Intelligenza Artificiale e il Futuro dell’Umanità: I Premi Nobel Chiedono Tutele Globali

BORGO LAUDATO SI’, Italia, 21 lug 2026 (IPS) – “Mi dispiace, David. Purtroppo non posso farlo.” Dando vita al supercomputer HAL 9000 nel suo film del 1968 2001: Odissea nello spazio, il regista americano Stanley Kubrick ha creato uno dei simboli più potenti della paura che l’intelligenza artificiale (IA) possa sfuggire al controllo umano.


Cinquantotto anni dopo, tale questione è più rilevante che mai. È stato proprio questo tema a riunire oltre 200 personalità internazionali per tre giorni di discussioni nell’eccezionale cornice di Borgo Laudato Si’, situato all’interno della residenza estiva papale a Castel Gandolfo, dove attualmente soggiorna Papa Leone XIV.

Organizzata dalla Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War (Assemblea Globale dei Premi Nobel sull’Intelligenza Artificiale e la Guerra Nucleare), la conferenza si è posta l’obiettivo di riflettere su “il futuro della sicurezza internazionale, la governance delle tecnologie emergenti, il disarmo e la costruzione di un’economia di pace”.

Yoshiyuki Nagaoka, Direttore Esecutivo dell’Ufficio Relazioni Esterne della Soka Gakkai e Direttore Esecutivo dell’Ikeda Center for Peace, Learning, and Dialogue. Crediti: Katsuhiro Asagiri/INPS Japan

Il programma ha visto la partecipazione di numerose figure di spicco a livello internazionale, tra cui l’ex Primo Ministro italiano ed ex Presidente della Commissione Europea Romano Prodi; il Premio Nobel per la Pace e Consigliere Capo del Bangladesh Muhammad Yunus; Yoshiyuki Nagaoka, Presidente dell’Ikeda Center for Peace, Learning, and Dialogue e Direttore Esecutivo dell’Ufficio Relazioni Esterne della Soka Gakkai; la giornalista filippina e Premio Nobel per la Pace Maria Ressa; la Segretaria Generale di Amnesty International Agnès Callamard; e molti scienziati ed esperti di nucleare.

L’assemblea è stata aperta ufficialmente da Monsignor Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Nel suo discorso di benvenuto, ha tracciato immediatamente il filo conduttore della discussione sottolineando che “la pace non è semplicemente l’assenza di guerra, ma un ordine fondato sulla giustizia, sulla fiducia reciproca, sul rispetto dello stato di diritto e sull’inviolabile dignità di ogni essere umano”.

Il concetto centrale era chiaro: regolamentare l’intelligenza artificiale è diventato imperativo se si vuole preservare la pace e, in ultima analisi, la sopravvivenza stessa dell’umanità. L’IA è ormai integrata nei sistemi militari, aumentando drammaticamente le possibilità di guerra informatica e di conflitti ad alta intensità, con il rischio di minare la stabilità globale e il rispetto dei principi etici.

Sebbene i relatori abbiano talvolta espresso analisi divergenti dovute ai diversi background, sono però tutti arrivati a una conclusione essenziale: l’intelligenza artificiale non deve essere temuta, ma ciò non significa che le si debba dare la libertà di diventare un nuovo HAL 9000. La maggior parte dei partecipanti ha infatti sottolineato l’urgente necessità di definire sistemi di salvaguardia prima che i potenziali abusi diventino impossibili da controllare.

Karen Hallberg, fisica argentina e presidente delle Pugwash Conferences on Science and World Affairs. Crediti: Katsuhiro Asagiri/INPS Japan

Questa preoccupazione è stata espressa in modo particolare da Karen Hallberg, fisica argentina specializzata in materia condensata e presidente delle Pugwash Conferences on Science and World Affairs. L’IA, ha sostenuto, è una tecnologia a “duplice uso” (dual-use), proprio come l’energia nucleare. Se da un lato la fissione nucleare ha portato a straordinari progressi nella produzione di energia e nella medicina, dall’altro ha reso possibili le armi atomiche.

“L’intelligenza artificiale possiede la stessa ambivalenza. Può certamente contribuire alla ricerca scientifica, alla medicina e persino al monitoraggio degli impegni internazionali. Tuttavia, la sua integrazione nei sistemi delle armi nucleari potrebbe portare un periodo di pericolosa incertezza”, ha avvertito.

Hallberg ha inoltre sottolineato che uno dei rischi maggiori sarebbe quello di permettere agli algoritmi di intervenire nei processi legati al comando e al controllo delle armi nucleari – ad esempio, analizzando immagini satellitari, interpretando situazioni militari o contribuendo a decisioni le cui conseguenze potrebbero rivelarsi irreversibili per il futuro dell’umanità.

“Non ho paura; sono preoccupata. Ed è proprio questa preoccupazione che dovrebbe darci la determinazione di agire prima che sia troppo troppo tardi”, ha affermato, esortando i governi ad applicare il principio di precauzione prima che la tecnologia scavalchi la regolamentazione politica e conduca a una deriva senza ritorno.

Nagaoka condivide tale preoccupazione, sebbene da una prospettiva diversa, sostenendo che l’intelligenza artificiale non sia intrinsecamente pericolosa. Tutto, ha affermato, dipende da come l’umanità sceglie di utilizzarla. “La questione in ultima analisi ritorna all’umanità stessa, che ha la scelta di diventare o più egoista o più compassionevole”.

Nagaoka ha posto un’enfasi particolare sulla responsabilità delle giovani generazioni, che stanno crescendo in un ambiente in cui gli strumenti digitali occupano uno spazio sempre maggiore e dove il rischio di isolamento continua ad aumentare. La sfida più grande per l’umanità, quindi, non è rifiutare l’IA, ma imparare a usarla senza abbandonare la capacità di giudizio propria dell’essere umano.

“Dobbiamo preservare la nostra coscienza e la nostra saggezza nel momento delle decisioni”, ha dichiarato, ricordando ai partecipanti che l’istruzione e il pensiero critico rimarranno i migliori baluardi contro una tecnologia capace di influenzare le scelte sia individuali che collettive.

“Recentemente ho sentito alla televisione la storia di una donna giapponese di 86 anni che affrontava la dolorosa scelta sull’interruzione del supporto vitale per il marito gravemente malato: ha chiesto consiglio a ChatGPT anziché alla sua famiglia”. Per Nagaoka, il punto non è condannare questo genere di decisioni, quanto piuttosto riflettere su queste nuove forme di dialogo che emergono in società dove le macchine possono diventare sempre più interlocutori di fiducia nei momenti più importanti dell’esistenza umana.     

Questa riflessione sulla responsabilità umana ha trovato riscontro nelle preoccupazioni sollevate da Maria Ressa, vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2021 per la sua difesa della libertà di espressione e la sua lotta contro la disinformazione.

Nel corso del dibattito ha ripetutamente evidenziato i rischi che l’IA pone per il futuro della democrazia, tra cui la diffusione accelerata di false informazioni, la manipolazione su larga scala dell’opinione pubblica e la concentrazione del potere nelle mani di un numero limitato di aziende tecnologiche.

“L’IA non è semplicemente una questione di innovazione. Riguarda il funzionamento stesso delle società democratiche”, ha insistito Ressa.

Ma è stato senza dubbio Yunus a muovere la critica più profonda della conferenza, spostando il dibattito sul terreno economico. L’economista bangladese, fondatore della Grameen Bank e insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2006, ha offerto una critica profondamente umanista che mette in discussione le fondamenta stesse dell’uso dell’IA all’interno del capitalismo contemporaneo.

“Il problema principale non è semplicemente la possibile scomparsa di alcuni posti di lavoro, ma la crescente concentrazione della ricchezza”, ha affermato Yunus.

L’intelligenza artificiale, ha avvertito, rischia di rafforzare un modello in cui un manipolo di aziende controlla tecnologie, dati e redditi, mentre una quota sempre più ampia della popolazione viene esclusa dalla partecipazione all’economia.

“Potrebbe privare le persone dei propri mezzi di sussistenza, della propria dignità e della capacità di rimanere indipendenti”, ha sostenuto.

Il futuro, ha aggiunto, non può essere un’economia in cui esseri umani sono semplicemente sostituiti dall’intelligenza artificiale, ma deve invece basarsi sulla partecipazione, sull’imprenditorialità e sulla condivisione delle opportunità.

Il suo messaggio ai leader politici di tutto il mondo è stato inequivocabile: l’IA non deve diventare uno strumento per concentrare il potere, bensì un mezzo posto al servizio di tutti.

E ora? Al termine di queste discussioni, emerge una certezza: non si può tornare indietro. L’intelligenza artificiale fa ormai parte del nostro mondo. L’umanità non dovrebbe temerla oggi, né dovrebbe considerarla il peggior nemico di domani.   

Rimangono tuttavia senza risposta molte domande fondamentali: chi controllerà questa tecnologia, secondo quali regole e al servizio di quale tipo di società?

A più di mezzo secolo da HAL 9000, la vera minaccia potrebbe non essere che una macchina possa diventare umana. Potrebbe essere invece che gli esseri umani rinuncino gradualmente a ciò che più li definisce: la loro capacità di decidere, di giudicare e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Nota: Questo articolo è stato realizzato da IPS Noram in collaborazione con INPS Japan e Soka Gakkai International in stato consultivo con l’ECOSOC.