NAIROBI, 2 febbraio 2008 (IPS) – Sotto esame gli scarsi risultati ottenuti dal Kenya nel numero di ruoli 'decisionali' affidati alle donne. Anche perché i vicini stanno facendo molto di più.

Manoocher Deghati/IPS
Manoocher Deghati/IPS
Nel 2007, un emendamento alla costituzione che stabiliva la creazione di 50 seggi speciali riservati alle donne in parlamento è stato respinto, per mancanza del numero legale necessario per il voto.
Il paese era stato sul punto di approvare una legge che fissava alcune quote riservate alle donne a tutti i livelli decisionali – misure incluse in una bozza costituzionale presentata alla Conferenza nazionale costituzionale nel 2003 e 2004. Ma la bozza di documento era stata poi respinta con un referendum del 2005, per il diffuso malcontento di quel periodo verso il governo di Kibaki, e non per una specifica opposizione ai provvedimenti per le donne.
Mentre il Kenya continua a registrare risultati deludenti quanto all’aumento del numero di donne in posizioni chiave, le vicine Uganda e Tanzania hanno fatto passi da gigante in questo campo.
La costituzione dell’Uganda prevede una misura specifica per promuovere la rappresentatività delle donne al governo e nella pubblica amministrazione. Grazie ad un sistema stabilito nel 1995, in parlamento sono stati riservati seggi speciali alle donne, per cui la percentuale delle donne parlamentari è aumentata di circa il 25 per cento, secondo alcuni dati ufficiali. Lo stesso sistema prevede una rappresentatività femminile del 30 per cento nella pubblica amministrazione.
Un’iniziativa analoga è stata attuata anche in Tanzania, dove nel 2000 il parlamento ha approvato una proposta di legge per aumentare il numero di seggi riservati alle donne in parlamento e nei servizi pubblici fino ad almeno il 30 per cento.
Ancora più spettacolare è il caso del Ruanda, che registra il maggior numero di donne parlamentari nel mondo – il 56 per cento. La costituzione del paese prevede un sistema di quote che riserva alle donne 24 seggi su 80 nella Camera bassa, e sei su 20 nella Camera alta, oltre all’assegnazione del 30 per cento dei posti decisionali per le donne nella pubblica amministrazione.
“Credo che in Ruanda si stia colmando il divario tra uomini e donne; emerge chiaramente come le percentuali siano di gran lunga aumentate rispetto agli anni precedenti, perciò possiamo affermare che stiamo vincendo la battaglia per l’uguaglianza”, ha dichiarato Winnie Muhumuza del Rwanda Women’s Network.
L’esperienza del Ruanda dimostra che le quote sono un punto di partenza fondamentale per sconfiggere la disuguaglianza di genere nelle posizioni di leadership.
Nonostante questi casi esemplari, le autorità del Kenya sono venute meno alla loro stessa promessa di creare “quote rosa” in parlamento e nella pubblica amministrazione. Una dichiarazione presidenziale del 2006 secondo cui le donne avrebbero visto assegnarsi il 30 per cento delle nomine nei servizi pubblici non si è mai trasformata in realtà.
Tre anni dopo, alcune donne in posizioni di leadership accusano le autorità di aver mancato al loro impegno. E il disappunto è aumentato dopo la nomina di una commissione di 12 membri incaricata di risolvere le dispute che hanno ingolfato la coalizione governativa al potere. Il 15 gennaio, il presidente ha nominato una commissione formata esclusivamente da uomini, mentre le donne lamentano di essere relegate in una posizione di emarginazione. Da allora, in seguito alle proteste pubbliche, anche due donne sono state incluse nella lista.
Ma il malcontento non si è placato: l’obiettivo annunciato del 30 per cento è ancora lontano.
“È necessario che la direttiva presidenziale venga tradotta in legge, e che vengano stabiliti precisi meccanismi di attuazione”, ha detto Wanjiku Kabira, consulente di genere presso il Collaborative Centre for Gender and Development di Nairobi.
“Finché questo non accadrà, la nomina delle donne dipenderà dalla volontà di chi è al potere. Il numero di donne nel gabinetto parla da sé”, ha aggiunto. Attualmente, solo sette su un totale di 37 ministri sono donne, mentre su 53 viceministri, solo 6 sono donne.
Sull’esempio di Ruanda, Tanzania e Uganda, le parlamentari donne e le attiviste del Kenya vogliono riaprire il dibattito sulle iniziative concrete da presentare in parlamento. “Vogliamo proporre una legge specifica, ma prima dovremo fare pressioni sui nostri colleghi uomini per assicurare il loro sostegno all’iniziativa”, ha spiegato all’IPS la parlamentare eletta Millie Odhiambo.
L’approvazione di una simile proposta di legge, secondo gli analisti, resta solo una speranza, visto che i parlamentari sono per la maggioranza uomini. Su un totale di 222 parlamentari, solo 21 sono donne; un aumento rispetto alle 18 parlamentari della precedente legislatura.
Il Kenya aveva già tentato di introdurre una legislazione specifica nel 2000, con una proposta di legge che fu però respinta dall’ex presidente Daniel Arap Moi.
Mentre si intensifica il dibattito su un’azione concreta per le donne, è sempre più chiaro che il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (MDG), quanto alla parità di genere nella sfera politica, non sarà un compito facile per il Kenya.
”Con un numero così esiguo di donne in politica, non abbiamo fatto nessun passo avanti nel raggiungimento dell’MDG 3. È un peccato e una vergogna rimanere così indietro rispetto ai nostri vicini, che hanno fatto passi avanti notevoli in questo senso”, denuncia Monica Amolo, direttrice esecutiva del Parlamento ombra delle donne del Kenya (Kenya Women Shadow Parliament).
L’MDG 3 è uno degli otto obiettivi delle Nazioni Unite che riguarda la promozione della parità di genere e l’empowerment delle donne: ogni paese dovrebbe formulare politiche e legislazioni specifiche per garantire una eguale rappresentatività di uomini e donne a tutti i livelli decisionali, anche in politica.
Secondo alcuni parlamentari e attivisti, creare seggi speciali per le donne in parlamento non assicurerebbe necessariamente la parità di genere in politica, mentre le donne devono lottare per conquistare posizioni di maggiore responsabilità.
”Le donne devono poi essere incoraggiate a cercare di ottenere posizioni di leadership, nonostante le grosse sfide che devono affrontare rispetto ai politici uomini”, ha detto Amolo.
Le candidate donne che hanno tentato questa strada in Kenya, come la stessa Amolo, si sono trovate di fronte a tantissimi ostacoli, non ultima la scarsità di risorse per la campagna elettorale, oltre alla visione tradizionale che lascia poco spazio alle donne per altre attività al di fuori della sfera domestica.
(Ha collaborato all’articolo Eunice Wanjiru da Kigali).

