ADDIS ABEBA, 12 settembre 2008 (IPS) – Appena suona la campanella della scuola, Alemtsehay e le tre sorelline devono correre subito a casa, togliersi il grembiule e indossare i loro vestiti laceri per andare a chiedere l’elemosina su Boal Road, in una delle zone più eleganti di Addis Abeba.

Solo il 34 per cento dei bambini in Etiopia frequenta la scuola, mentre molti devono lavorare per mantenere se stessi e le loro famiglie
Sisay Abebe/IPS
Insieme al fratello di cinque anni, le bambine setacciano le strade chiedendo spiccioli ai passanti. Ognuno di loro deve riportare a casa almeno 10 birr (un dollaro) al giorno.
“Io preferisco chiedere l’elemosina a Bole, che è lontano da casa mia, perché non voglio che i miei compagni di scuola mi vedano e mi prendano in giro chiamandomi poveretta”, spiega Alemtsehay, di 14 anni, alunna del quinto anno.
Alemtsehay è una dei 5 milioni di bambini in Etiopia rimasti orfani o vulnerabili all’Aids. Molti vivono per strada, a volte guadagnandosi da vivere con la prostituzione.
La famiglia di Alemtsehay è caduta nella povertà dopo la morte del padre per Aids sette anni fa. Anche la madre è positiva all’Hiv e non ce la fa a mantenere i figli – né altri due bambini che si sono uniti alla famiglia dopo che la loro madre è morta di Aids.
Per Alemtsehay, chiedere l’elemosina è umiliante ma non ha alternative per trovare denaro, dar da mangiare alla famiglia e pagarsi la scuola. La sera, lei e le sorelle vengono molestate da uomini a scopi sessuali, esponendosi al rischio Hiv.
“Mentre cerchi di risolvere un problema ne capita subito un altro. Adesso il mio dilemma è morire di fame o ammalarmi; alcune mie amiche della strada sono diventate madri”, racconta.
Una di queste ragazze di strada è Berhane Tesfaye, 16 anni, che ha un bimbo di tre mesi. Lo ha avuto con il suo compagno, un altro ragazzo di strada che lei chiama il suo protettore, perché l’ha difesa dai loschi individui della strada.
Berhane e la sua amica Haimanot Teklay (anche lei incinta), vivono alla giornata. Non vanno a scuola, e passano tutto il giorno a fumare marijuana e a masticare khat, una sostanza eccitante che dà una leggera assuefazione e viene utilizzata in tutto il Corno d’Africa.
Alemtsehay e le sue sorelle sono tra le poche fortunate: anche se chiedono l’elemosina per strada, riescono anche a frequentare la scuola. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), solo il 34 per cento dei bambini etiopi frequenta la scuola.
L’Etiopia ha fissato l’obiettivo di garantire l’educazione per tutti entro il 2015, ma se vuole raggiungerlo deve collegare le politiche per l’istruzione con le più ampie strategie di riduzione della povertà.
Da uno studio internazionale sulla povertà infantile intitolato “Giovani vite” è emerso che circa un quarto dei bambini etiopi fa parte della forza lavoro. In media, la loro giornata lavorativa è di sei ore. Perciò, anche chi frequenta la scuola non ha tempo per fare i compiti, fa molte assenze e spesso finisce per abbandonare la scuola.
Lo studio, finanziato dal Dipartimento britannico per lo sviluppo economico e coordinato dall’Università di Oxford, esamina la povertà infantile osservando il percorso di vita di 12mila bambini in Etiopia, India, Perù e Vietnam in un arco di tempo di 15 anni. Vengono raccolte informazioni non solo sulle loro condizioni materiali e sociali, ma anche sulla loro vita e le aspettative per il futuro, che contrastano con la realtà quotidiana delle loro comunità.
| Per catturare la prospettiva dei ragazzi sulla loro vita di tutti i giorni, il progetto “Giovani vite” – che esamina cause ed effetti della povertà infantile – li ha muniti di macchine fotografiche, chiedendogli di scattare loro stessi delle foto. Il risultato è nelle immagini che raccontano cosa vuol dire davvero stare nei loro panni – il lavoro che fanno, l’ambiente in cui vivono, la loro esperienza a scuola. Il progetto dimostra che i bambini possono offrire un quadro prezioso della loro stessa quotidianità. Foto: Photovoice. |
Osservando due gruppi di bambini in ogni paese (2mila bambini nati nel 2001-02, e mille nati tra nel 1994-95), si cerca di tracciare un quadro di tutte le fasi della loro infanzia. I più piccoli vengono seguiti dall’infanzia all’adolescenza, i più grandi nel passaggio all'età adulta, quando alcuni diventano a loro volta genitori.
Quando questi dati verranno confrontati con le informazioni raccolte sui loro genitori, potranno rivelare molte cose sulla trasmissione intergenerazionale della povertà, su come le famiglie emarginate entrano ed escono dalla povertà, e sulle politiche che possono fare la differenza nella loro vita.
Pressioni in conflitto
Un’attenzione particolare nello studio condotto in Etiopia viene dedicata alla relazione tra agricoltura e politiche educative. Mentre da una parte il governo punta all’educazione universale entro il 2015, dall’altra spera in una crescita economica come conseguenza della modernizzazione agricola ad uso intensivo di manodopera.
I ricercatori si chiedono in che modo queste nuove politiche influiranno sulle opportunità allo studio, e quale impatto avranno i cambiamenti del mercato lavorativo rurale sulle strategie di sostentamento del nucleo familiare e sul contributo invisibile della manodopera infantile.
Uno studio del 1999 della Banca Mondiale ha mostrato che la maggior parte degli etiopi aveva la percezione di uno standard di vita più basso rispetto al 1989, e le popolazioni rurali ne attribuivano la responsabilità alla decisione del governo di passare all’economia di mercato. I piccoli agricoltori sono stati colpiti negativamente dall’eliminazione dei sussidi sui fertilizzanti, dall’aumento del costo delle imposte fondiarie e dal calo dei prezzi di mercato per i loro prodotti.
Le fasi iniziali della ricerca “Giovani vite” hanno mostrato che questi cambiamenti hanno avuto un effetto dannoso sul benessere dei bambini. I genitori hanno spiegato che seppure consapevoli del valore dell’educazione, non potevano più permettersi di mandare i figli a scuola a causa del ribasso del mercato del grano e della perdita del sostegno del governo.
L’Etiopia è un paese fortemente indebitato, il cui sviluppo si è ridotto negli ultimi dieci anni. Gran parte della popolazione etiope vive nella povertà. L’indice della povertà umana dell’UNDP 2002 colloca l’Etiopia all’83esimo posto tra gli 85 paesi in via di sviluppo. Secondo il “Rapporto sullo stato dell’infanzia nel mondo 2008” del Fondo ONU per l’infanzia, il 12 per cento dei bambini etiopi muore prima di compiere i 5 anni. La recente siccità, poi, ha peggiorato ancora di più la situazione, con 75mila bambini che ora soffrono di grave malnutrizione e 4,6 milioni di persone soggette a carenza alimentare.
Secondo Bekele Tefera, coordinatore di Save the Children Etiopia, i bambini meritano un’attenzione speciale da parte del governo, in particolare in tempo di crisi economica e di siccità. Ma oggi, questa assistenza è ridotta ai minimi termini. Ci vorrebbe un ente governativo specifico a livello ministeriale per realizzare programmi rivolti all’infanzia.
Secondo Zelalem Adugna, consulente sull’Hiv/Aids di Save the Children, l’Etiopia deve imparare molto da paesi come Kenya, Uganda, Zimbabwe e Namibia, che hanno già attuato con successo politiche per l’infanzia.
Interrogate sul livello di attenzione che ricevono dal governo, Alemtsehay e Berhane dicono di non avere nessun sostegno. “Grazie a Dio, anche se soffriamo psicologicamente per il fatto di essere giovani mendicanti, riusciamo a sostenerci ogni giorno solo grazie ai passanti della strada”, spiega Alemtsehay.
* Con il contributo di Kathryn Strachan da Johannesburg.

