BANGKOK, 10 febbraio 2009 (IPS) – Il gigante petrolifero americano Chevron è sotto accusa per aver rifiutato di rivelare l’ammontare della cifra sborsata per assicurarsi i diritti di trivellazione off-shore in Cambogia, paese devastato dalla corruzione.
“Deve ancora rispondere alle nostre domande precise, esposte in una lettera scritta alla compagnia nell’ottobre 2008”, ha dichiarato l’attivista Gavin Hayman, direttore di Global Witness (GW), un organismo di vigilanza contro la corruzione con sede a Londra. “Non è disposta a fornire informazioni sulla somma pagata ai governi stranieri per garantirsi i diritti di esplorazione petrolifera”.
La disponibilità all’apertura della Chevron “sarà indicativa”, ha spiegato in un’intervista, in quanto le sue rivelazioni potranno dare la misura dei “versamenti sottobanco” in un paese in cui una ristretta e potente élite si è “appropriata dei settori emergenti del petrolio e dei minerali del paese”, per il proprio profitto.
Ma la rivelazione sulle somme di denaro versato per accedere alla preziosa risorsa è solo una parte del binomio trasparenza/affidabilità. L’attivista di GW sottolinea che le compagnie petrolifere devono anche rivelare quanto denaro spetterebbe alla Cambogia una volta che cominceranno ad affluire i ricavi. I commenti di Hayman sono arrivati dopo il lancio, la scorsa settimana, di un rapporto di GW che denuncia i gravi rischi di forte corruzione, dal momento che questo paese del sud-est asiatico “sembra vicino ad un grosso boom nel settore del petrolio, del gas e dei minerali”.
”Oggi la Cambogia è un paese in vendita”, rivela il rapporto di 68 pagine. “Dopo aver fatto la propria fortuna con il disboscamento e il saccheggio delle foreste del paese, l’élite cambogiana ha diversificato gli interessi commerciali passando ad inglobare nuove forme di beni statali”.
”I bonus finanziari versati per assicurarsi le concessioni [nei settori petrolifero e minerario] – che ammontano a milioni di dollari – non figuravano, per quanto ha potuto apprendere GW, nei resoconti delle entrate 2006 e 2007 del ministero dell’economia e delle finanze”, osserva il rapporto “Un paese in vendita”. “Le informazioni sui contratti petroliferi dell’impresa e sulle assegnazioni delle concessioni vengono tenuti strettamente segreti all’interno della CNPA [Autorità nazionale cambogiana per il petrolio]”.
Eppure la Chevron è la presenza più nota, tra tutte le imprese di Australia, Cina, Indonesia, Corea del Sud e Stati Uniti in gara per assicurarsi i diritti di esplorazione nei sei blocchi petroliferi al largo della costa occidentale della Cambogia.
”Ad eccezione della Chevron, il governo della Cambogia non ha annunciato pubblicamente i nomi delle imprese cui ha concesso i diritti di esplorazione del gas e del petrolio”, osserva il rapporto.
“Il Blocco A è stato assegnato alla compagnia petrolifera americana Chevron nel 2002. Le attività della Chevron nel Blocco A sono le più avanzate tra quelle di tutte le altre imprese petrolifere attualmente presenti in Cambogia”.
GW stima che il petrolio comincerà ad affluire nel 2011 e raggiungerà l’apice nel 2021. I ricavi andranno dai 174 milioni di dollari USA nel primo anno a 1,7 miliardi di dollari nel momento di picco massimo dell’estrazione.
Ma GW dubita che gli introiti provenienti dalle risorse naturali della Cambogia andranno alla popolazione che ne ha più bisogno – i milioni di persone cadute in povertà dopo quasi due decenni di sanguinoso conflitto e di dominio brutale del regime genocida dei Khmer rossi.
Attualmente, oltre il 35 per cento dei 13,3 milioni di abitanti della Cambogia vive in condizioni terribili di miseria, con meno di un dollaro al giorno. E secondo i rapporti delle Nazioni Unite, l’aspettativa di vita nel paese è di 58 anni, mentre quasi un terzo dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione.
Eppure per la gretta cospirazione dei potenti gruppi politici, economici e militari, il periodo intercorso tra gli accordi di pace del 1991 è stato una fortunata escursione nell’immensa – e illecita – ricchezza del paese. Nel 2007, per esempio, un rapporto di GW rivelava che il disboscamento illegale in Cambogia per mano dell’élite aveva reso più di 13 milioni di dollari.
L’avidità dell’elite non solo ha provocato l’allarme che la Cambogia sia sul punto di trasformarsi in una cleptocrazia, ma l’ha collocata nella lista dei paesi più corrotti al mondo. Nel 2007, l’organismo di vigilanza globale anti-corruzione Transparency International ha classificato la Cambogia al 162esimo posto tra 179 paesi esaminati per corruzione, facendone il paese più corrotto in Asia dopo la Birmania.
La facilità con cui la ristretta cerchia al potere ha riempito i propri forzieri, deriva da un’assenza di strutture indipendenti sostenute da solide leggi e risorse per contrastare la corruzione. “Ogni stato con organismi anti-corruzione deboli non potrà mai essere soggetto ad una supervisione adeguata”, osserva Donald Bowser, capo dell’ufficio per la Cambogia del Mainstreaming Anti-corruption for Equity Project, finanziato dalla divisione per lo sviluppo del governo USA.
“A livello locale, c’è preoccupazione sugli abusi nell’industria estrattiva del paese per profitti personali”, ha rivelato Bowser in un’intervista telefonica da Phnom Penh. “La società civile ha formato una coalizione per battersi contro questa forma di corruzione”.
Ma simili iniziative hanno davanti una sfida difficile. Il governo della Cambogia, nella stretta sempre più autoritaria del primo ministro Hun Sen, deve ancora attuare le forti misure anti-corruzione richieste dai donatori stranieri, che hanno finanziato quasi la metà del bilancio nazionale.
Gli attivisti come Hayman di GW puntano il dito anche contro istituzioni finanziarie come la Banca mondiale, per la presunta complicità nella vasta corruzione tra i cleptocrati sempre più diffusi nel paese. “La Banca mondiale è in una pessima posizione”, accusa. “Si è sempre dimenticata della società civile nel monitorare ogni fase dei programmi attuati in Cambogia per assicurarne l’affidabilità”. Ma la Banca la pensa diversamente. “La Banca mondiale condivide molte delle preoccupazioni sollevate dalle Ong sulla gestione statale dell’industria estrattiva in Cambogia”, ci hanno rivelato dagli uffici dell’organismo internazionale a Phnom Penh.
”Anche se la Banca non è mai stata direttamente coinvolta nelle attività dell’industria estrattiva in Cambogia, nel nostro dialogo con il governo si è parlato di riforme politiche volte a garantire che ogni ricavo generato dall’industria estrattiva andrà a beneficio del popolo della Cambogia”, ha aggiunto.

