UGANDA: Le Ong si basano su illazioni per valutare un progetto in Uganda, secondo l’Onu

ROMA, 12 aprile 2010 (IPS) – Le Organizzazioni non governative sarebbero colpevoli di aver giudicato un progetto di produzione dell’olio di palma in Uganda sulla base di pure congetture, piuttosto che per i suoi meriti reali, secondo l’agenzia Onu per la povertà che sostiene il controverso programma, mentre i piccoli agricoltori cominciano a vedere i primi frutti del piano.

Ma i gruppi locali della società civile sono pronti a diffondere un rapporto commissionato lo scorso anno, in cui si accusa una partnership pubblico-privato sull’isola ugandese di Bugala, nel Lago Vittoria, di una serie di violazioni ambientali e sociali.

L’industria dell’olio di palma è nel mirino, tra le altre cose, per le sue responsabilità nella deforestazione e distruzione degli habitat naturali di specie animali a rischio di estinzione in Asia.

Secondo il Fondo mondiale dell’Onu per lo sviluppo agricolo (IFAD), sin dalla semina delle prime piantagioni, nel 2003, si sarebbe scatenata un’ondata di ostilità infondata contro il progetto che la stessa agenzia aveva contribuito a lanciare con un prestito di 10 milioni di dollari.

“C’è stata una reazione precipitosa nei confronti dell’industria mondiale dell’olio di palma, a causa della sua cattiva reputazione negli anni ‘90”, dice Marian Bradley, capo progetto di IFAD per l’Uganda. “C’è stata un’incapacità delle Ong di riconoscere gli sforzi di quest’industria in termini di ‘ripulitura’ rispetto alle azioni del passato”.

“Hanno semplicemente dedotto che per l’Uganda doveva essere lo stesso. Se un’impresa in Malaysia sta danneggiando l’habitat degli orangutango, allora l’industria dell’olio di palma deve necessariamente danneggiare anche l’habitat in Uganda”.

Il Forum di Ong del distretto di Kalangala (Kadingo), formato da gruppi locali ambientalisti e dalla società civile non sono d’accordo. “Lo studio si basava su ciò che avevamo raccolto sul terreno, e non è cambiato molto da allora”, dice David Mwayafu, operatore della Coalizione ugandese per lo sviluppo sostenibile, tra gli autori del rapporto.

Bradley ha riconosciuto alcune verità nella accuse di Kadingo, come il mancato rispetto dell’obbligo di mantenere un confine di 200 metri di foresta lungo la costa lacustre. Il confine serve ad impedire l’erosione del suolo, e funziona da zona cuscinetto per evitare che i fertilizzanti utilizzati nelle piantagioni di palme finiscano nel lago alterandone l’ecosistema.

Ma il problema, ha aggiunto, riguardava meno del due per cento dell’area del progetto, ed erano state adottate misure correttive.

“Il confine di 200 metri viene mantenuto e, nelle aree in cui è stato distrutto o non esisteva, il settore privato ha aperto delle serre per le piante autoctone che poi vengono reimpiantate”, ha spiegato. Secondo l’IFAD, le accuse secondo cui il progetto avrebbe intaccato terre protette sono semplicemente infondate.

Kadingo contesta che il governo non aveva il diritto di includere le terre concesse al consorzio di Ong Uganda Land Alliance, in un territorio consegnato al consorzio privato Oil Palm Uganda Limited (OPUL), in cambio di una quota del 10 per cento nella piantagione di Bugala.

Le Ong sono scontente anche perché alcune aree di foresta sarebbero state distrutte per fare spazio alle piantagioni. L’IFAD spiega che questo terreno boschivo “fondamentalmente secondario” rappresentava il 40 per cento dell’area complessiva. “Non stiamo parlando di un habitat per specie particolarmente a rischio”, dice Bradley, aggiungendo che i detrattori del piano non avrebbero dato il giusto peso agli importanti benefici del progetto. L’Uganda, osserva, deve ampliare la produzione di olio vegetale per ridurre la propria dipendenza da costose importazioni, e migliorare il livello nutrizionale fornendo olio alla popolazione povera a prezzi accessibili.

“La quantità di grassi nelle diete resta molto basso, a 4,3 chilogrammi procapite all’anno, comparato ad un fabbisogno minimo stimato di circa 7,5 chili”, dice Bradley. “Moltissime persone in Uganda non hanno una dieta sufficientemente calorica”.

Il progetto ha aperto nuove strade (soprattutto verso i siti delle piantagioni), nuovi servizi sanitari (per i lavoratori dell’olio di palma) e un regolare servizio di traghetto verso l’isola, che secondo Bradley avrebbe contribuito a promuovere il turismo. Ha anche creato, prosegue, migliaia di posti di lavoro, anche per chi è stato assunto a lavorare in un frantoio sull’isola, e in un impianto di raffinazione nei pressi di Jinja.

Kadingo però denuncia scarsi salari e cattive condizioni di lavoro: “Le case dei lavoratori (delle piantagioni) sono piccole e in alcune zone si dorme in rifugi improvvisati costruiti in plastica”, dice Mwayafu. “C’è una distribuzione iniqua dei servizi forniti”.

L’IFAD vorrebbe che il progetto offrisse ai piccoli produttori la possibilità di capitalizzare grazie alla crescente domanda di olio vegetale, detergenti e saponi ricavati dalla palma. Più di 700 agricoltori, segnala, avrebbero sviluppato 2mila ettari di piantagioni, cui se ne aggiungeranno altri 1.500 entro i prossimi anni, di fronte ai 6mila ettari sviluppati da OPUL.

Il Fondo dei coltivatori di olio di Palma di Kalangala (Kalangala Oil Palm Growers Trust, KOPGT), associazione attraverso cui l’IFAD fornisce supporto tecnico e finanziario e la formazione necessaria per coltivare palme da olio, che richiedono circa cinque anni di maturazione prima di diventare produttive, sostiene che il progetto sta gradualmente prendendo piede tra gli abitanti locali.

“All’inizio c’era ostilità”, ha raccontato Nelson Basaalide, manager del KOPGT: “A febbraio, 52 agricoltori tra quelli che avevano aderito al programma hanno cominciato a vedere i primi frutti, e si è creato molto entusiasmo. Da qui, altri hanno cominciato a pensare di unirsi e negli ultimi mesi si sono registrate moltissime persone”.

Kadingo spiega che alcuni piccoli proprietari hanno espresso delle lamentele, come il fatto di non poter comprare altrove i fertilizzanti e altri mezzi.

Ma non tutti sono scontenti: “Io sono molto soddisfatto”, ci ha detto Samuel Ssonko. “L’unico problema che avevamo era un ritardo nel ricevere i crediti, ma adesso è stato risolto. Qui prima non avevamo nulla. Ci sono stati moltissimi miglioramenti. Vorrei che la gente venisse a vedere di persona. È un ottimo progetto”. © IPS