POLITICA-USA: Washington si interroga sulla guerra per Kabul

WASHINGTON, 28 agosto 2009 (IPS) – In attesa dei risultati finali delle elezioni in Afghanistan, pochi analisti a Washington prevedono che la campagna contro i Taliban sostenuta dagli Stati Uniti riceverà un grande impulso in futuro, chiunque sia il vincitore.

Questo scetticismo è solo il sintomo di un senso di disillusione sempre più diffuso, sia nell’establishment che fra la popolazione americana, sugli sviluppi della guerra in Afghanistan.

Nelle ultime settimane, sui media americani si è aperto un dibattito senza precedenti, ci si chiede se sia davvero valsa la pena scatenare questa guerra – almeno nella sua attuale manifestazione di controinsorgenza e concepita come uno sforzo per sconfiggere i Taliban e costruire un forte stato centrale afgano.

Chi è a favore della guerra ribatte che il presidente Obama e il suo comandante in capo in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal, dovrebbero avere a disposizione ancora 12-18 mesi di tempo per invertire le sorti della guerra – e prepararsi ad una resa dei conti per le prossime elezioni del Congresso nel 2010.

Questa settimana sono cominciati ad arrivare i primi risultati parziali delle elezioni afgane del 20 agosto. Mercoledì, secondo la Commissione elettorale indipendente del paese, il presidente Hamid Karzai aveva ottenuto il 42 per cento dei voti contati fino a quel momento, contro il 33 per cento del suo principale sfidante, l’ex primo ministro Abdullah Abdullah.

Secondo gli ultimi dati, Karzai non avrebbe raggiunto la soglia del 50 per cento necessaria per evitare il ballottaggio, ma è difficile capirlo dai voti conteggiati finora, senza avere un quadro geografico della loro provenienza.

Abdullah ha già accusato di brogli Karzai, e gli analisti americani non escludono questa possibilità. La settimana scorsa, Gareth Porter dell’agenzia stampa IPS aveva denunciato un accordo di Karzai con i signori della guerra afgani, per gonfiare i voti ed evitare il ballottaggio.

Altri analisti parlano del peso delle alleanze di Karzai con i signori della guerra nella sua campagna per la rielezione.

Se Karzai vincesse il primo turno, “quasi certamente lo dovrà all’appoggio dei diversi signori della guerra di cui ha goduto prima delle elezioni … in particolare di Abdul Rashid Dostum”, ha dichiarato martedì alla Brookings Institution in Afghanistan Bruce Riedel, ex analista della Cia e del National Security Council (NSC), che ha guidato la nuova strategia in Afghanistan/Pakistan dell’amministrazione Obama all’inizio di quest’anno.

Dostum, il leader più potente della minoranza uzbeka in Afghanistan, è famoso per le sue atrocità nel campo dei diritti umani.

“Se Karzai verrà rieletto grazie al sostegno di Dostum, allora ogni speranza nell’impegno contro la corruzione e per una buona governance durante il secondo mandato di Karzai sarà piuttosto vana”, ha detto Riedel.

Karzai è stato molto criticato per la corruzione del suo governo, e sembra abbia perso molta della fiducia iniziale dei suoi sostenitori americani. Eppure, quasi tutti gli analisti pensano che i problemi dell’Afghanistan siano più istituzionali che legati alla sua personalità.

Dalla sua nomina, McChrystal ha spinto per fare della protezione dei civili il fondamento della strategia Usa in Afghanistan, convincendo Obama ad aumentare le forze Usa di 17mila unità. Molti sostengono che un ulteriore aumento delle truppe diventerà presto una necessità.

I sostenitori pensano a un raddoppiato intervento civile per lo sviluppo per integrare lo sforzo militare, secondo il mantra della strategia “clear, hold and build” (ripulisci, controlla e costruisci).

Ma secondo i critici, il calo della violenza in Iraq è stato possibile grazie a una serie di fattori, che poco avevano a che vedere con l’intensificarsi della strategia americana, e i falchi hanno abbracciato troppo presto la strategia della Coin come la soluzione ad ogni problema in Afghanistan.

“Dobbiamo smetterla di parlare di ‘poteri intelligenti’ come se li avessimo”, ha detto Cordesman martedì. “A oggi, non si trova da nessuna parte nella letteratura militare americana una definizione di ‘hold and build’, e non esiste nessuna dichiarazione di nessun ufficiale americano che indichi quando potremo avere la capacità.. di realizzare questi imperativi”.

Cordesman ha poi proseguito paragonando la situazione dell’Afghanistan non solo a quella dell’Iraq, ma perfino al Vietnam.

Mentre Obama sembra propendere per un’escalation della campagna di controinsorgenza in Afghanistan, sempre più commentatori cominciano a chiedersi se la posizione degli Usa non stia prendendo una brutta piega.

Mentre il sostegno alla guerra è crollato nettamente nell’opinione pubblica – il 51 per cento degli americani pensa che non valga la pena combatterla, secondo un recente sondaggio di Washington Post e ABC News – nelle ultime settimane sempre più dubbi sul conflitto afgano sono stati sollevati anche all’interno delle istituzioni della politica estera.

La scorsa settimana, il presidente del Consiglio delle relazioni estere Richard Haass ha preso posizione contro l’affermazione di Obama che quella afgana fosse una “guerra necessaria”, esortandolo, dalle pagine del New York Times, a prendere in considerazione delle alternative, inclusa la possibilità di un ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan.

A luglio, Rory Stewart, docente ad Harvard e candidato al parlamento britannico, aveva apertamente dichiarato alla London Review of Books “sarà impossibile per gli alleati costruire uno stato afgano”, etichettando la loro strategia come una “irresistibile illusione”.

L’influente blog di Abu Muqawama, che in genere si occupa di questioni tattiche e operative più che degli aspetti politici, è arrivato perfino a ospitare un lungo dibattito questo mese sulla possibilità che la guerra risponda in realtà agli interessi degli Usa e dei suoi alleati.

Mercoledì scorso, Mullen aveva detto al Washington Post che con le giuste risorse, gli Usa e gli alleati potrebbero fare ancora dei progressi contro i ribelli entro i prossimi 12 o 18 mesi.

E molti sostenitori della guerra sono d'accordo sui tempi necessari per rispondere agli scettici; sia Riedel che Kagan hanno dichiarato che gli alleati dovrebbero avere a disposizione ancora 12-18 mesi di tempo per poter mostrare dei progressi, prima di prendere qualsiasi decisione sul possibile allentamento della guerra.

Dodici, diciotto mesi vorrebbe dire poter rivedere l’attuale strategia di guerra non prima della fine del 2010, inizio 2011 – proprio nel periodo delle elezioni del congresso Usa, a novembre 2010.©il manifesto