BUENOS AIRES, 4 gennaio 2006 (IPS) – Turbati dall’impatto delle ricette neoliberiste degli anni ’90, molti elettori sudamericani si sono orientati negli ultimi anni verso scelte progressiste. Ma l’agenda sociale dei nuovi governi continua a essere rimandata. Alcuni paesi procedono lentamente, mentre altri deludono.
L’IPS ha interrogato un sociologo, un economista e un politologo sul tema della sfida intrapresa da partiti, alleanze e movimenti ai governi di sinistra, centro-sinistra, o “progressisti” che, quando erano opposizione, mettevano in discussione le politiche di adeguamento, smantellamento dello stato e apertura alle importazioni in Argentina, Brasile, Cile, Uruguay, Venezuela e adesso anche in Bolivia.
I nuovi governi si propongono, da una parte, di mantenere l’equilibrio fiscale, adempiere puntualmente agli impegni esterni e attirare investimenti con solide garanzie. Ma gli elettori sperano anche che rispondano alle promesse elettorali di combattere povertà e disoccupazione, e distribuire in modo più equo la ricchezza, nella regione al mondo con maggiori disuguaglianze tra ricchi e poveri.
Per il sociologo Atilio Borón, segretario esecutivo del Consiglio latinoamericano delle scienze sociali, la sfida è realistica. “Ma suppone un cambiamento di paradigma nella politica economica che finora i paesi non stanno promuovendo. L’esperienza più deludente di tutte è quella del Brasile”, ha affermato.
La grande aspettativa brasiliana è nata a gennaio 2003, con l’arrivo al governo del primo presidente di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva, ex dirigente sindacale e operaio metallurgico. Ma la direzione del Partito dei lavoratori non ha ottenuto i risultati sperati in materia di attività economica e creazione di occupazione.
Lula può annoverare alcuni risultati positivi. La miseria è diminuita dal 27,26 al 25,08 per cento della popolazione nel 2004, secondo quanto segnalato all’inizio di dicembre dalla Fondazione Getulio Vargas di Rio de Janeiro. Ciò significa che un po’ più di tre milioni di persone sono uscite dall’indigenza, ossia l’otto per cento dei 40 milioni che erano indigenti nel 2003.
Il salario minimo è aumentato nel 2005 del nove per cento, e il programma “borse di studio-famiglia” (un sussidio per le famiglie povere) ha raggiunto 6,57 milioni di nuclei familiari nel 2004, con l’obiettivo di raggiungerne 8,7 milioni nel 2005, e 11,2 milioni al termine del mandato di Lula, a dicembre 2006.
Ma la politica economica di Lula si è basata finora su un eccessivo adeguamento della spesa per assicurare il pagamento dei debiti e su alti tassi di interesse per combattere l’inflazione, una combinazione non nuova e con effetti di recessione.
In Argentina, dove da maggio 2003 è al governo Néstor Kirchner, si nota “una certa volontà di cambiare le cose, almeno in alcuni settori”, ha sostenuto Borón. Dopo una dura crisi nel 2001, la popolazione in situazione di povertà aveva largamente superato il 50 per cento, per ridursi negli ultimi anni a 40 punti percentuali.
Ma in sostanza, il governo “si mantiene entro gli stretti canoni del consenso di Washington, senza cambiamenti nell’orientamento della politica economica”, ha aggiunto.
Il cosiddetto consenso di Washington era un insieme di politiche di adeguamento strutturale formulate a partire dagli anni ’80 nei programmi di diverse istituzioni, tra le quali la Banca mondiale, la Banca interamericana di sviluppo e il Fondo monetario internazionale (FMI).
Secondo Borón, un cambiamento di fondo in Argentina significa avanzare in una riforma fiscale che renderebbe meno regressivo il sistema tributario. “Vendere un auto modello 1985 comporta un obbligo tributario, mentre vendere un’impresa di 15.000 milioni di dollari no”, ha spiegato.
Questo sistema, che non grava sul reddito finanziario, è stato ereditato dalla gestione di Carlos Menem (1989-1999). In quel periodo è stato messo pienamente in pratica il modello neoliberista in una delle versioni più ortodosse della regione. “L’attuale governo mantiene quello stesso sistema di imposte”, ha avvertito il sociologo.
Borón ha considerato poi “una frustrazione” anche il risultato della gestione del socialista Ricardo Lagos in Cile. Lagos si avvicina alla fine del suo mandato con un alto indice di popolarità. Tuttavia, durante la sua amministrazione, “ci sono stati progressi economici”, ma non una riduzione delle disuguaglianze, ha sostenuto.
La coalizione di centro-sinistra che governa in Cile dal 1990 non è riuscita a invertire le disuguaglianze sociali ereditate dal regime militare.
“Il Cile era uno dei paesi più egualitari dell’America Latina – prima della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990) – e adesso è diventato uno dei più disuguali nella regione”, ha criticato Borón.
Ma il Cile è riuscito a diminuire la percentuale di poveri della metà, riducendola dal 38,5 per cento della popolazione nel 1990 al 18,8 per cento nel 2005, mentre l’indigenza è stata abbattuta dal 12,9 al 4,7 per cento nello stesso periodo. È il primo paese latinoamericano ad aver raggiunto il primo degli otto Obiettivi di sviluppo del millennio.
La favorita alla successione di Lagos è la socialista Michelle Bachelet, che questo mese affronterà in seconda tornata elettorale l’avversario di destra Sebastián Piñera.
Il politologo argentino Rosendo Fraga, direttore del Centro studi per la nuova maggioranza, ha sottolineato che il “Cile ha diminuito la povertà, ma di sicuro non ha fatto progressi significativi in tema di disuguaglianza”.
“In Brasile, le cifre dello sviluppo sociale del 2004 mostrano un certo progresso”, e in Argentina e Venezuela, nonostante la crescita economica prevista per quest’anno, “la povertà si mantiene stabile”, ha osservato Fraga.
“Ridurre la povertà con una crescita sostenuta è possibile. Ma sembra sia più difficile diminuire le disuguaglianze”, ha aggiunto.
Un’azione congiunta dei paesi della subregione potrebbe essere efficace per avanzare nella lotta contro le disuguaglianze, ma questa posizione deve essere pilotata da Brasile e Argentina, che sono i paesi di maggiore gravitazione economica, ha detto Borón. “Non possiamo chiedere che si mettano in testa la Bolivia o l’Uruguay”, ha spiegato.
A marzo 2005, in Uruguay è stato eletto il primo governo di sinistra nella storia del paese. Il suo presidente, Tabaré Vázquez, ha messo in atto un ampio programma sociale per combattere la povertà e l’indigenza, di cui è stato incaricato il nuovo Ministero per lo sviluppo sociale.
E in Bolivia, il contadino Morales ha stravinto nei comizi generali di dicembre, in un trionfo senza precedenti per un dirigente indigeno. “Probabilmente, Morales sarà una persona più coerente e riuscirà ad avanzare sul terreno sociale, sostenuto da un forte movimento popolare”, ha sostenuto Borón.
Secondo il sociologo, il governo di Hugo Chávez in Venezuela “sta sperimentando un nuovo schema economico, sociale e politico” che presuppone di uscire “dal consenso di Washington. Sta percorrendo un cammino importante, ma non da imitare. I cambiamenti devono rispondere a processi propri di ciascun paese”, ha commentato.
Secondo José Luis Coraggio, economista ed esperto di politiche sociali, “non c’è ragione” per cui a un governo prudente con i conti pubblici venga impedito di adottare misure che permettano di ridurre la povertà e di attuare una distribuzione più equa della ricchezza. “Il problema riguarda la volontà politica”, ha sottolineato.
“Nei nostri paesi c’è capacità contributiva, ma il problema è che c’è anche molta evasione, e per cambiare ciò serve molta volontà”, ha indicato Coraggio, membro del Plan Fénix, un gruppo di accademici dell’Università di Buenos Aires formatosi nel 2001 per contribuire alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo.
“Ci sono barlumi di un nuovo modello, ma siamo ancora lontani”, ha detto l’esperto riferendosi al gruppo dei paesi della subregione che affrontano la stessa sfida. Coraggio ha sostenuto che Argentina e Brasile “avanzano poco e a fatica” quanto a politiche sociali.
Mentre “il Cile si presenta come il nuovo paradigma dello sviluppo, ma qui sono abituati a vivere con un modello assolutamente disuguale”, ha osservato l’economista.
Esperto di economia popolare e sviluppo locale, Coraggio ritiene che bisognerebbe cercare un modello di economia sociale con un migliore accesso al credito, alla terra e alla tecnologia, e con uno Stato che adempia al ruolo di “garante dello sviluppo”.
Secondo Borón, l’argomentazione della presunta resistenza degli Stati Uniti allo sviluppo dell’America del Sud è “puerile”; pure, ha riconosciuto che “qualsiasi governo impegnato in un programma di cambiamento deve affrontare resistenze tenaci e avversari formidabili”.
Il sociologo crede anche che gli investimenti stranieri non si ridurranno se con i governi progressisti ci sarà un avanzamento in campo sociale. Al contrario, “gli investimenti arriveranno quando il mercato interno si espanderà all’insieme della popolazione”, mediante un maggiore potere d’acquisto, ha segnalato.
La maggior parte dei paesi dell’America del Sud non segue più lo stesso orientamento economico degli anni ’90, ma “avanza molto lentamente verso un nuovo paradigma”. “Per andare più a fondo, è necessaria una volontà politica molto chiara, che però per adesso non si avverte”, ha concluso Borón.

