ROMA, 20 febbraio (IPS) – Vladimiro Montesinos, mano destra dell’ex presidente peruviano Fujimori (1990-2000), rischia una condanna a 20 anni di prigione per aver venduto armi alle guerriglie colombiane di sinistra. Secondo le accuse avanzate in Perù, alcuni collaboratori di Montesinos, spacciandosi per membri dell’esercito peruviano, avrebbero procurato alla guerriglia 50.000 fucili d’assalto Kalashnikov di fabbricazione sovietica provenienti dalla Giordania.
Nel 1999, sono state lanciate con i paracadute circa 10.000 armi di questo tipo sul territorio controllato dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC).
Questione fondamentale nel processo è se si trattò di una vendita legale, da governo a governo, come sostengono le autorità giordane.
Montesinos, allora consulente dell’intelligence di Fujimori ma di fatto a capo dei servizi segreti del paese, nega ogni coinvolgimento nel caso. Lui afferma invece di aver scoperto una cospirazione volta ad armare i ribelli colombiani e di aver catturato i delinquenti.
Il conflitto intermittente, cui prendono parte organizzazioni guerrigliere di sinistra, forze del governo, paramilitari di destra e narcotrafficanti, prosegue da oltre 40 anni. Dal 1990, sono circa 35.000 i civili che hanno perso la vita a causa di questa guerra intestina.
Come altre guerre, anche quella colombiana ha avuto bisogno di un crescente rifornimento di armi per ogni fazione in lotta.
La domanda è aumentata dopo le guerre in Afghanistan (2001) e Iraq (2003), e la proliferazione di armi leggere è ormai fuori controllo, come segnalano le organizzazioni umanitarie Amnesty International e Oxfam nel rapporto “Vite spezzate”.
Secondo Amnesty, la “guerra contro il terrorismo” guidata dagli Stati Uniti doveva impedire che le armi finissero nelle mani sbagliate.
Invece, “alcuni fornitori hanno ridotto i controlli per armare fiammanti alleati contro il ‘terrorismo’, senza preoccuparsi della mancata osservanza dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario”, aggiunge.
“Nonostante il danno che provocano – ha dichiarato l’organizzazione – non esiste nessuna legge internazionale vincolante ed esaustiva per controllare l’esportazione di armi convenzionali”.
Così come l’anticomunismo permise allora ad alcuni paesi l’accesso alle armi occidentali, “oggi, una dichiarazione di lealtà alla ‘guerra contro il terrore’ è un’ottima strategia per i regimi che comprano armi statunitensi”, ha dichiarato Joel Wallman, della Fondazione Harry Frank Guggenheim che si occupa di studi sulla violenza.
Le armi diventano spesso “gli strumenti con cui si gestisce la repressione dell’attività politica all’interno del proprio paese”, ha detto Wallman all’IPS in un’intervista scritta.
Phillip van Niekerk, nel rapporto “L’affare della guerra” pubblicato nel 2002 dal Consorzio internazionale del giornalismo investigativo, segnala che la breccia ideologica tra superpotenze, che “prima aveva dato una strana specie di ordine alle guerre nel mondo” è stata sostituita da “imprenditori che vendono armi o servizi e appoggio militare”.
Inoltre, la riduzione delle forze armate con la fine della guerra fredda e dopo il crollo dell’Unione sovietica “ha sommerso il mercato di armi in eccedenza e soldati addestrati in cerca di lavoro”, ha indicato van Niekerk nel suo studio.
Il rapporto di Amnesty e Oxfam ha identificato 1135 società che fabbricano armi leggere e munizioni in almeno 98 paesi. Il fenomeno è in crescita: tra il 1960 e il 1999, i paesi produttori sono raddoppiati, il numero delle imprese si è moltiplicato per sei e le vendite autorizzate hanno raggiunto i 21.000 milioni di dollari l’anno.
Le armi leggere sono destinate all’uso personale, e comprendono revolver e pistole, fucili e carabine, mitragliatori, fucili d’assalto e mitragliatrici leggere. In tutto il mondo – secondo lo studio di Amnesty e Oxfam – ne circolano almeno 550 milioni, e sono le armi preferite nel 90 per cento dei conflitti.
“La durata e l’intensità di molte guerre locali si sono intensificate grazie alla presenza di queste armi”, ha detto l’esperta della Fondazione Guggenheim, Karen Colvard.
Colvard ha sottolineato che la comunità Karamajong, nel nordest dell’Uganda, era solita frustare il bestiame con le lance, mentre adesso lo fa “con pistole ottenute dai combattenti sudanesi e da molte altre parti”.
Non tutti i conflitti armati si alimentano direttamente dalla fabbricazione di armi leggere: moltissime armi in circolazione sono eccedenze riciclate da altre guerre e acquisite legalmente, ma che poi spariscono illegalmente.
NUOVI CONFLITTI
Lo scorso anno si sono conclusi diversi conflitti prolungati, ma ne sono cominciati molti altri.
Nel 2002, Project Ploughshares, un centro per la pace istituito dal Consiglio canadese delle Chiese, ha elencato 37 conflitti armati in 29 paesi, e secondo il direttore del centro Ernie Regehr intervistato per posta elettronica, sembra che nel prossimo rapporto, che verrà pubblicato a giugno, le cifre saranno analoghe.
Gran parte dei conflitti segnalati da Project Ploughshares si registrano in Africa: l’ultimo rapporto indica gli scontri tra il governo dell’Algeria e il Gruppo Islamico Armato (GIA) dal 1991, e la lotta, scoppiata nel 1983, tra il regime arabo e islamico del Sudan e gli indipendentisti del sud del paese, in maggioranza neri e animisti, o cristiani.
Le lotte tra fazioni rivali in Somalia non si sono fermate dopo la caduta del governo nel 1991.
Sempre dal 1991, le forze governative della Repubblica democratica del Congo (RDC) si sono scontrate sul loro territorio contro le forze ruandesi e ugandesi e contro ribelli locali.
Nel frattempo, il governo della Liberia è in guerra da circa 15 anni con i ribelli Liberiani uniti per la riconciliazione e la democrazia (LURD), e quello dell’Uganda combatte dal 1986 contro l’Esercito di resistenza del signore (LRA), un gruppo fondamentalista cristiano.
I conflitti di Ruanda, Guinea, Iran e Indonesia sono rimasti latenti lo scorso anno, e non figureranno nella nuova lista. Ma nuovi conflitti sono esplosi in Costa d’Avorio e Tailandia.
Gli scontri di frontiera tra Etiopia ed Eritrea sono terminati, come anche la guerra in Sierra Leone. Il governo e i ribelli di RDC e Sudan hanno firmato accordi di pace, e l’ex presidente e capo dei ribelli Charles Taylor è stato costretto all’esilio. Alcuni di questi conflitti possono essere rimasti solo latenti, e non conclusi.
In Sierra Leone, ha segnalato Colvard, “nelle ricostruzioni storiche, il RUF (Fronte unito rivoluzionario) viene presentato come un gruppo di assoluti depravati e terroristi, mentre si minimizzano gli aspetti più politici del conflitto”.
“Numerosi giovani con esperienza militare non sanno che fare, e molte persone conducono una vita durissima come rifugiati, soprattutto le donne e i bambini”, ha aggiunto.
Il tribunale speciale capeggiato dal procuratore David Crane, ha l’obiettivo di “punire a ogni costo, non di ricostruire la società”; e la Commissione per la verità e la riconciliazione, ha osservato Colvard, “è considerata relativamente inefficace”. “La guerra potrebbe riattivarsi”, ha avvertito.
La Commissione per la verità e la riconciliazione della Sierra Leone fu creata con l’accordo di pace di Lomé, nel 1999. L’organismo ha il compito di realizzare un registro storico delle violazioni dei diritti umani. Il tribunale speciale fu istituito nel 2002.
Il RUF, appoggiato dalla Liberia da Charles Taylor, tentava di rovesciare il governo della Sierra Leone ed assumere il controllo delle redditizie zone produttrici di diamanti del paese. Nel conflitto hanno perso la vita circa 75.000 persone.
Nella RDC, i leader ribelli si sono uniti al governo provvisorio dopo un conflitto che ha provocato tre milioni di morti tra il 1998 e il 2003. Gli invasori sono stati quasi tutti espulsi, e presto ci saranno le elezioni; ma nell’est del paese si protraggono decine di “microguerre”.
I colloqui di pace fanno passi avanti in Somalia, ma “è sempre attuale il pericolo che la situazione si capovolga”, ha segnalato Regehr.
Lo studio di Project Ploughshares lascerà nella lista l’Angola, per il conflitto latente riemerso in Cabinda, una provincia del vicino Congo.
Il Fronte per la liberazione dell’enclave di Cabinda (FLEC) vuole che il territorio sia riconosciuto come Stato indipendente. La Cabinda, che produce circa la metà del petrolio dell’Angola, fu “aggiunta” all’Angola dai portoghesi, ed è separata dal resto del paese da una frangia di territorio della RDC.
“È possibile che la violenza in Angola abbia raggiunto livelli tali da poterlo definire un conflitto armato”, ha osservato Regehr.
Intanto, sono sorti nuovi conflitti intestini nella regione di Darfur, in Sudan, come anche in Etiopia. “Lo stesso può dirsi della Costa d’Avorio”, ha affermato il direttore di Project Pkoughshares.
Molte volte, i combattimenti si riaccendono e poi si spengono. “Il risorgere degli scontri è talvolta legato a nuove acquisizioni di armi e munizioni, mentre altre volte è solo una questione di tattica”, ha commentato.
“I conflitti sporadici rendono instabile l’autorità e debilitano gradualmente la fiducia della popolazione nel governo e nelle sue istituzioni”, ha aggiunto Regehr.
Il rapporto di Ploughshares conclude che “come negli anni passati, quasi tutte le guerre attuali sono conflitti civili intestini”. La guerra di Etiopia ed Eritrea e la guerra d’Iraq sono eccezioni.
“In alcuni casi… sono coinvolti paesi stranieri, ma si tratta di truppe che si inseriscono in una guerra civile”, ha osservato ancora Regehr.
“Il conflitto nel Kashmir (uno scontro tra separatisti musulmani e governo indiano) viene considerato da alcuni come una guerra tra India e Pakistan, ma noi lo abbiamo caratterizzato come una guerra civile indiana, in cui una della parti ha l’appoggio del Pakistan”, ha spiegato.
GUERRA E SOTTOSVILUPPO
La proliferazione di armi è l’unica ragione di questo impaludamento.
Su 40 guerre registrate nel 1999, la maggior parte riguarda paesi elencati in fondo alla lista dell’Indice dello sviluppo umano pubblicata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).
Secondo Ploughshares, i paesi poveri hanno tre volte maggiori probabilità di entrare in guerra di quelli ricchi.
“È chiaro che i conflitti armati sono più probabili in società dove ampi settori della popolazione subiscono ingiustizie croniche e dove è più facile l’accesso alle armi leggere”, ha segnalato Regehr.
Un modo per rompere questa spirale di violenza sarebbe “creare condizioni meno propizie per le ingiustizie croniche e la violenza”, e ciò vuol dire anche restrizioni sulla disponibilità delle armi, ha suggerito.
“Il dibattito è in corso”, ha detto. “Alcuni gruppi e regioni di fornitori tentano di sviluppare norme comuni, mentre il programma d’azione dell’Onu sulle armi leggere ha stabilito in principio che il trasferimento di armi sia limitato dalle restrizioni vigenti nel diritto internazionale”.
La Rete d’Azione Internazionale sulle armi leggere (IANSA) ha evidenziato il “bisogno urgente di un trattato internazionale sul commercio d’armi, che stabilisce principi comuni per regolare e controllare il trasferimento internazionale di armi”.
Tra le sue proposte per controllare il traffico illecito di armi, la cooperazione internazionale punta sul controllo degli intermediari, l’eliminazione di falsi certificati, la marcatura in fabbrica e la loro distruzione nei periodi di dopoguerra.
IANSA, Amnesty International e Oxfam stanno realizzando una campagna per la firma del trattato. Ma “se le leggi non potranno essere applicate, saranno inutili”, ha avvertito Colvard.
(*) Redattrice capo di IPS(FINE/2004)

