora cittadini, o almeno cittadini di prima classe, perché sono in qualche modo lasciati indietro dalla società. Si può anche avere la nazionalità di un paese, e sentirsi tuttavia ancora cittadini di seconda classe, ed è qui che inizia il problema, perché la seconda generazione non accetta le privazioni che le prime generazioni ammettevano in quanto nuovi arrivati, consci del fatto che sarebbe stata dura per loro.
IPS: Questo è un errore di una o di entrambe le parti?
PS: È ovviamente un errore da entrambe le parti, ma per entrambe le parti devono essere presenti le istituzioni. Non bastano i governi, perché l’integrazione non avviene a livello di governo, avviene a livello locale, quindi comunità, leader, istituzioni, ong, società civile, ma anche i media, perché le storie che vengono raccontate possono parlare di integrazione e immigrazione più o meno di successo, oppure di conflitti e di come risolverli.
IPS: Perché l’Occidente può andare ovunque, ma non è altrettanto vero che chiunque può andare in Occidente?
PS: È sempre difficile per i più poveri stabilirsi in un paese più ricco. È successo agli italiani – siamo in un’area che ha avuto fino a 40, 50 anni fa un’emigrazione verso gli Stati Uniti, o verso la Gran Bretagna e la Svizzera: erano considerati immigrati poveri, sporchi, inaccettabili, proprio come alcune delle nostre società considerano oggi coloro che vengono dalla Romania o da certe parti dell’Africa. Questo ha a che fare soprattutto con lo status economico, e prescinde dall’essere europei o bianchi, o di un altro colore.
IPS: La questione dell’accettazione sta migliorando o peggiorando?
PS: Non credo che esista una tabella con classifiche o votazioni in proposito. In particolare, direi che c’è un piccolo progresso in alcuni posti, perché nella maggior parte d’Europa oggi è semplicemente inaccettabile essere razzisti, o almeno essere apertamente razzisti e xenofobi. Tuttavia, ci sono sacche di resistenza, in diversi paesi e in tempi differenti, e dobbiamo essere sempre vigili e cercare di combatterle, anche se non basta combattere, bisogna trovare la cura; perché la xenofobia è in primo luogo una fobia, ovvero una malattia, e le malattie devono essere curate con i metodi giusti, e non attaccando il paziente.
IPS: Crede che il razzismo si stia insinuando in maniera più sottile?
PS: Assolutamente sì, perché il linguaggio di alcuni tra coloro che praticano la xenofobia diventa sempre più cauto, dato che sanno di essere stati scoperti e di trovarsi sotto i riflettori. Però ovviamente anche la nostra capacità di analizzare il fenomeno diventa sempre più sottile. Dobbiamo cercare di mantenere alcuni di questi temi fondamentali fuori dal dibattito politico il più possibile. Il che non è facile, perché in Europa e in altre parti del mondo le elezioni si possono persino vincere o perdere — e questo vale anche per i partiti più forti — in base alla percezione che l’emigrazione sia o meno un fenomeno sotto controllo.
IPS: Un’analisi sottile dovrebbe essere più facile di una cura sottile.
PS: Credo che si debba distinguere caso per caso. Alcuni casi possono essere 'curati' con estrema facilità, soprattutto nel caso dei più giovani, ma ovviamente, analizzare è di solito più semplice che arrivare a soluzioni perfette.
IPS: Come si può affrontare una xenofobia che viene espressa, ma si ferma poco prima di infrangere la legge?
PS: Bisogna isolarla il più possibile, e assicurarsi che non abbia un impatto decisivo sulle politiche e sul comportamento della maggioranza delle persone.
IPS: Dove si registrano le pratiche migliori e dove le peggiori?
PS: Non credo che il fenomeno si possa misurare, ogni paese ha strumenti diversi per valutare l’integrazione, e anche i crimini commessi da immigrati, quindi è molto difficile fare comparazioni. In generale, credo che la situazione migliore in termini di integrazione, diversità, unità, si possa registrare in Canada. In Europa vi sono sforzi significativi, ma non esiste il sistema perfetto, nemmeno in quei paesi che fino a qualche anno fa consideravamo in cima alla classifica, come l’Olanda, o alcuni dei paesi scandinavi.
IPS: Come dovrebbe essere la storia delle migrazioni in un mondo perfetto?
PS: Che chi desidera emigrare dovrebbe poterlo fare liberamente, e che nessuno sia costretto a farlo per via delle crisi o di un conflitto, o per ragioni economiche e di persecuzione.

