SVILUPPO: Il Sud chiede la parola a FMI e Banca Mondiale

WASHINGTON, 23 aprile 2005 (IPS) – Le nazioni in via di sviluppo hanno diffuso una dichiarazione che condanna duramente il ”deficit di democrazia” dei due più potenti custodi dell’attuale sistema economico globale, Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale (FMI).

Durante i meeting congiunti dei governatori delle due istituzioni con sede a Washington, il Gruppo dei 24 (G24) – che opera come un’associazione di azionisti di minoranza dell’FMI e della Banca – ha dichiarato che la scarsa rappresentanza delle nazioni povere e dei paesi in via di sviluppo sta allontanando le due istituzioni finanziarie dai suoi clienti.

”I ministri fanno notare che le strutture governative IBW (le Istituzioni di Bretton Woods) non sono al passo con la crescita della misura e del ruolo dei paesi emergenti, in via di sviluppo e di transizione nell’economia mondiale”, riferisce la dichiarazione dei ministri della finanza e dell’economia del G24.

La Banca Mondiale e il Fondo furono fondati a Bretton Woods, nello stato americano del New Hampshire, dai vincitori della seconda Guerra mondiale, e da allora esercitano un’enorme influenza sulle nazioni indebitate, ­soprattutto nel mondo in via di sviluppo.

”Il ruolo del paesi piccoli e a basso reddito nel processo decisionale è estremamente limitato”, riporta la dichiarazione.

”I ministri – prosegue – sottolineano la necessità di azioni concrete per ridurre il deficit democratico, e chiedono di elevare la voce e la partecipazione dei paesi in via di sviluppo nelle decisioni dell’FMI e della Banca Mondiale, esprimendo il loro disappunto per non aver favorito alcun progresso al riguardo”.

Secondo i ministri, l’attuale sotto-rappresentanza dei paesi in via di sviluppo nei consigli d’amministrazione del Fondo e della Banca Mondiale mina la legittimità e l’efficacia di queste istituzioni.

Il processo decisionale dei due corpi finanziari è ben lontano dal principio di “un paese-un voto”.

I 46 paesi dell’Africa sub-sahariana, per esempio, sono rappresentati alla Banca Mondiale e all’FMI da due soli direttori esecutivi, mentre ciascuna delle otto nazioni del nord ha un suo direttore esecutivo.

I direttori dei paesi del Gruppo dei Sette paesi più industrializzati (G7) controllano oggi più del 60 per cento dei voti della Banca e del Fondo, e l’amministrazione Usa ha potere di veto in qualunque votazione straordinaria che richieda una supermaggioranza del 60 per cento o più.

La Banca e l’FMI hanno ciascuno 184 membri del consiglio provenienti dai paesi sviluppati e in via di sviluppo, e 24 membri che rappresentano paesi o gruppi o nazioni.

Questo sistema ha privato le nazioni più popolate come India e Cina – con più di 2,3 miliardi di persone dei circa sette miliardi mondiali – di una voce influente, dando un peso maggiore a paesi come Inghilterra, Francia e Stati Uniti.

Anche i paesi in via di sviluppo, le organizzazioni della società civile e la comunità degli attivisti hanno criticato la procedura, che lascia alle nazioni ricche il monopolio su selezione e nomina dei capi delle due istituzioni.

Tradizionalmente, un europeo dirige il Fondo, mentre la presidenza della Banca Mondiale viene assegnata a un cittadino Usa.

I ministri del G24 insistono perché le due istituzioni sviluppino una nuova ripartizione delle quote, che dia maggiore importanza al valore del prodotto interno lordo secondo la parità del potere d’acquisto, e che tenga conto della vulnerabilità dei paesi in via di sviluppo rispetto alle variazioni del prezzo delle materie prime, alla volatilità dei movimenti di capitale e ad altre cause esterne.

”Per dare più voce ai paesi piccoli e a basso reddito, i voti di base dovrebbero essere aumentati, restaurando così la loro quota originaria sul potere totale di voto”, sostiene la dichiarazione.

La settimana scorsa, durante una conferenza stampa, alcuni rappresentanti delle nazioni in via di sviluppo hanno protestato per non essere stati interpellati nella nomina a presidente della Banca Mondiale dell’americano Paul Wolfowitz, decisa dal presidente Bush. Wolfowitz, numero due del Ministero della difesa Usa, prenderà servizio l’1 giugno.

”Non sono stato consultato sulla scelta di Mr. Wolfowitz, e quindi non posso dire se ne sono soddisfatto o felice”, ha dichiarato Paul Toungui, ministro delle finanze del Gabon.

Nonostante la decisione sia ormai presa, la questione della trasparenza e della giusta rappresentanza rimane irrisolta, ha aggiunto.

”Non ha senso guardare indietro“, ha proseguito. “Dobbiamo guardare avanti. Guardando avanti, potremo lottare per garantire che le giuste rivendicazioni e i bisogni urgenti del G24 siano affrontati con maggior trasparenza dalle IBW, e che un giorno la situazione sia più chiara per tutti”.

I funzionari hanno anche protestato perché la questione della giusta rappresentanza sia sul tavolo da molti anni con “progressi davvero minimi”.

Le nazioni in via di sviluppo evidenziano che l’attuale sistema è stato creato in una fase diversa della storia mondiale, ed è inadeguato alla luce della realtà odierna.

Gli Stati Uniti, che ora detengono il potere decisivo nelle due istituzioni, erano allora la maggiore nazione creditrice, e la più grande fonte di esportazione di capitali. Oggi, è il primo paese debitore, e assorbe l’80 per cento dei flussi internazionali di capitale.

Nel 1944, al tempo della creazione delle due istituzioni, i paesi industrializzati del G7 contavano la maggior parte della produzione mondiale, ridotta attualmente a meno della metà. In termini di parità del potere d’acquisto, oggi le economie in via di sviluppo e di transizione rappresentano, rispetto ai paesi sviluppati, circa l’84 per cento della popolazione mondiale, e uguale proporzione nella produzione mondiale.

Anche riguardo alle riserve valutarie, i paesi in via di sviluppo possiedono notevolmente di più rispetto ai paesi più ricchi industrializzati.

”L’attuale sistema di governo è quindi completamente fuori asse rispetto alle realtà economiche, con la conseguenza che la gente si allontana dalle istituzioni”, ha detto Ariel Buira, direttore del Segretariato del G24.

”Alla fine accadrà questo, oppure le istituzioni diventeranno inadeguate; ci è costata molta fatica crearle, e non vogliamo distruggerle”.