FIRENZE, 1 giugno 2010 (IPS) – A Corleone, nel cuore della Sicilia, 13 persone, di cui cinque affette da disagi psichici, gestiscono un'azienda agricola sui terreni confiscati a Cosa Nostra.
Coltivano mais, pomodori e ceci, oltre a una piantagione di mandorli e ad un vigneto. E vendono poi i prodotti attraverso punti vendita al dettaglio a prezzi equi. Ma questa è solo parte della storia, perché la mafia in Sicilia resta un problema serio.
“Per raggiungere i nostri campi, dobbiamo attraversare ogni mattina le terre di un noto capomafia. All’inizio, gli amici si sono allontanati da noi, e anche i nostri figli. Venivamo chiamati la “cooperativa dei matti”, ha raccontato all’IPS Francesco Ancona della cooperativa “Lavoro e non solo”.
Ancona ha raccontato la sua esperienza a “Terra Futura”, la fiera internazionale sulle buone pratiche di sostenibilità che si tiene annualmente a Firenze. Alla sua settima edizione (28-30 maggio), il tema di quest’anno è stato lo sviluppo di comunità sostenibili e responsabili come “laboratori del futuro”.
“Lavoro e non solo” è nata nel 1998 per la riabilitazione dei malati psichiatrici tramite il lavoro agricolo. Dal 2000, la cooperativa gestisce oltre 370 acri di terreno confiscati alla mafia siciliana. Il lavoro è suddiviso tra i diversi membri della cooperativa, che hanno tra i 30 e i 60 anni.
“Il nostro lavoro con i malati psichici ha una funzione sociale. Inoltre, puntiamo a promuovere una cultura dell’antimafia sul territorio”, ha detto Ancona. “Lavoro e non solo” impiega altri malati psichici, principalmente giovani della zona di Corleone, e promuove anche campi di lavoro estivi che ogni estate attirano circa 600 persone in turni di rotazione di due settimane.
Corleone è la località d’origine di Bernardo Provenzano, considerato il capo più importante di Cosa Nostra e arrestato nel 2006, dopo una latitanza lunga 40 anni.
In una delle case di Provenzano, confiscate dallo Stato e affidate a “Lavoro e non solo”, verrà aperto un “museo antimafia” con un archivio storico e una biblioteca video.
“È molto difficile lavorare in una zona dove la mafia esiste ancora e continua ad operare. Anche se i capi sono stati arrestati, le loro famiglie vivono ancora in queste aree, e non sono esattamente ‘antimafia'”, ha commentato Salvatore Ferrara, vicepresidente di “Lavoro e non solo”.
Nel 2004, il governo ha assegnato alla cooperativa 331 acri di terreno nella città di Canicattì, 100 km a sudest di Corleone. Ma a scopo intimidatorio, la mafia ha dato fuoco ai vigneti poco prima della consegna, e nel 2008 ha estirpato i germogli di oltre 700 vitigni.
La cooperativa ha reagito alle minacce lanciando la campagna di raccolta fondi 'Adotta una vite' per reimpiantare i vitigni.
Nel 2009, in Italia sono state sequestrate 1.223 imprese e 9.198 proprietà immobiliari, secondo l'ente statale che si occupa dei beni confiscati alle organizzazioni criminali.
Circa il 73 per cento delle proprietà confiscate sono state date a organizzazioni non profit (ONP) per la riconversione a scopi sociali, secondo un rapporto, presentato a Terra Futura, dell’Agenzia per le Onlus.
Secondo lo studio, le proprietà confiscate vengono utilizzate in diversi modi: affrontare problemi sociali (21,7 per cento), promuovere attività culturali (18,3 per cento), o per scopi di pubblica utilità (17,4 per cento). Cittadini e disabili sono i principali beneficiari dei progetti.
Il 42,9 per cento delle organizzazioni non profit italiane si trova però a dover affrontare gravi problemi finanziari, poiché la mafia continua a rappresentare una sfida come possibile sistema alternativo.
“Oggi la mafia è un'organizzazione economica: impiega le sue risorse per ottenere e riciclare denaro, perché non ha accesso al credito. È questo il terreno su cui dobbiamo combatterla”, ha detto Stefano Zamagni, presidente della Agenzia per le Onlus.
“Recuperare i beni non è sufficiente: dobbiamo riconvertirli per garantire che producano reddito e posti di lavoro. Altrimenti c’è il serio rischio che la popolazione finisca per rimpiangere la mafia [come datore di lavoro]. Noi dobbiamo dimostrare che esiste una alternativa realistica”.
“I beni confiscati alla mafia diventano laboratori sociali per la creazione di alternative. Non solo perché sono beni confiscati, ma anche perché incarnano un diverso modello di produzione, attento alla sostenibilità e alla legalità”, ha detto Andrea Giolitti della rete antimafia Libera.
Purtroppo, dopo il sequestro, passano in media otto anni prima che i beni e i terreni vengano riassegnati. Inoltre, il 57 per cento delle proprietà confiscate vengono consegnate in cattivo stato, e l’avvio dell’attività è in genere molto difficile. Nel 36 per cento dei casi non sono previsti aiuti finanziari da parte delle istituzioni.
Zamagni ha chiesto di istituire un fondo a sostegno delle organizzazioni non profit cui vengono assegnate le terre e i beni un tempo di proprietà della mafia. © IPS

