AFRICA: Le agenzie di sviluppo finanziano la produzione nociva di olio di palma

PARIGI, 10 maggio 2010 (IPS) – La crescente produzione industriale di olio di palma nei paesi dell'Africa sub-sahariana, ad opera di grandi imprese straniere, sta distruggendo i mezzi di sussistenza di migliaia di africani e la biodiversità degli ecosistemi. Eppure, i governi dei paesi industrializzati e le agenzie di sviluppo continuano a promuoverla.

World Rainforest Movement World Rainforest Movement

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I paesi africani più colpiti sono la Nigeria, la Repubblica Democratica del Congo e il Ghana. Ma le piantagioni di olio di palma e gli impianti industriali si trovano in almeno la metà dei paesi dell'Africa sub-sahariana.

Nella stragrande maggioranza dei casi, la produzione industriale della palma da olio è nelle mani di società straniere, come il gruppo francese Bolloré, il gruppo brasiliano del petrolio Petrobras, l’italiana ENI e la Wilmar International di Singapore. Si tratta per la maggior parte di imprese con sede nell'Unione Europea.

Il sistema industriale di produzione dell'olio di palma in Africa “si basa su monocolture in cui la terra produce solo frutti di palma per l'industria”, dice Ricardo Carrere, esperto in gestione forestale presso il World Rainforest Movement (WRM).

Il WRM, con sede a Montevideo, Uruguay, è un’organizzazione internazionale che promuove il diritto alla terra delle popolazioni locali.

“Quasi sempre, la terra viene portata via alle comunità locali in cambio di un risarcimento minimo o nullo, e gli ecosistemi ricchi di biodiversità, in gran parte foreste, vengono distrutti per far spazio a estese monocolture di palma”, afferma Carrere, autore di “La palma da olio in Africa: scenari passati, presenti e futuri”, un rapporto pubblicato dal WRM nel 2010.

Carrere told IPS that all the foreign oil palm facilities in Africa are characterised by appalling working conditions. “During the colonial times, slavery and forced labour were the daily toll of Africans in such plantations. In the modern system, the conditions are near-slavery with low-paid labour.”

Carrere spiega che tutte le industrie straniere di palma da olio in Africa sono caratterizzate da terribili condizioni di lavoro. “Nel periodo coloniale, schiavitù e lavoro forzato nelle piantagioni erano il tributo quotidiano per gli africani. Nel sistema moderno, le condizioni di lavoro sono di quasi schiavitù e una manodopera a bassissimo costo”.

Carrere cita ad esempio le piantagioni di palma da olio e gli impianti di produzione gestiti dal gruppo Bolloré in Camerun. “Le condizioni di vita e di lavoro sono severissime”, commenta. “I quartieri in cui si vive sono insalubri, manca un regolare accesso ad acqua e elettricità, e i lavoratori stagionali guadagnano salari molto bassi”.

Secondo Carrere e altri ricercatori, centinaia di lavoratori subappaltati lavorano duramente nelle piantagioni e nelle strutture per sei giorni alla settimana, a volte dalle sei del mattino alle sei di sera, senza nessuna copertura previdenziale e guadagnando circa due dollari al giorno.

Nel suo studio, Carrere paragona le moderne produzioni industriali straniere di olio di palma al processo tradizionale. “Il sistema moderno è anche peggiore di quello vecchio. Adesso si pratica un sistema diffuso di drenaggio del terreno e un ampio uso di prodotti agrochimici, con conseguenze sulle risorse idriche locali”.

La recente espansione delle piantagioni industriali di olio di palma è stata per lo più legata dalla crescita della domanda nei paesi industrializzati per i cosiddetti agro-carburanti, erroneamente considerati un’alternativa ecologica ai combustibili fossili.

Ma secondo diversi sondaggi l'impatto ecologico locale della produzione dell'olio di palma nei paesi dell'Africa sub-sahariana è disastrosa. Un altro esempio è quello delle piantagioni dell'isola Bugala nel lago Vittoria, in Uganda.

Secondo uno studio del Kalangala District Forum di organizzazioni non governative, le piantagioni di olio di palma hanno aumentato la pressione sulle riserve forestali centrali, contribuendo sostanzialmente al depauperamento dei prodotti forestali, alla deforestazione, all'erosione del suolo e al prosciugamento delle terre paludose.

Inoltre, queste piantagioni hanno avuto effetti socio-economici negativi per le comunità che vivono sulle isole, come la violazione del diritto alla terra delle popolazioni indigene, la perdita della terra come garanzia e l’ accesso ridotto delle comunità locali alle risorse.

Il Forum ha anche sottolineato come le piantagioni hanno contribuito all'aumento improvviso dei prezzi dei terreni e distrutto l'economia locale basata sulla comunità.

Carrere mette in guardia sul “ruolo cruciale” delle istituzioni nazionali, regionali e multilaterali per la promozione e lo sviluppo degli investimenti stranieri nell'industrializzazione della produzione dell'olio di palma nell'Africa sub-sahariana.

È importante sottolineare che tale sostegno ha ignorato tutte le prove raccolte sugli impatti negativi, sociali e ambientali, delle piantagioni su larga scala nel resto del mondo in via di sviluppo, sostiene Carrere.

L’esperto sottolinea inoltre che questi sforzi internazionali hanno “anche ignorato i vantaggi sociali delle pratiche tradizionali sostenibili della produzione di olio di palma. Come risultato, il sostegno maggiore è stato destinato allo sviluppo del modello industriale e quasi niente al sistema tradizionale”.

Tra le istituzioni finanziarie internazionali e multilaterali presumibilmente coinvolte nella promozione dell’industrializzazione di olio di palma in Africa, Carrere cita la Banca di sviluppo africana, la Banca africana di investimento, l'Unione Europea attraverso il Fondo europeo di sviluppo, la Banca europea per gli investimenti e la EU Partnership Dialogue Facility.

Altre agenzie di stato straniere che stanno aggravando l'espansione della produzione dell'olio di palma in Africa sono l'Agenzia americana per lo Sviluppo (Usaid) e il ministero dell’agricoltura degli Stati Uniti, il Dipartimento per lo sviluppo internazionale britannico (Dfid), la FinnFund finlandese e l'Agenzia tedesca per la cooperazione tecnica.

Altre agenzie delle Nazioni Unite come la Food and Agricultural Organisation (Fao) e l'International Fund for Agricultural Development (Ifad) sono accusate di interventi in favore della produzione di olio di palma in Africa.

Le piantagioni di palma da olio e le strutture per la produzione in Africa hanno generato conflitti legali nei paesi d'origine delle agenzie. In Francia, per esempio, il gruppo Bolloré ha sporto denuncia nel 2010 contro due reportage incentrati sulle sue attività in Camerun.

Il tribunale di Parigi ha stabilito che la prima inchiesta non poteva essere considerata diffamatoria. Nel secondo caso, non è stata pronunciata nessuna sentenza perché sembra che il gruppo Bolloré abbia deciso di ritirare le accuse due settimane prima della data prevista per l'inizio del processo. © IPS