TORONTO, 5 gennaio 2005 (IPS) – I pacifisti canadesi stanno cercando di dirottare i soliti appelli dei due principali partiti politici per l’aumento delle spese militari, istanze che tendono a coincidere con le elezioni del paese, fissate per il 23 gennaio.
Gli attivisti sostengono che per il Canada è arrivato il momento di andare oltre le tradizionali missioni di pace ed intraprendere il delicato lavoro di risoluzione del conflitto e costruzione della pace.
Esistono capacità che non possono essere acquisite al volo, ma richiederebbero un dipartimento nazionale federale per la pace destinato a coltivarle, dichiara Bill Bhaneja, diplomatico canadese in pensione che insegna all’Università di Ottawa.
Di fatto, cittadini di 11 diversi paesi, compreso il Canada, stanno esercitando analoghe pressioni sui propri governi per modificare il tradizionale criterio secondo cui difesa e affari esteri sono organizzati.
Bhaneja ricorda il proprio imbarazzo quando organizzazioni non governative europee gli chiesero un contributo del Canada di qualche migliaia di uomini esperti da mandare all’estero in missione di pace. “Ho risposto di non sapere di alcun programma simile nel governo canadese”, ha raccontato all’IPS. Secondo Bhaneja, la comunità per la risoluzione dei conflitti è d’accordo sull’operato del Canada in tema di difesa, che viene giudicato obsoleto e lontano dal desiderio dei cittadini di essere veri mediatori globali, e considerato in parte anche responsabile dell’insufficiente ricostruzione post bellica.
”I paesi che dipendono economicamente dalla fabbricazione di armi e dalla macchina bellica dovrebbero iniziare a lavorare per la demilitarizzazione, concentrandosi sulle regole per difendere i diritti umani e la giustizia a favore degli emarginati dentro e fuori dai propri confini”, ha dichiarato il diplomatico.
Nonostante il governo oggi distribuisca aiuti internazionali e promuova disarmo, democrazia e diritti umani, prosegue Bhaneja, il problema è che questi “sono seppelliti e riconosciuti a bassa priorità” in otto diversi dipartimenti federali, compresi gli Affari Esteri, la Difesa, l’Agenzia canadese per lo sviluppo internazionale (CIDA) e il Centro di ricerca per lo sviluppo internazionale.
”In ciascuno di essi vi è una gamma di attività, ma non tutte vengono portate avanti. Gli Affari Esteri pensano di lavorare per la costruzione della pace, la Difesa crede di fare lo stesso, e il CIDA ritiene che il proprio mandato per combattere la povertà consista nella costruzione della pace. Tuttavia, non esiste un obiettivo, né uno progetto comune, o un approccio coerente”.
Organizzare una campagna per un’innovazione burocratica a Ottawa significherebbe chiedere troppo, tuttavia Bhaneja è riuscito a raccogliere collaborazioni ad alto livello, come quella dell’ex ministro degli esteri liberale, Lloyd Axworthy, e di Doug Roche, ex-senatore, nonché scrittore e presidente della Middle Powers Iniziative (MPI).
”In Canada, è arrivato il momento di pensare davvero alla pace e concentrare l’attenzione del governo sui valori fondamentali del paese, che costituiscono i presupposti per la pace e la sicurezza umana”, ha dichiarato Roche dalla sua casa di Edmonton. “C’è molto da fare, ma è giunto il momento di inquadrare e incanalare il lavoro”.
Nel frattempo, vi è incertezza tra le organizzazioni non governative impegnate in prima linea per la pace ad Ottawa. Ernie Regehr, consulente politico per il progetto Ploughshares, si sta occupando della concentrazione delle missioni di pace in un unico dipartimento, e osserva che “la costruzione della pace e sicurezza umana ha acquisito un valore per il governo, come non succedeva da molto tempo”.
Egli ammette che l’attuale impulso per la pace ad Ottawa potrebbe non essere abbastanza forte, ma si chiede se la centralizzazione sia la strada da seguire: “La riorganizzazione riuscirà ad modificare il ritmo, e questo riuscirà a stimolare un po’ la volontà politica? Credo che sia un giudizio difficile da darsi”.
Diversi critici hanno suggerito che l’immagine di sé del Canada in quanto mediatore globale di pace sia stata appannata dalle sue operazioni in Afghanistan a fianco delle forze Usa e NATO.
Un rapporto redatto da Regehr e Peter Whelan denuncia l’eccessiva spesa militare del Canada: del suo budget di 16,3 miliardi di dollari canadesi (circa 14 miliardi di dollari Usa) per la pace e la sicurezza internazionale, il 76 per cento è destinato alla difesa. “Le minacce più sostanziali [alla sicurezza delle persone] vengono da fonti non militari, come condizioni economiche, sociali e politiche sfavorevoli“, riferisce il rapporto.
Bhaneja non crede a un dipartimento canadese per la pace, che duplicherebbe attività e programmi diplomatici del suo ex datore di lavoro, il ministero degli Affari Esteri, descrivendo quest’ultimo come sostanzialmente “reattivo” nelle zone di crisi del mondo e impreparato a quel genere di pianificazione, ricerca ed istruzione a lungo termine, necessarie per costruire le istituzioni in stati in conflitto o dimenticati.
Tuttavia, l’ex diplomatico vorrebbe che il Canada seguisse l’esempio della Germania, dove il servizio civile per la pace finanziato dal governo sta investendo sulla formazione di operatori di pace per la risoluzione dei conflitti. Queste persone vengono inviate sul campo in paesi come la Colombia, per lavorare con gruppi popolari quali le Brigate di pace internazionali (PBI, Peace Brigades International), la Nonviolent Peace Force (NVPF) e le Squadre cristiane di operatori di pace (CPT, Christian Peacemaker Teams).
La differenza, spiega Bhaneja, è che un governo nazionale può preparare ed esportare operatori di pace non violenti in proporzioni impossibili per quelle organizzazioni su base volontaria.
Nonostante non commenti le missioni di sviluppo su base militare condotte dalla Nato in Afghanistan (le cosiddette Provincial Reconstruction Teams), il diplomatico mette in dubbio la capacità dei soldati nelle missioni di pace, dichiarando che “il loro mandato è combattere e vincere le guerre”.
Secondo Lyn Adamson, esperta in missioni di pace e nella relativa formazione, il lavoro dell’operatore di pace potrebbe usufruire di una notevole spinta grazie alla creazione di un dipartimento governativo per la pace. “Vedo in una simile struttura un ruolo di grande valore”, ha affermato.
Adamson era con le Brigate di pace, che utilizzano piccole squadre di volontari internazionali visibili per accompagnare gli attivisti locali in circostanze potenzialmente violente. Oggi è nel consiglio internazionale della NVPF, una Ong che lavora per inviare nelle zone di conflitto – anziché truppe – migliaia di operatori di pace non volontari, ma con esperienza e stipendiati.
Secondo Adamson, il destino incerto di alcuni attivisti di CPT, presi in ostaggio da un gruppo sconosciuto in Iraq, non dovrebbe essere usato per sminuire il valore degli operatori di pace nei paesi che li hanno richiesti.
”È inevitabile che ci sia qualche perdita umana nell’alternativa non violenta. Tuttavia, si dovrebbe notare che PBI ha mandato più di 1000 operatori sul campo in posti come Colombia, Indonesia, Haiti e nelle regioni messicane di Guerrero e Chiapas dal 1981, senza subire alcuna disgrazia”, ha concluso Adamson.

