POPOLAZIONE-INDONESIA: L’autonomia regionale limita i diritti delle donne

JAKARTA, 24 gennaio 2005 (IPS) – Quando l’Indonesia raggiunse l’autonomia regionale, quattro anni fa, le donne – che rappresentano oltre il 50 per cento della popolazione del paese – pensarono di poter esercitare un ruolo determinante nelle decisioni. Tuttavia, negli anni, si sono viste sempre più emarginate e vittime di discriminazioni.

“Con l’attuazione dell’autonomia regionale, le amministrazioni locali hanno dato vita a diverse leggi speciali che umiliano le donne”, ha dichiarato all’IPS Adriana Venny, direttrice esecutiva della Women's Journal Foundation.

I risultati dei casi di studio condotti dalla fondazione in otto distretti, o “reggenze”, hanno dimostrato che l’attuazione massiccia e drastica dell’autonomia regionale ha incoraggiato le amministrazioni locali a emettere leggi che limitano i diritti delle donne.

L’autonomia regionale lascia solo cinque competenze fondamentali nelle mani del governo centrale, ovvero le relazioni diplomatiche, la difesa nazionale, l’autorità fiscale e monetaria, il sistema giudiziario e gli affari religiosi.

A Padang, Sumatra occidentale, dove la società è stata a lungo di tipo “matriarcale”, il governo locale ha emesso un ordinamento che proibisce alle donne di uscire la notte senza un accompagnatore. Ma c’è una forte resistenza pubblica all’applicazione di tale norma.

Le autorità locali hanno sottolineato che la legge che impedisce alle donne di uscire la notte tra le 22,00 e le 4,00 è intesa a frenare l’aumento della prostituzione in città.

”Sulle strade di Padang, a partire dalle 19,00, si vedono molti veicoli agitarsi”, ha spiegato il politico locale Marfendi, riferendosi alle attività di commercio del sesso che hanno luogo all’interno delle automobili.

Protestando contro l’applicazione di tale norma, la Coalizione delle donne indonesiane ha evidenziato che, per limitare la prostituzione in città, si dovrebbero fornire mezzi di sostentamento alternativi, anziché proibire alle donne di uscire la sera.

In aree dilaniate dal conflitto come Poso, il Sulawesi centrale, Ambon e Maluku, il decentramento ha portato all’attuazione di politiche che provvedono unicamente alle necessità dell’uomo.

”Per esempio, le amministrazioni locali di Poso e Ambon danno priorità alla distribuzione di sigarette agli uomini anziché di assorbenti alle donne. Ciò è molto usuale nelle aree divise dal conflitto e accade anche nella provincia di Aceh”, ha dichiarato Gadis Arivia, direttore della Women's Journal Foundation, un’organizzazione non governativa locale.

Lo tsunami del 26 dicembre ha colpito molto duramente Aceh e il tributo di morte ha superato le 166.000 vittime, sebbene la cifra reale non sarà mai nota. Più di 6000 persone sono disperse. Solo ad Aceh e nel nord di Sumatra si stimano 800.000 senzatetto.

”Distribuire assorbenti alle donne nei campi profughi non è la preoccupazione principale dei governi locali, eppure è molto importante soprattutto per le donne durante il ciclo”, ha detto Arivia in un’intervista.

A Jember, nell’est di Java, le autorità locali hanno avviato retate contro le donne che escono la sera, ritenendo che lavorino come prostitute.

Nell’ovest di Java, a Cianjur, Ciamis e Tasikmalaya, le autorità si stanno preparando ad instaurare leggi islamiche che impongono alle donne il velo e abiti islamici, anche se non musulmane, poiché esse “mostrandosi, inducono ad ogni tipo di peccato”.

Anche il reggente di Tasikmalaya ha emesso una circolare che obbliga i gestori di piscine pubbliche a stabilire orari diversi per uomini e donne, e a fornire agli studenti che ricevono lezioni di nuoto istruttori dello stesso sesso.

”Nella maggior parte dei casi, le politiche locali, rese possibili dal potere conferito all’autonomia regionale, sono state definite senza il coinvolgimento delle donne e si basano sulla legge islamica”, ha dichiarato Arivia.

Purtroppo – secondo l’analista politico Dewi Fortuna Anwar – nell’Indonesia dominata dall’islamismo molte persone interpretano rigidamente l’Islam e vorrebbero che la legge islamica, nota come “sharia”, venisse applicata in tutto il paese.

”La richiesta di istituire la ‘sharia’ è in aumento nelle province”, ha detto Anwar all’IPS.

Diversi partiti politici – come il Partito della Prosperità e della Giustizia, riformista e di ispirazione islamica e guidato un tempo da Hidayat Nur Wahid, portavoce della potente Assemblea consultiva del popolo; e il Partito della luna crescente, cui appartiene il Segretario di Stato Yusril Ihza ahendra – hanno fatto pressione, perché in Indonesia venga istituita la “sharia”.

Anche prima della sua elezione, il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyon si era detto a favore delle leggi islamiche nel paese, cosa che ha successivamente negato.

Nel 1945, i padri fondatori dell’Indonesia hanno scritto una costituzione per un governo secolare che promuovesse la tolleranza religiosa tra maggioranza islamica e cristiani, buddisti, induisti e altre minoranze.

I governi successivi hanno eluso tutti gli appelli a trasformare l’Indonesia in un paese musulmano. Nel 2002, i legislatori hanno respinto le pressanti richieste di modificare la costituzione per includere la legge islamica. Anche il maggiore gruppo islamico del paese, Nahdlatul Ulama e Muhammadiyah, si è ripetutamente opposto ad applicare la ‘sharia’ come legge dello stato.

”L’Indonesia è un paese secolare e la sua popolazione non è fatta di soli uomini. Le leggi si dovrebbero basare sulle esigenze di tutti i sessi”, ha commentato Arivia.

Per molto tempo, in Indonesia – dove l’85 per cento della popolazione di 215 milioni di persone è musulmana e il sistema patriarcale è profondamente radicato – sono state commesse discriminazioni contro le donne.

”I genitori in Indonesia sono i primi a perpetuare la discriminazione di genere”, ha proseguito Anwar.

Anwar ha evidenziato che i genitori fanno il “lavaggio del cervello” ai figli sin dalla prima infanzia, per convincerli che le ragazze devono occuparsi dei lavori di casa.

Anche se il loro ruolo le ha sempre viste culturalmente confinate in casa come mogli e madri, le restrizioni alle attività delle donne non erano mai state legittimate fino al decentramento del potere e dell’autorità dal governo centrale ai governi locali, avvenuta nel gennaio del 2001.

Nella regione di Aceh, devastata dallo tsunami e lacerata dal conflitto, le donne indossavano il velo già prima della concessione dell’autonomia nel 2002. Tuttavia, con l’introduzione del suo statuto speciale, questa provincia prevalentemente musulmana ha emesso una legge locale detta “qanun”, che obbliga tutte le donne, anche le non musulmane e le turiste in visita, a indossare abiti adeguati secondo la legge islamica.

L’anno scorso a Banda Aceh, capitale della provincia, la polizia locale ha inflitto una multa di 75.000 rupie (8 dollari) ad un’attivista, perché non indossava il velo detto “jilbab”.

Il paragrafo di una delle leggi locali sancisce che visitatori e turisti provenienti da altre regioni o dall’estero adattino il loro comportamento, le attività e gli abiti ai costumi islamici degli abitanti di Aceh.

”A tutte le donne: non invitate gli uomini a peccare con il vostro corpo scoperto”, recitava un cartello nell’ufficio dell’Agenzia Statistica Centrale (BPS) di Banda Aceh, prima che lo tsunami del 26 dicembre devastasse la città.